Le quali cose udite e registrate, gli fu letta e fatta firmare la sua deposizione; gli fu fatto giurare che terrebbe stretta credenza, e fu licenziato.

Ma non era finita lì. Quel povero diavolo, tutto rotto della persona, e con le braccia e quel mo' scarrucolate, uscito appena dalla sala del tribunale, gli si fe' incontro un famigliare della Inquisizione che il doveva menare alla presenza dell'inquisitore, dove giunto, quel terribile uomo gli disse con severo piglio:

— Sappine grado al priore del tuo monastero ed all'abito che tu vesti, se anche te non ho compreso nel processo di questo pateríno maledetto da Dio, di cui tu, a vituperio del tuo ordine, e a grave scandolo de' buoni cattolici, fosti uditore e seguace. Ma bada, un'altra fiata nè priore, nè abito, nè ordine, nè altra umana considerazione ti salveranno; e se ora hai trovato misericordia appresso questo sacro tribunale, allora pagheresti gravissimamente anche le pene presenti.

Frate Marco, che aveva assaggiato la tortura, e come dicevan gli antichi, non avea più osso che ben gli volesse, pensò che cosa dovesse essere l'ira e il furore del sacro tribunale, se quella usata con lui era misericordia; e tutto umile rispose:

— Reverendo in Cristo padre, della misericordia vostra ho avuta tal prova, che mai la dimenticherò. Gran mercè, messere.

— Togli, soggiunse l'inquisitore senza neppure badargli, recherai al tuo priore questa carta. Va, e il signore ti illumini.

E frate Marco, presa la carta e baciata la mano all'inquisitore, si strascicò alla meglio al convento, e fu al priore. La carta scritta dall'inquisitore diceva che frate Marco, a sua intercessione escluso dal processo, era per altro degno di pene gravissime; e però rilasciava a lui, suo prelato, il dargli quelle che gli paressero più acconce, così per esempio agli altri, come per l'obbligo strettissimo che ciascun prelato ha di non lasciare impuniti peccati simili: il perchè, il priore comandò che frate Marco fosse messo tosto nella prigione loro, e quivi sostenuto fino a comando contrario.

CAPITOLO LIII. IL PROCESSO.

Eran già passati otto giorni che maestro Cecco fu chiuso nella orribile sua prigione, e nè egli era stato mai chiamato a veruna disamina, nè niuno per la città avea potuto saper nulla di lui, con tutto che Guglielmo specialmente, confortatone anche dalla Bice, studiasse ogni modo da saperne qualcosa. Era stato a Santa Maria Novella per cercare frate Marco; ma solo potè raccogliere che frate Marco stesso era stato esaminato e posto alla còlla, e che ora era in prigione per comandamento del priore.

La Simona andava tutte le mattine a Santa Croce; e avvezza alle usanze della chiesa: e sapendo come bisogna bazzicare co' frati e coi preti, la s'era già addimesticata, ora domandandogli una cosa, ora un'altra, di messe, di congreghe, di laudesi ed altri simili, la s'era addimesticata, diceva, col sagrestano, un fratone lungo e secco che pareva la quaresima, il quale per altro era, per dir come allora si diceva piacevoleggiando, il miglior brigante di questo mondo: ed un giorno che le parve, lui essere di migliore umore del solito, la s'attentò a entrare così alla larga in materia: