— E' pretende di leggere negli astri e di veder nel futuro, e gli sciocchi gli credono; ma ha la veduta più corta di una spanna, per le cose che gli stanno dinanzi; e se ne sta a baldanza del duca, e di quel messer Guglielmo, che al duca è tanto caro.

— E anche alla duchessa — disse con maligno sorriso maestro Dino.

— Madonna la duchessa, — rispose gravemente il vescovo — è di sangue reale; è moglie del signore di questa terra e nostro; ed è castissima donna: nè di lei vuolsi parlare, se non con parole di riverenza.

— Ed io quelle parole ho dette, non ch'i' le creda: ma perchè Cecco d'Ascoli le andava spargendo per Firenze, e mi pensava che lo sapeste. E le ho dette quasi per recarvi a memoria anche quest'una delle tante nequizie di quel malnato.

— Maestro, Dio non paga il sabato, ma a otta e tempo; ed a cui Dio vuol male gli toglie il senno. Cecco ritornerà a Firenze; e non penerà molto a pagare degnamente la pena della sua iniquità; sol che i buoni cattolici e figliuoli di santa chiesa non vengano meno del loro zelo e del debito loro.

Questo colloquio fu interrotto da un donzello del duca, il quale chiamava maestro Dino che fosse subito da madama la duchessa, che sentivasi troppo di mala voglia. E ne aveva ben onde, perchè di lì a poco vennero i dolori del parto, che la travagliarono assai; benchè poi partorì senz'altra operazione, e nacque un fanciullo.

Il duca e tutta la corte ebbero di ciò contento grandissimo, perchè la duchessa al primo suo parto aveva fatto una femmina, quella Giovanna che fu poi troppo famosa regina di Napoli. Se ne spedì tosto al re Roberto particolare ambasciata, e se ne mandò formale avviso a tutte le signoríe amiche d'Italia, ed al re di Francia.

Il gonfaloniere, che era Luigi de' Mozzi, con tutti i priori, non furono tardi ad andare solennemente a rallegrarsene col duca, domandandogli per grazia che non gli dispiacesse che lo facesse battezzare il comune; la qual domanda essendo accettata benignamente da lui, furono fatti sindachi a ciò dal comune di Firenze messer Simone della Tosa, e messer Salvatore Manetti dei Baroncelli, che lo lavarono al sacro fonte in S. Giovanni, battezzandolo con gran solennità il vescovo di Firenze, che era allora Francesco di Baldo Savestri da Cingoli della Marca, dottore di ambedue le leggi, ponendosegli nome Carlo Martello per volontà espressa del Duca; a cui forte dispiacque che non fosse in Firenze maestro Cecco, da potergli fare la natività, o come or dicesi, l'oroscopo. Per volontà poi e a spese del comune, si festeggiò per tutta la città con quella letizia e con quello splendore che si fosse mai fatto, anco nei tempi della sua maggior quiete e ricchezza: tra le quali feste fu nobilissima una giostra fatta sulla piazza di S. Croce, dove tutti que' cavalieri francesi, provenzali e italiani fecero ogni bella prova di prodezza e di cortesía: e monsignor lo duca volle che, per segno della sua letizia, dopo la giostra fosse apparecchiato a sue spese un assai nobile convito, in sulla propria piazza di Santa Croce, a duegento popolani della città, tanti per Sesto, scelti da' capi di ciascun'arte; e nel tempo di esso convito giullari rallegravano i convitati co' loro giuochi e co' loro motti; e trovatori cantavano le lodi e le gesta di casa d'Angiò.

In questa occasione volle il duca fare un atto di generoso perdono, col ribandire Sennuccio del Bene, uno dei chiari poeti d'allora. Questo Sennuccio nella giovinezza si trovò con Dante Alighieri e con altri ghibellini: fu segretario di Stefano Colonna, ed amico del Petrarca, il quale l'onorò del titolo di signore e lo chiama in un sonetto metà di sè stesso; ed aveva co' suoi versi acquistata assai chiara fama. Lo consumava il desiderio di ritornare in patria; ed il cardinal Gaetano, che era stato suo protettore, e in quel tempo era legato a Firenze, più volte avea supplicato il duca che gli piacesse di ribandirlo, nè mai l'aveva potuto ottenere; ed ora, tornatagli in mente la cosa, da sè proprio volle concedergli il tornare in patria, a maggior dimostrazione della gioja che aveva preso di questo figliuolo.

Ma la gioja fu breve, chè in capo a otto giorni il piccolo Carlo Martello morì, e fu sepolto in S. Croce, tra le lacrime del duca e della duchessa, che ne stettero dolenti per molto tempo. Il duca però da questo fatto ne prese cagione a richiamare a sè maestro Cecco, pensando che, dove egli fosse stato a Firenze, e ne avesse fatta la natività, non avrebbe, nè egli nè la sua donna, fondate tante speranze su quel fanciullo, sapendo di doverlo perdere così tosto; e alla perdita si sarebbero preparati, e così sarebbe loro stata meno amara.