— Quello ch'io vivo, e quello ch'io valgo, monsignore, è vostro da lungo tempo. Imponete.
— I Lucchesi cominciano ad essere stanchi della tirannía di Castruccio; e novellamente uno de' Quartigiani, grandi assai in quella città, mi ha dato lontano cenno, che, dove fossero ajutati da qualche potente signore, sarebbero disposti a far novità, dandomi a vedere, che, se quel signore fossi io, la città di Lucca volentieri si darebbe alla mia signoría. Io non risposi, se non vagamente; ma veggo per altro quanto ajuterebbe i miei disegni una novità fatta in Lucca, mentre fosse raccesa la guerra contro il suo signore. Importa dunque che sia colà per me una persona di gran senno e di grande accortezza: che mi studj così in generale l'animo dei Lucchesi; la condizione di quella città; e si intenda con messere Guerruccio Quartigiani, ordinando con esso il disegno di questa impresa, il tempo più acconcio, e il modo di colorirla; e questa persona ho proposto che debba essere tu.
— Grande e gelosa impresa, monsignore, voi volete affidare alle mie piccole forze; ma io son vostro per la vita e per la morte, e quando mi basta la forza e l'ingegno vi servirò lealmente.
— E sopratutto celatamente, e accortamente. Niun fiorentino lo sappia, nè niuno della mia corte, nè niuno più stretto amico tuo. La cosa è passata solo tra me e te. — E qui tacque un poco, fissando gli occhi in modo sul volto di Cecco, che egli comprese senz'altra parola quel che gliene andrebbe, se di questa cosa uscisse qualche odore.
Poi continuò:
— A Lucca, o non sei conosciuto, o solo vi sei conosciuto per astrologo e per medico; e per medico anzi tu vi anderai. Messere Guerruccio è forte malato di gotte: fingerà di averti chiamato a sè per curarlo sapendo che tu eri caduto in disgrazia di me: il tutto scriverò io stesso a messer Guerruccio in una lettera che gli recherai. Ma anche co' Quartigiani fa di star bene avvertito: essi furono già guelfi, e con tutto ciò tradirono la loro parte, ajutando con ogni lor forza la rea impresa di far Castruccio signore di Lucca; e se ora vogliono disfare la costui signoría, non sono mossi certamente dall'amore della loro terra; ma o dalla utilità propria, o da qualche torto che loro abbia fatto Castruccio. Gente vile e spregiata, senza fede e senza onore, che muta parte dalla state al verno, gridando viva oggi, chi ieri gridarono muoja. De' così fatti bisogna giovarsene a' proprj disegni; premiarli anche; dar loro onori; ma in cuore dispregiarli, pensando sempre che, come hanno tradito il primo signore, posson tradire il secondo; e come hanno voltato la casacca per un verso, possono voltarla da capo per l'altro: procedere appresso di loro con accortezza e astuzia; e quando per opera loro siamo giunti dove vogliamo, pagargli come merita di essere pagata la dislealtà ed il tradimento.
— Codeste son parole degne di un signore così potente e cattolico come la vostra signoría: ed io me le scriverò nella mente e nel cuore per modo che una sola non si cancellerà.
— Domani partirai tosto per Lucca; e prima verrai qui da me per la lettera. Qui in palagio, ed anche coi tuoi più cari amici, e con messer Guglielmo altresì, porgiti afflitto e dolente, come se tu fossi venuto quasi in disgrazia mia, e ti avessi comandato di uscire per alcun tempo da Firenze a modo di punizione. Così i tuoi avversarj si addormenteranno; e potrai servir me come a leale e buon servitore si appartiene. Va.
Cecco fece umile riverenza al duca, ed uscì tosto di palagio per ragguagliare frate Marco e messer Guglielmo, come egli non potesse più andare in Mugello; ma dovesse invece, per comando del duca, abbandonare Firenze: nè farsi vedere accompagnato con lui pareagli prudenza. L'uno e l'altro dei due amici lo ammazzarono di domande per sapere onde movesse questa subita risoluzione del signore; e Cecco, tenendo pur sempre strettamente celata la commissione avuta dei Quartigiani di Lucca, riferì ad ambedue quel che il signore avevagli detto delle persecuzioni onde egli era fatto segno, e della necessità di allontanarsi da Firenze, della quale si mostrò, ed era veramente, dolentissimo: e rinnovellò al cavaliere preghiera efficacissima d'ajuto e di protezione, che da lui gli fu promessa da capo in ogni possibile evento.
Intanto si era sparso per il palagio che maestro Cecco per comandamento del duca doveva uscire di Firenze, e si aggiungeva che avesse perduta del tutto la grazia di lui; e la duchessa medesima credeva che ciò fosse avvenuto per le sollecitazioni sue e del cancelliere. E così ella come il cancelliere, se furono lieti per una parte che Cecco uscisse dalla Corte, dall'altra però ne erano malcontenti, il cancelliere specialmente, perchè avrebbero voluto vederlo nelle mani dell'inquisitore; e quando Cecco andò a prendere umile commiato dalla duchessa, glielo diede con queste agre parole: