Maestro Cecco volò tosto da messer Guglielmo, narrandogli del suo pericolo, dell'invito del duca, e raccomandandosegli quanto più poteva; e Guglielmo se gli profferse amico e difensore fin che il comportasse la sua qualità di onorato e cattolico cavaliere, le quali profferte gli rimisero l'anima in corpo per modo che quando venne frate Marco a raccontare il suo colloquio con messer Geri, non si accorse punto del turbamento di lui.

Ma già era sonata nona, e si appressava l'ora che il maestro doveva essere dal duca.

— Che vorrà egli dirmi? — pensava tra sè. — Allontanarmi dalla sua corte? Sarei diserto.... — Chè! non è possibile: egli ha concetto altissimo di me: fida nella mia scienza astrologica, nè farebbe impresa veruna, se prima io non dessi il punto... — Ma ha dintorno quel frate... Egli in fondo del cuore è cattolico.... — Basta: sarà quel che sarà, andiamo. — E avviatosi alla sala del duca, fu tosto introdotto. Il duca passeggiava con passo piuttosto concitato su e giù per la sala; maestro Cecco, dopo aver fatta profonda riverenza, stava fermo presso la soglia dell'uscio, aspettando che cosa il signore dovesse dirgli; quando a un tratto il duca fermatosi, e fatto cenno al maestro che si avvicinasse:

— C'è chi vuol vedere la tua morte, maestro.

— Sotto la protezione del grande scudo angioíno, monsignore, io vivo sicuro.

— Ci ha delle armi, contro le quali non ne può neanche lo scudo angioíno: e che meglio è cansarle con la prudenza e con l'arte: e questo è da fare adesso. Fia buono che tu per alcun tempo vada lungi dalla mia corte.

— Monsignore, come vivrò io senza l'ajuto vostro?

— L'ajuto mio non ti fallirà; ed appunto per aiutarti dai tuoi avversarj voglio allontanarti da Firenze, dandoti nel tempo stesso prova apertissima di affezione e di fiducia, in caso grave e di gran gelosía.

— Ed io vi ubbidirò rassegnato, e vi servirò con tutte le forze dell'ingegno e dell'animo.

— La cosa è grave, ti ripeto; e della credenza[29] e della fedeltà tua me ne è pegno il tuo capo.