La duchessa per il ritorno della Bice era inviperita mirabilmente, e quanto più le costava il dover celare la sua ira, tanto più le rincresceva che maestro Cecco, il quale ne era stato principal cagione, le fosse uscito di mano. E forse avrebbe fatto ogni opera di nuocergli anche lontano, se non fosse stata molto in là con la gravidanza, e la gravidanza non fosse di qualità che la faceva stare assai male, ed anche per molto tempo allettata.

Il più sconsolato era Guglielmo, il quale non aveva nemmeno con chi sfogare il suo dolore; ed era pur dolorosissimo della partenza di Cecco, che egli credeva aver proprio perduto la grazia del duca. Alla data fede non voleva mancare, nè di vedere o di parlare con la sua Bice cercava in modo veruno; tanto più che messer Geri ne avrebbe potuto pigliar cagione a disdir la promessa; e solo ogni tanto poteva saper qualche cosa da frate Marco, il quale però procedeva in ciò con sommo riguardo, parendogli disdicevole il fare altrimenti: per modo che il cavaliere non vedeva l'ora che incominciasse di nuovo la guerra, conoscendo che da essa sola poteva nascere pronta occasione da venire all'ultimo della contentezza.

CAPITOLO XXXIV. GLI APPARECCHI DI GUERRA E LA TASSA DELLA RICCHEZZA MOBILE.

E la guerra di fatto si preparava con tutto l'ardore, tanto dalla parte di Castruccio quanto dalla parte del duca. Toccammo qua dietro come Castruccio e la parte ghibellina, per opporsi alla potenza del duca di Calabria, mandarono ambasciatori a Lodovico di Baviera, eletto re de' romani, sommovendolo a passare in Italia, per la qual cosa il papa scomunicò da capo e Castruccio e lo stesso Lodovico, che comunemente chiamavasi il Bavaro.

Ora esso Lodovico era venuto con poca gente e col duca di Chiarentana a un parlamento a Trento, dove furono messer Cane della Scala signore di Verona, messer Passerino signore di Mantova, uno dei marchesi d'Este, e messer Azzo e messer Marco Visconti, e il deposto vescovo d'Arezzo Guido Tarlati, e ambasciatori di Castruccio e di ogni altro signor di parte ghibellina e d'impero: e il Bavaro promise e giurò di passare in Italia e venire a Roma senza tornare nella Magna, per la qual cosa i detti signori e gli ambasciatori dei romani ghibellini promisero di dargli cento cinquanta mila fiorini d'oro come fosse a Milano.

E in quel medesimo parlamento si pubblicò che Giovanni ventiduesimo era eretico e non degno papa, apponendogli sedici articoli contro; e ciò fu fatto col consiglio di più vescovi, e altri prelati e frati minori e dei predicatori; e pubblicamente, benchè fosse scomunicato egli e i suoi prelati, il Bavaro faceva di continuo celebrare gli ufficj sacri, e scomunicava il papa, che per dispregio il chiamavano papa prete Giovanni. Pochi giorni appresso il detto Lodovico si partì da Trento con sua gente, poveramente e bisognoso di danari; e andato prima a Como, poi a Milano, il dì 31 di maggio del 1327 si fece coronare della corona di ferro per mano del deposto vescovo di Arezzo, e di un altro vescovo di Brescia, deposto pur esso, non avendo voluto esservi l'arcivescovo di Milano.

La sua venuta fe' nascere molte novità in Italia; i romani si levarono a rumore, e fecero governo di popolo, non avendo nè corte di papa, nè corte d'imperatore, e tolsero la signoría agli Orsini e a Stefano Colonna, per paura non la dessero al re Roberto: e chiamato capitano del popolo Sciarra Colonna, mandarono ambasciatori al papa che tornasse a Roma, o se no riceverebbero per loro signore Lodovico di Baviera già eletto re dei romani: e nel tempo stesso tenevano trattato con esso re Lodovico e col re Roberto. Ma il re Roberto non si addormentò sulle costoro promesse; e temendo troppo di questa venuta del Bavaro, pensò di muovere contro Roma con la sua gente.

Il duca di Calabria per parte sua non dormiva nè anch'egli, dacchè là sul primo avvicinarsi dal Bavaro, non restava di sollecitare maestro Cecco per messi a posta, che quanto più poteva studiasse di conchiudere il trattato co' Quartigiani: si apparecchiava potentemente alla guerra, e già qualche principio se ne vedeva, perchè Castruccio, avendo tentato di tòrre ai pisani Vico Pisano, que' terrazzani, con l'ajuto de' pisani e col favore del duca, poterono respingerlo e liberarsi; ed il conte Beltramo con ottocento cavalieri della miglior gente del duca cavalcarono fino alle porte di Pistoja, che era sotto la signoría di Castruccio, e ruppero l'antiporto e guastarono le mulina, levando molta preda con grave danno de' pistojesi. E in quel tempo medesimo crebbe d'assai la potenza del duca, perchè i pratesi, i sanminiatesi, quei di Colle e di San Gimignano gli diedero la signoría a certo tempo e sotto certi patti; salvo che i pratesi, per loro discordia, si diedero in perpetuo al duca e a' suoi eredi.

A far la guerra per altro occorrevano denari: e però il duca ricorse da capo a quello che sogliono riccorrer tutti, a nuove tasse; e il modo che fu allora tenuto lo faremo raccontare da Giovanni Villani storico contemporaneo:

«Nell'anno 1327, del mese di aprile, si trasse in Firenze un nuovo estimo, ordinato per lo duca, e fatto con ordine, per uno giudice forestiere per Sesto, all'esaminazione di sette testimonj segreti e vicini (cittadini di Firenze), stimando ciò che ciascuno aveva di stabile e di mobile e di guadagno; pagando certa cosa per centinajo dello stabile, e così del procaccio e guadagno. L'ordine si cominciò bene; ma gli detti giudici, corrotti, cui puosono a ragione, e a cui fuori di ragione; onde grande rammarichío n'ebbe in Firenze; e così mal fatto, se ne ricolse ottantamila fiorini d'oro».