— Maestro, se Dio vi ajuti, non mi abbandonate. Io vivo solo per la Bice: l'amo, dopo Dio, sopra ogni cosa umana; fate che io le parli: sono cinque interi anni che mi consumo di lei: cinque interi anni che nulla ne ho più saputo: l'ho creduta infedele; l'ho creduta sposa di un altro: l'ho creduta perfin morta. E ora l'ho riveduta sempre più bella, sempre più angelica, sempre amante... Maestro, ajutatemi, consigliatemi.

E qui non potè fare che allo scongiuro non tenesse dietro uno scoppio di pianto.

— Figliuolo — disse maestro Dino — che io vi procuri il modo di parlare alla Bice non è onesto nè a me nè a lei. Posso bene parlarne con M. Geri suo padre, ed esortarlo efficacissimamente che secondi gli onesti vostri desiderj.

— Suo padre! è inutile, maestro: fu avverso al nostro amore fin da principio.

— Io non so altra via che sia buona.

— Oh Dio, voi mi uccidete: io son diserto... da chi troverò consiglio?... Ah!... maestro Cecco! esclamò Guglielmo, a modo di chi si mostra lieto di aver trovato un sicuro ripiego.

Al nome di maestro Cecco, Dino si fece in volto come di bragia, e con atto di strana maraviglia dimandò:

— Maestro Cecco! Intendereste forse di Cecco d'Ascoli?

— Sì, rispose Guglielmo, esso è uomo di tanta sapienza, che...

— Di tanta sapienza? — interruppe Dino, — esso è un eretico scomunicato; è nimico del nome fiorentino; e i due più illustri figliuoli di questa patria ha scherniti e vituperati, dico Dante e Guido Cavalcanti, zio appunto del padre di quella Bice che voi amate. E voi ora vorreste che, siccome egli vituperò il zio, ora vituperasse il nipote, facendo da mezzano agli amori della sua figliuola...