Si fece poi uno spettacolo nuovo. Il duca, per gratificarsi il popolo minuto, e addormentarlo sempre più, immaginò di creare alcune compagníe di popolani minuti, dando loro il nome di potenze, le quali, vestite ciascuna della medesima assisa, andarono per la città dilettandosi in armeggiamenti, in feste e in altre gare, che diedero luogo a qualche zuffa, ma che poi finirono in un solenne convito. Ciascuna di queste potenze ebbe un'insegna e un capo, che chiamavano col nome d'imperatore, di monarca, di re, di duca, e simili titoli d'onore. L'imperatore del Prato, per esempio, ebbe un'aquila con l'ali spiegate: il gran monarca della città rossa un campo bianco entrovi una cittadella di color rosso; e tuttora si vede uno stemma di questa città rossa in una lastra piccola di marmo sulla cantonata di S. Ambrogio: il gran signore de' Tintori una caldaja con fuoco sotto acceso; e così gli altri, che lungo sarebbe a tutti noverargli[32]. In quell'anno per altro volle il duca che si rinnovellasse altresì una bella festa, simile a quella che fu fatta nel 1283, quando, secondo che racconta anche il Villani, essendo la città in buono stato, si fece la nobile e ricca compagnía, della quale furono capo i Rossi d'oltrarno; salvo che questa volta se ne fecero capo i più segnalati tra' cavalieri francesi e provenzali, formando una magnifica brigata, nella quale si accolsero, per volontà del duca, anche molti popolani grassi, e tutti erano vestiti di robe bianche con un signore detto dell'Amore; e non intendeva ad altro che a giuochi, a sollazzi, a balli di donne e di cavalieri, andando per la città con trombe e con molti strumenti, stando in gioja ed in allegrezza a conviti di desinari e di cene, a modo di corte bandita; la quale durò bene otto giorni, e ci vennero di diversi paesi molti uomini di corte, e giocolatori, e tutti furono ricevuti e trattenuti onorevolmente.

Tra tutti i cavalieri della compagnía era stato ordinato, a suggestione della duchessa, che Guglielmo dovesse essere il signore dell'Amore; ma egli non volle a niun patto acconsentire, e si tenne alieno da ogni festa e da ogni falò. Molti de' cavalieri francesi e provenzali altamente si meravigliarono com'egli, tanto vago per addietro di ogni opera di cortesía e di cavallería, avesse ora così mutata sua natura; nè sapevano a che cosa recarne la cagione: ma la sapea ben la duchessa, e i pochi suoi stretti amici; e la indovina senza dubbio alcuno il lettore.

Guglielmo era certo che la sua donna non sarebbe andata a veruna festa, prima perchè la sanità di suo padre nol consentiva, e poi anche perchè messer Geri non la avrebbe condotta, pure essendo sano: sapeva che la Bice, lieta per una parte di esser vicina a suo padre, vivea malissimo contenta per l'altra di non dovere nè poter rivedere più il suo cavaliere, dolentissimo anch'egli di ciò, ma pur fermo nella fede: tanto che non si era avvicinato più alle case de' Cavalcanti; e tanto solo, in questo non breve tempo che la Bice era tornata, l'uno amante aveva saputo dell'altro, quanto ne avevano potuto raccogliere dai discorsi di frate Marco, il quale però non avrebbe mai risposto ad una interrogazione diretta su questa materia, per non dare nemmeno l'ombra di fare il mezzano; ed a fatica si lasciò vincere a' prieghi ed anche ai pianti di Guglielmo, che trovasse modo di far sapere alla sua Bice (perchè spesso andava da messer Geri) com'egli nel tempo delle feste non si mostrerebbe mai a veruna di esse. E di fatto in tutti que' giorni egli usciva dalla città la mattina per tempo, e andava visitando tutti i contorni di Firenze, più spesso recandosi a quella villa de' Cavalcanti, dove sei anni fa avea veduto la prima volta la Bice; e quivi sentivasi tutto riconfortato: tornava poi a Firenze così dopo sesta, nè più usciva di casa, dove andava maestro Cecco fino alla sera, dacchè anche egli, per consiglio del duca, si teneva lontano dalle feste, acciocchè non potesse nascere occasione da far rivivere lo sdegno e la persecuzione de' suoi nemici.

Ma i suoi nemici non dormivano. La duchessa era informata punto per punto di ciò che faceva messer Guglielmo e maestro Cecco. Circa a messer Guglielmo, ella si era temperata molto; aveva conosciuto quanto ad ogni onesta donna, ma specialmente ad una sua pari, si disdicesse il porre amore in altri che nel suo marito; e non solo avea proposto di abbandonare tale affetto, ma quasi vedea volentieri il matrimonio del cavaliere con la Bice, come quello che avrebbe in tutto e per tutto strappatole dal cuore ogni pensiero di ciò; tuttavía l'amore c'era stato, e non poteva fare che la non spiasse ogni atto del cavaliere, mossa per avventura, più che dalla gelosía, dalla curiosità innata in ciascuna donna. Circa al maestro Cecco poi era un'altra cosa; ella l'odiava a morte, perchè fin da principio si era accorta che aveva indovinato il suo amore per Guglielmo, e sempre sentiva al cuore la puntura di quei motti, che il maestro avevale gettato, sotto colore di riverenza e di cortesía. Senza che, quell'essere egli sempre attorno al cavaliere, lo prendeva quasi come una provocazione, e quasi un atto di ribellione, come se lo facesse per dispetto a lei; e però il suo sdegno se ne accendeva sempre più, d'accordo col cancelliere, di trovare il momento di perderlo, prima che uscisse da capo dalla città. E Cecco, senza accorgersene gliene dava materia, così per il continuo stare attorno a Guglielmo, come dicemmo; e poi per la baldanza che aveva preso dopo il geloso mandato affidatogli dal duca, e dopo essere stato richiamato a Firenze con modi e con parole, che chiaramente dimostravano quanta estimazione avesse il duca di lui, e quanto caramente lo tenesse presso di sè.

CAPITOLO XXXVIII. LA SECONDA GUERRA.

Mentre per altro la città di Firenze impazziva tra le feste, il duca e i suoi maestri di guerra studiavano come poter dare un fiero colpo a Castruccio, prima che il Bavaro si fosse avvicinato alle parti di Toscana; ma innanzi di assaltarlo risolutamente ed alla scoperta, fu pensato, se per maestría di guerra gli si fosse potuto guadagnare qualche fortezza, e dopo maturo consiglio fu dato il carico di tutta l'impresa al conte Beltramo.

L'oste del duca e dei fiorentini si componeva di ottomila pedoni; poi della gente del duca vi erano mille trecento a cavallo, e de' fiorentini vi furono cento de' principali cittadini tra nobili e popolani con due, e molti con tre compagni ciascuno, tutti a cavallo; e di tutta la gente a cavallo fu fatto guidatore Guglielmo, il quale avealo chiesto da sè al duca, ed ottenutolo con molta soddisfazione di ambedue. I pedoni si rassegnarono tutti nell'isola dietro a S. Croce, e i cavalieri sulla piazza dinanzi alla chiesa, alla presenza del legato del papa, che dette loro la benedizione; e avute le insegne dalle proprie mani del duca, si mossero, e andarono a posarsi a campo a piè di Signa, dove stettero fermi tre giorni. Niuno poteva indovinare dove l'oste si avesse a andare, e i fiorentini massimamente si maravigliavano dell'indugio; ma il conte lo fece ad accorto disegno, acciocchè Castruccio non si guardasse, là dove l'oste si dovesse porre, o a Pistoja o sul contado di Lucca, e acciocchè gli convenisse partir la sua gente in due battaglie. E Castruccio di fatto rimase colto all'inganno: egli stette un pezzo in dubbio qual cammino dovessero prendere i nemici; e non parendogli in numero tale che dovessero tentare l'impresa di Lucca o di Pistoja, dubitò di Carmignano; e benchè egli tenesse tutte le sue castella molto bene munite, nondimeno in questo caso gli parve di aggiungere dugento cavalieri a quel castello, i quali tolse dal presidio di Santa Maria a Monte, giudicando che quegli che rimanevano fossero sufficienti per ogni caso, essendo quel castello molto forte; nè dubitando di perderlo per mancanza di vettovaglie, perchè lo aveva di fresco fornito per tre mesi.

Vedendo pertanto il conte Beltramo che tutto andava secondo il disegno fatto insieme col duca, a capo di tre giorni che era stato fermo a Signa, si mosse la notte tacitamente con tutta l'oste, non volendo che si levassero le tende insino alla mattina a terza, affinchè le spie di Castruccio non si potessero accorgere della partita; e facendo la via di Montelupo, il giorno appresso, innanzi l'ora di nona, passarono la Guisciana al passo detto del Rossajuolo, per un ponte che egli vi aveva fatto gettare la notte medesima poco innanzi l'alba; e giunto a S. Maria a Monte, dov'erano arrivati prima quattrocento cavalieri di quelli che stavano in Valdarno, subito fece alloggiare il suo campo ne' luoghi opportuni; nel quale concorrendo, secondo che prima era stato deliberato, trecento cinquanta cavalieri che aveva mandato il comune di Bologna, il legato del papa ed altre amistà sotto la condotta di messer Vergiù di Landa, il dì seguente si trovò l'oste essere cresciuta infino a dodicimila fanti e due mila cinquecento cavalli; nè più si indugiò a metter mano all'impresa contro il castello.

Questo castello di Santa Maria a Monte è nel Valdarno di sotto, ed è posto su uno degli sproni che si avvicinano verso l'Arno, alle estreme colline occidentali del piccolo gruppo detto le Corbaje, tra il lago di Bientina e il canale della Guisciana.

Esso è molto antico, e si trova ricordato fino dall'anno 768. Per molto tempo fu sotto la giurisdizione quasi feudale del vescovo di Lucca, al quale lo tolsero i Ghibellini, reduci da Monteaperti nel 1261: poi tornò sotto il governo guelfo di Firenze; ma per tradimento de' maggiori della terra si diede alla signoría di Castruccio, che lo afforzò molto più che non era prima, benchè già fosse fortissimo; per forma che, al dire anche del Villani, era il più forte castello di Toscana, con tre cerchi di mura, e con ròcca munitissima.