MENECRATE

Udiamo
Il cittadino!

NEVIO (piantandosi fieramente incontro a Nerone)

Avvezzo alle servili
Compiacenze tu sei;—nova ed ardita
Ti parrà dunque la parola mia,
E ignoro se darai grazie al tuo fato
Che qui ti spinse ad ascoltarla.—Assiso
Sul gran fastigio del potere umano,
Prendi a gioco, o Nerone, uomini e Dei,
E resti ai lutti altrui sordo ed immoto
Come quel simulacro che inalzavi
Avanti alla tua casa, monumento
Fiero dell’arte e della tua superbia.—
Rammentati Trasèa, l’illustre vecchio
Che a morir condannasti. Il centurione
Ch’apportava il decreto del Senato
Lo rinvenne tranquillo ascoltatore
Di Demetrio filosofo.—All’iniquo
Annunzio eruppe il grido de’ congiunti
E dei servi—io là stavo in mezzo ad essi:
Il vecchio solo tacque, e parve lieto;
E poi ch’ebbe abbracciata la sua figlia,
Si fece aprir le vene, e poche accolte
Stille di sangue nella man tremante,
Ne sparse il suolo, offerendole a Giove
Liberatore—indi si volse a noi
Meravigliati, e disse: Addio! voi lascio
In prava età; vi giovi affrancar l’animo
Con forti esempi.
—Tu, Nerone, or senti
Se que’ detti imparai.—Cotali infamie
Operi tu nelle poche famiglie
Che restan de’ patrizi; e potrei dirti
Quelle infinite che nel nome tuo
Fanno i tuoi sgherri tra i plebei?—E non tremi?
Ma il pianto che si versa nei tuguri
Dell’oppresso diventa odio, e dall’odio
Poi nasce il giorno del final gastigo.

NERONE (dopo averlo ascoltato attentamente, rivolgendosi a Menecrate)

È un artista costui—declama bene
E à bella voce.

(Avanzandosi verso Nevio)

T’apro la mia casa
Come a compagno; anch’io sono un artista,
E conversando insieme, chi sa forse?
Noi giungeremo a divenire amici.—
Ma dove è mai la bella fuggitiva?
Perchè t’ascondi? via, lascia il timore,
Più non sono uno schiavo.

VARONILLA

T’allontana.—
Tu grondi sangue!