EGLOGE
Tu sei viva.
ATTE
E che intendi?
EGLOGE
Sfavilla novamente
L’ira dagli occhi tuoi... Perchè t’incresce
Che qui rimanga?—Oh lasciami ch’io goda
Di questa cara gioventù che fugge
Almeno un’ora! Al labbro mio la tazza
Io porsipôrsi appena del piacere, e vuoi
Che via la getti senza inebbriarmi?
L’imperatore stesso m’à donata
La libertà; qui per la prima volta
In queste sale rilucenti d’oro
Trovo un’idea di cielo nella terra,
E tu, cattiva amica, mi consigli
A ritornar sotto l’amara sferza
Del mio padrone? Predicesti un’alba
Fosca alla notte de’ miei folli sogni:
Ebben, che importa? Un’ora di tal vita
Vale ben più di molti anni trascorsi
In servitù.—Godiam, godiamo adesso
Che la gioconda Venere ci bacia
Con l’odorata bocca sulla fronte;
Vecchiezza ne sta dietro e il regno morto
Ove più non si danza e non si gode!
ATTE
Il mio consiglio, o semplice fanciulla,
Non è di farti schiava un’altra volta.
Dimmi: da che lasciasti il bel paese,
Non t’assalse giammai la tormentosa
Febbre di rivederlo?
EGLOGE
È ver, talvolta,
Bench’io tenti scacciarla, in fondo al core
Mi siede una crudel melanconia,
E in que’ momenti come in visïone
Di sogno mi sorride un altro cielo,
E una città bellissima, e i suoi templi
Eleganti. Ma dura breve tempo
L’illusione, perocchè lontani
E confusi ricordi ò della sacra
Città dove son nata... Ero bambina
Quasi, allorchè dalla fuggente nave
Volsi al Pireo gli ultimi sguardi. Rido
Allora di me stessa, e in più serena
Cosa fermo il pensiero. Mi domandi
Se ò mai desìo di rivedere la patria:
E a che dovrei vederla? Alcuna porta
Non s’aprirebbe innanzi a questa nova
Peregrina, nè un coro di compagne
Mi verrebbe d’intorno a farmi festa.
Come in ogn’altro loco della terra,
Sono straniera anche in Atene.