E datogli per compagno un converso, furono tosto al vescovado, che appunto il vicario dell'inquisitore stava esaminando altri testimoni nel processo di Cecco, la maggior parte de' quali, essendo fatti fare ad arte ed a prezzo, avevano tirato ad aggravare il reo; e più di tutti, come il lettore crederà senza ch'io troppo mi affatichi a dirglielo, lo aggravò Dino del Garbo, che fu udito il primo, come colui che avea fatta la denunzia, e dovea confermarla in qualità di testimonio. Ma come il vicario fu avvisato da un familiare dell'Inquisizione essere giunto frate Marco de' predicatori, e' lasciò stare ogni altro testimonio, e si fece venire innanzi lui, al quale, datogli il giuramento di dir la verità cominciò l'interrogatorio in questa forma:
— Sai tu per avventura, o frate Marco de' predicatori, la cagione che io ti ho citato a questo presente esame?
— Se voi, reverendo padre in Cristo, non me lo dite — rispose tremando il frate — io non so nulla.
— Conosci tu verun eretico, o negromante, o che per eretico sia stato condannato, o che di eresía sia in qualche modo sospetto?
— Cessi Dio che de' casi fatti io ne conosca mai niuno!
— E Francesco Stabili da Ascoli, che si fa chiamare maestro Cecco, nol conosci tu?
— Ah! si, messere, il conosco.
— E non sai tu che egli fu già condannato per eretico?
— Ma so che fece penitenza, che ricredè i suoi errori, e che fu perdonato.
— E non andavi tu a udirlo leggere là in Calimara?