I due personaggi di sulla porta di Badía, l'uno era frate Accorso da Firenze, inquisitore dell'eretica pravità nella provincia di Toscana; e l'altro era maestro Dino del Garbo. Questi fu medico eccellentissimo del suo tempo. Datosi a studiare in Bologna, valse tanto nelle arti liberali, nella filosofía e nella dottrina di medicina che, di volontà di tutto lo studio, fu promosso alla cattedra, dove insegnò molto tempo con fama grandissima. La invidia per altro fece ben presto sue arti verso di lui; nè poco gli si adoprò contro Cecco d'Ascoli, che leggeva allora appunto a Bologna; il perchè Dino fu costretto partirsene, e andò a leggere a Siena; nè a Bologna più volle tornare, con tutto che i Bolognesi solennemente lo richiamassero.
Fece parecchie opere di gran lode, che lo resero famoso in tutta l'Italia e fuori: tra le altre vuolsi notare più specialmente il commento latino sopra la famosa canzone di Guido Cavalcanti, la quale dei movimenti, cagioni, costumi e natura di amore, con ragioni, dice Filippo Villani, filosofiche e morali sì cautamente e mirabilmente dimostra; contro la qual canzone aveva, come dissi poco fa, scritto acerbamente Cecco d'Ascoli.
Dino, già vecchio, era tornato da qualche anno a Firenze, per finirvi quel tanto di vita che poteva tuttora restargli.
Adesso continuiamo il racconto: che oramai n'è il tempo.
CAPITOLO III. L'OMAGGIO E L'AMORE.
Il palagio del Podestà, chiamato poi del Bargello, non era condotto per anco all'ultima sua perfezione, dacchè non era ancora merlato; non era ancora stato messo in volta il tetto di sopra; non era costruita la maravigliosa scala del cortile; ma, con tutto ciò, era il più magnifico palazzo di tutta Firenze; e tanti erano stati i restauri e gli addobbi fatti per ricevere degnamente il novello signore, che sarebbe potuto servire di reggia a qualunque gran re: e il duca e la duchessa si mostrarono contentissimi di sì nobile residenza, che fecero anche più splendida con arredi proprj.
Il giorno seguente alla venuta de' principi, il gonfaloniere con tutti i priori, i capitani del popolo e i collegj, andarono a fare l'omaggio solenne al novello signore ed alla sua donna. La gran sala del palagio era mirabilmente ornata di pitture a fresco, e molta parte delle pareti coperta di nobilissimo corame messo a oro con bullettoni dorati: erano appiccati su in alto, e disposti in ben intesi gruppi, i gonfaloni del re Roberto, di parte guelfa, della repubblica fiorentina, della chiesa, dei sestieri e delle arti: panche, sedie ed altri mobili, il tutto di noce finissimamente intagliati, e ricoperti, quelli che il comportavano, di corame messo a oro, con bullettoni dorati: una edícola di gentil disegno e lavoro, con un'immagine della Vergine, opera di Giotto, era collocata nella parete di tramontana; nella parete di levante erano due nobili sedie sotto un baldacchino ricchissimo di sciámito rosso, seminato di gigli d'oro, e sormontato dalle armi della Chiesa e del re Roberto.
Introdotti il gonfaloniere, i priori e tutti gli altri, il duca e la duchessa, che erano seduti sotto a quello che potea dirsi trono reale, si alzarono, e si mostrarono benigni in atti e in parole: ambedue per altro avevano sulla faccia un certo non so che di altero e di soverchiante, che forte dispiacque ai Fiorentini; e quella stessa mostra di magnificenza, quell'essere attorniati com'erano di armati, e di tanti nobili cavalieri, teneva sospesi gli animi di molti, che si misero in apprensione per la libertà del comune. Il duca era assai giovane: scarso piuttosto della persona, sparuto nel volto e con rada barba; ma con due occhi così mobili, di così acuto sguardo e terribile, che davano segno, non solo della mobilità, ma anche di altra peggior qualità dell'animo suo. La duchessa al contrario era di persona ben formata, di gentile aspetto, se non quanto aveva del virile: vicina ai trent'anni, ma pur sempre bellissima, la sua beltà era rifiorita in modo maraviglioso dalle ricche ed elegantissime vesti.
La magnificenza di quell'addobbo, lo sfoggio di armi, di gioje, di vestimenti, così dei principi come de' tanti cavalieri che loro stavan d'attorno, faceva strano contrasto colle semplici vesti de' cittadini fiorentini, i quali rimasero sopraffatti da tanto splendore e da tanta magnificenza; per modo che il gonfaloniere durò fatica a spiccicare poche parole del complimento d'uso, alle quali il duca rispose quello che sogliono rispondere tutti i novelli signori, fermandosi sulle bellezze della città, sulla virtù dei cittadini, sulla buona volontà con cui vengono di rispettare usi e consuetudini, e di spendere vita ed averi per l'utilità del popolo e per il buono stato e per la libertà del comune, e ben presto diede loro commiato. Come il gonfaloniere fu vicino alla porta, gli si fe' presso Gualtieri di Brienne, duca d'Atene, e sotto voce gli disse:
— Il signore vuol conferire con voi per cose che importano al buono stato della terra; piacciavi di trattenervi un poco qui in palagio.