Avuto fine il parlamento de' savj di guerra, Guglielmo se ne tornò diviato alle case sue, pensando sempre alla sventura del povero maestro Cecco, e sempre ruminando come potesse salvarlo. La Bice, vedutolo appena, si accorse del costui turbamento, e paurosa nella faccia, il domandò che avesse. Anch'ella rimase dolorosissima del fatto, e come ad un tratto si sparse la novella per casa, anche a messer Geri ne parve male, ed alla stessa Simona; la quale, se avealo creduto un negromante laggiù a Settimello, dopo le assicurazioni del suo prete e del bel cavaliere, la seconda volta che vi fu, e dopo le dolci parole che Cecco quella seconda volta le disse, lo aveva discreduto non solo, ma gli aveva anche cominciato a volere un certo che di bene, tanto che, sapendo che erano stati i frati di S. Croce quelli che l'avean preso, non solamente con licenza, ma con approvazione e conforti di Guglielmo e della Bice, si mise ad andare tutte le mattine alla prima messa alla loro chiesa, se mai, facendosi devota d'un di que' frati potesse raccogliere qualcosa del fatto e dello stato del maestro.

Ma prima di dire altro, andiamocene un po' a sapere che avea trescato frate Marco, frugato come lo vedemmo dalla paura. Egli erasi avviato là nel Casentino, non troppo lungi da Arezzo, presso un prete suo vecchio amico; ma strada facendo, pareva che quella gran paura gli scemasse quanto si allontanava da Firenze, risolvendosi quasi affatto che o l'Inquisizione non avrebbe fatto il processo di Cecco, o che quegli sarebbe riuscito a fuggire da Firenze celatamente: e, non che e' fosse tornato subito addietro; ma, se avesse avuto qualche altro conoscente più vicino, si sarebbe anche fermato a mezza strada, per attingere più agevolmente novelle, e per aver più agevole la tornata. Non avendo per altro dove posarsi, arrivò fino lassù dal suo prete, il quale lo accolse amorevolmente, ed a cui colorì in certo suo modo quella improvvisa andata, allegando che era dovuto venire ad Arezzo per comandamento del suo priore, e che, con licenza di esso, non era voluto tornare a Firenze, che non avesse visitato lui suo antico amico. Ma era passato appena il primo giorno, che eccoti il messo del priore di Santa Maria Novella, il quale intimavagli a nome della santa obbedienza che tosto cavalcasse a Firenze, dove al luogo loro si dovevano trattare bisogne gravissime della regola, e dovevano esserci tutti quanti i frati.

Frate Marco non sospettò di nulla per questa chiamata: ma tuttavía non la ebbe troppo per bene; e a Firenze non tornava di troppo buona voglia, finchè non avesse saputo altro della sorte di maestro Cecco: tuttavía il voto di ubbidienza voleva che andasse e andò, e appena giunto fu subito dinanzi al priore, il quale senz'altro preambolo:

— Frate Marco, che frutto avete voi fatto colla vostra predica là, in Casentino?

E poichè queste parole disse severamente accigliato, a modo di chi vuol fare acerba rampogna, egli tutto timido rispose:

— Messere, quel prete mio amico.... gli avevo promesso....

— Chetatevi, non mentite anche al vostro prelato per giunta alle altre peccata.... Quante volte vi aveva io ammonito di lasciar andare la pratica di quel maestro Cecco come pericolosa a chicchessía, e troppo disdicevole a un frate? Ora esso è preso per eretico; e l'inquisitore richiede voi per testimone.

— O Dio, messere, liberatemi voi....

E così dicendo gli cadde ginocchione dinanzi, abbracciandogli le ginocchia, e piangendo amaramente. Ma il priore con tono ed atto gravissimo:

— Osereste voi richiedermi di essere contumace alle leggi della Santa madre Chiesa, e di frastornare l'opera della santa Inquisizione contro l'eresía? Fate di essere tosto al vescovado, e fate di non mostrarvi indegno dell'abito che portate.