Scena II.—Pag. 30.

...Romana
È per noi quanta gente abita il mondo.

E tale fu il concetto di Cesare dittatore. Aprire la cittadinanza romana al mondo. I figli di quella plebe che s’era ritirata sdegnosamente sul monte sacro erano ridotti a scarso numero, decimati dalle guerre esterne e civili, e già sotto Nerone s’incontrano rari i nomi appartenenti alle illustri famiglie repubblicane. Grande fu da principio lo stupore quando per decreto di Cesare si videro entrare e sedere nel Senato alcuni Galli avvolti nella toga romana; ma ben presto lo stupore si mutò in abitudine, e Roma divenne la sede d’un popolo nuovo formato dai vagabondi di tutte le nazioni che v’accorrevano ad esercitarvi il loro mestiere di cittadini; mestiere facile e che si contentava d’un pugno di farina in ogni giorno e dei giochi del circo. Questa fu la politica costante degli imperatori, e se vogliamo dare alle parole il significato vero che ànno, Roma si mostrò ben più CATTOLICA, regnando Giove ottimo massimo, che sotto i successori di san Pietro.

Scena II.—Pag. 33.

Anzi mi sembra che sarebbe giusto
Dal nome mio chiamare non l’Aprile
Ma Roma.

Questa vanagloria di Nerone è attestata dal suo biografo (Svet. LV), e lo splendore degli edifizi inalzati sotto il suo imperio, se non la scusa, almeno la spiega.

Scena II.—Pag. 34.

Oggi darò spettacolo, cantando
Nel pubblico teatro.

E questa era la occupazione sua prediletta, sebbene avesse una piccola e stridula voce, costringendo amici e nemici ad ascoltarlo per più ore continue. Supplizio nuovo, poichè a niuno era lecito uscire di teatro mentr’egli cantava. Alcune donne vi partorirono, altri si finsero malati ed anche morti per essere trasportati via. Cantò in Grecia, in Napoli, in Roma. Il Repertorio dell’imperiale cantore ci è stato conservato da Svetonio (cap. XXI); era composto dell’Oreste, dell’Edipo, dell’Ercole furibondo, e di molte altre tragedie; anzi il biografo racconta che, rappresentando Nerone la parte di Ercole, mentre era avvolto da catene, come richiedeva l’argomento, un soldatuncolo pretoriano, presa la cosa sul serio, accorse sulla scena per liberarlo. In una delle repubbliche dell’America meridionale avvenne un fatto quasi simile; la schiavitù dei negri era in pieno fervore, e si rappresentava l’Otello; nella terribile scena quando il geloso sta per soffocare la moglie, un soldato ch’era di guardia in platea appunta il suo fucile e stende morto il povero Otello, esclamando: Non sarà mai che in mia presenza un negro ammazzi una bianca! Strano zelo dell’antico soldato imperiale e del moderno soldato della repubblica!