Ebbene, anch’io son nata
Nella patria di Pericle e di Fidia,
E schiava anch’io venni gittata in questo
Meraviglioso ergastolo di schiavi
Che si nomina Roma. Eppur benigna
Provai la sorte: nelle case crebbi
Della gente Domizia, e quel Nerone
Ch’oggi ài veduto imperator del mondo
Io l’incontrai fanciullo, e seco i giochi
Dell’infanzia divisi e l’allegrezza.
Oh! egli allora non sembrò malvagio,
E implorata da lui mi fu concessa
La cara libertà.—Gli anni passaro;
Io rimasi una povera liberta,
Ed ei saliva al paventato seggio
Che fa dell’uomo un Dio; ma tutta intera
La ricordanza non morì di quella
Età felice, e in sua grazia non sono
Esclusa dalla turba a cui vien dato
In ogn’ora del dì goder la diva
Faccia del sommo imperatore. E quante
Stragi non vidi?—La potenza, come
Inebbriante vino, disnatura
L’intelletto,—e quell’indole sì mite,
Ch’adorai nel fanciullo, a poco a poco
Strana ferocia addiventò nell’uomo;
Occulta da principio e rara—e poi
Erompente implacabile su tutti,
E contro tutto. La sua madre, due
Sue mogli, il suo maestro, emuli, amici,
Empia ravvolse una fortuna stessa,
E i delator che inventano congiure,
Seduti presso alle gemonie scale,
Contan monete sanguinose, e scherzano
Sui rotolati capi e sulle orrende
Agonie.—Va, fanciulla spensierata,
E che mai speri qui?... Nerone suole
Incoronar la vittima di rose:
Negagli fede, ancor n’ài tempo—vanne...
Esci di questa casa.

EGLOGE (sorridendo sempre)

Io vi rimango.

ATTE

Tu vi rimani!

EGLOGE

E perchè no? La tetra
Storia che mi narrasti erami nota,
E al tuo consiglio, o amica, debbo solo
Una risposta.

ATTE

E quale?