La piazza di S. Giovanni si coperse tutta di tele azzurre, piene di gigli grandi, fatti di tela gialla cucitivi sopra, e nel mezzo vi si posero in alcuni tondi, parimente di tela, e grandi dieci braccia, l'arme del popolo e del comune di Firenze, quella dei capitani di parte guelfa, quella della casa d'Angiò e quella del re Roberto.

Intorno intorno negli estremi di detto cielo, che pigliava tutta la piazza, pendevano drappelloni dipinti di varie imprese, di armi di magistrati, delle arti, e molti marzocchi; chè il marzocco era l'insegna della città, ed è quel leone che regge uno scudo col giglio, come si vede tuttora dinanzi al palazzo della signoría, là presso alla fontana dell'Ammannato. Tali tende furono armate con mirabile congegno di assi e di funi, per modo che il Vasari, il quale ne parla nella vita del Cecca ingegnere, le ricorda con parole di vera maraviglia.

Oltre di queste tende, che si misero sulla piazza di S. Giovanni, si coprirono ancora le vie di Calimala, oggi Calimara e Calimaruzza. Il giorno della viglia, la mattina di buon'ora, tutte le arti fecero la mostra fuori delle loro botteghe, di tutte le ricche cose, ornamenti e gioje; e fu cosa tanto mirabile che uno storico contemporaneo, dal quale traggo queste notizie[31], esclama qui enfaticamente: «Quanti drappi d'oro e di seta si mostrano, che adornerebbero dieci reami! quante cose d'oro e d'ariento, e capoletti e tavole dipinte e intagli mirabili, e cose che si appartengono ai fatti d'arme, che sarebbe lungo a contare per ordine!»

Poi in sull'ora di terza si fece per la città una solenne processione di tutti i chierici, preti, monaci e frati, che furono in gran numero di regole, con tante reliquie di santi, che fu gran divozione, oltre alla maravigliosa ricchezza de' loro ornamenti, con nobilissimi paramenti d'oro e di seta, e di figure ricamati; e poi molte compagníe di uomini secolari, che andavano ciascuno innanzi alla regola dove tali compagníe si radunavano, con abito d'angioli, e suoni e strumenti d'ogni ragione, e canti soavissimi, facendo bellissime rappresentazioni di que' santi e di quelle reliquie a cui onore lo facevano.

Là sull'ora di vespro le arti si ragunarono, ciascuna sotto il suo gonfalone, che erano sedici, l'un gonfalone dopo l'altro, e sotto ciascun gonfalone tutti i suoi cittadini a due a due, andando innanzi i più degni, e così fino a' garzoni, tutti riccamente vestiti, a offrire alla chiesa di San Giovanni una candela di libbra per uno; e la maggior parte di essi gonfaloni avevano dinanzi a sè uomini con giuochi di onesti sollazzi, e belle rappresentazioni. Le vie per dove passavano erano tutte adorne, alle mura e su' muriccioli, di capoletti, di spalliere e di pancali di fino zendado, e per tutto era pieno di donne giovani e fanciulle vestite di seta, e ornate di gioje e di perle. Finita l'offerta, ciascun cittadino si tornò a casa a dar ordine per la mattina seguente.

Chi fu la mattina di S. Giovanni sulla piazza dei Signori, gli pareva di vedere, dice uno storico contemporaneo, una cosa trionfale, magnifica e meravigliosa; e il duca, che vi fu con tutta la sua corte, su alle finestre del palazzo della signoría, e tutti que' cavalieri provenzali, non facevano altro che dire di tanta ricchezza e magnificenza.

Intorno alla piazza erano infinito numero di torri che parevano d'oro, portate quali con carri, e quali con portatori, che si chiamavano i ceri, fatti di legname, di carta e di cera, con oro e con colori, e con figure rilevate, vuoti dentro, per forma che vi stavano uomini che facevano volgere continuamente tali figure, le quali rappresentavano imprese d'armi e d'amore, animali, uccelli, diverse sorte di alberi, e tutto ciò che diletta il vedere ed il cuore. Dinanzi al palagio poi vi erano molti palj con le loro aste appiccate in anelli di ferro, ed erano delle varie città e castella che davano tributo al comune, ed erano ad esso raccomandate; i quali palj erano di velluto doppj, federati quali di vajo, quali di drappi di seta, o d'altri drappi.

I palj erano i tributi delle terre acquistate dai fiorentini, e de' loro raccomandati, e i ceri erano censi delle più antiche terre de' fiorentini medesimi, e gli uni e gli altri poi si andavano a offerire per ordine di dignità a S. Giovanni nel tempo medesimo che si facevano le altre offerte: la prima delle quali fu quella de' capitani di parte guelfa, con tutti i cavalieri, i signori, ambasciatori e cavalieri forestieri; e andarono con loro gran numero de' più onorevoli cittadini di Firenze, col gonfalone della parte guelfa innanzi, portato da uno de' loro donzelli, vestito di sopravvesta di drappo, che montava un palafreno covertato sino in terra di drappo bianco, col segno della parte guelfa. La seconda offerta furono i detti palj, portati ciascuno da un uomo a cavallo, e l'uomo e il cavallo erano covertati di seta; e dopo i palj si offerirono i ceri, i quali poi il giorno dopo solevano appiccarsi intorno alla chiesa, dalla parte di dentro, dove stavano fino all'anno appresso, al qual termine si spiccavano i vecchi e se ne faceva paramenti e paliotti da altari, e parte si vendevano all'incanto.

Dopo altre offerte di ceri, più grandi e più piccoli, andarono a offerire i signori della zecca, con un magnifico cero portato da un ricco carro, adorno e tirato da un par di buoi covertati col segno ed arme della zecca: e que' signori erano accompagnati da circa quattrocento venerabili uomini, tutti della matricola dell'arte di Calimala e dei cambiatori, ciascuno con piccoli torchi di cera in mano. Per ultimo andarono a offerire i signori priori e i loro collegi, con i loro ufficiali, podestà, capitano ed esecutore, con tanto ornamento e tanti famigliari, e pifferi e trombe, che pareva risonarne tutta Firenze. Tornati che furono i signori, andarono a offerire tutti i corsieri (ora barberi) che erano venuti per correre il palio, e dopo loro tutti i Fiamminghi e Brabanzoni che erano in Firenze, tessitori di panni di lana; ed in fine si offerirono dodici prigioni, i quali si scarcerarono a onore di San Giovanni, secondo un'antica costumanza. Fatte queste cose, ciascuno tornò a casa a desinare, e quel dì per tutta la città, per dire come dice lo storico altre volte citato, «si fece nozze e gran conviti, con tanti suoni, canti, balli, feste e letizia e ornamento, che parve che questa terra fosse il paradiso».

La sera in sul vespro si corse il palio, in quel modo medesimo che è durato fino agli ultimi tempi.