Dalle quali semplici e schiette parole del buon Villani raccoglierà facilmente il lettore che suppergiù tutte le signoríe sono eguali; che tutto si riduce a tosare e scorticare i popoli, o col pretesto della libertà, e col pretesto della sicurezza, o della religione, o di altre sonanti cagioni, secondo i venti che tirano; e vedrà che le stesse corruzioni, le stesse ingiustizie e parzialità son sempre usate; e vedrà parimente che quella delizia della tassa della ricchezza mobile, che ora fa tanto lieta l'Italia presente, non è niente affatto odierna invenzione; ma è antica di più che sei secoli qui proprio in Firenze. Queste parole del Villani mi darebbero materia a molte e gravi considerazioni; ma non voglio uscir troppo dal soggetto; nè vo' mettermi a rischio di dir cose troppo risentite ed acerbe: e però ripiglio senz'altro il racconto.

CAPITOLO XXXV. IL PARTO.

La gravidanza della duchessa era quasi al suo termine, dando sempre novelli segni che il parto dovesse essere laborioso, per la qual cosa, oltre la continua assistenza della ricoglitrice, passava buona parte del giorno in palagio anche maestro Dino del Garbo, per esser pronto a qualunque caso potesse avvenire; e spesso trovavasi in colloquio col cancelliere del duca, con quel frate minore vescovo d'Aversa, che il lettore già conosce, e quasi sempre i ragionamenti loro battevano sopra maestro Cecco, odiato mortalmente da ambedue.

— Ma per la buona mercè di Dio, — esclamò Dino un giorno, dopo che avevano parlato lungamente delle nequizie dell'Ascolano, — monsignor lo Duca ha finalmente aperto gli occhi, ed ha purgata la sua Corte da tanta puzza: duolmi solamente che quello sciagurato abbia fuggito la degna pena che meritava la sua tristizia e la sua empietà.

— Eh! maestro, disse il vescovo, o ch'io veggo troppo torto con gli occhi della mente, o che sotto questa disgrazia del duca si cela qualche grave cosa. Troppo era accecato monsignor lo duca nel fatto di quel tristo, e troppo grande stima faceva di ciò che e' chiamava sua scienza, da dover credere che a un tratto lo abbia disamato, e toltogli la sua grazia.

— E che ne pensereste voi, messere?

— Che pensarne non so; ma parmi quasi certo che una cosa si veda di fuori, e dentro ce n'abbia un'altra contraria. Ho avuto certa spia che Cecco è presentemente a Lucca. Sarebbesi egli posato cotanto vicin di Firenze, quando veramente avesse perduto la grazia di un signore così potente come il duca nostro? E che recapito può egli trovare in Lucca? Presso Castruccio no certamente, perch'egli dispregia l'astrologia e gli astrologi, nè presso lui trovano favore se non persone valorose e cortesi. Altri mi accerta che sta colà per medico appresso uno dei grandi cittadini di quella terra....

— Medico? interruppe qui Dino. E quando mai seppe di medicina? Egli ha spacciato e va spacciando tuttora certe sue strane dottrine sulle virtù che dagli astri influiscono nelle erbe, e secondo esse pretende anche sanare certi malori; ma dell'arte nostra non ha nemmeno le prime e più semplici notizie; e guaj a quel misero che gli capitasse sotto.

— O faccia l'una cosa o l'altra colà a Lucca, io, vi torno a dire, son fermo nel pensiero che tutto sia una mostra; e non dubito che o prima o poi lo rivedremo qui in Firenze.

— Lo credete davvero? E credete che egli punto non sospetti che, ritornando qua, verrebbe in bocca al lupo.