— Maestro, sono alla mercè vostra; mi salvaste altra volta, salvatemi adesso.

— Cosa ch'io possa, bel cavaliere; che vi piace?

— Non cerco ajuto dall'arte vostra; ma dal vostro affetto e dal vostro consiglio.

— E l'una cosa e l'altra son tutte vostre: parlate.

— Sono innamorato, e vengo da voi per soccorso.

— Qui, figliuolo, nè l'arte mia, nè l'affetto, nè il consiglio ci possono nulla; e dall'altra parte io spero che non vorrete farmi Prenze Galeotto, soggiunse ridendo maestro Dino.

— Oh, maestro, è troppa la riverenza in che vi tengo, e il grato animo che mi vi lega, da formare così vile pensiero di voi... Ma voi siete famigliare ed amico dei Cavalcanti...

— Intendo, cavaliere, dove volete riuscire. Fin da quando vi curai del vostro malore mi accorsi del vostro amore per la Bice de' Cavalcanti; e dopo che foste partito, ne presi certezza dal modo che essa teneva, dalla grave mestizia che la occupò, e da certe parole tronche di M. Geri, il quale per altro non me ne disse mai nulla direttamente.

— Come! la Bice si accorò del mio partire, e ne fu sempre dolente?

— Non ebbe mai più bene di sè; ed era la maraviglia e il rammarico di tutti il vedere colei che era stata il fiore e la letizia delle donzelle fiorentine, ridotta una cosa tanto scura e tanto mesta.