— Maestro Dino, io sono leale cavaliere...
— I Fiorentini, messere, si chiamano ciechi, ma non sono: e i grandi di questa terra sono e leali e generosi e valenti in arme quanto cavaliere o francese o provenzale; nè loro si fa vergogna che non si paghi col sangue, o con lacrime amare.
— Maestro Dino! — riprese da capo Guglielmo — se voi non foste quell'uomo che siete, e se non aveste codesti capelli bianchi, non so s'io comporterei sì fatte parole.
— Nè io, così canuto, ho paura di voi e de' pari vostri. Maestro Cecco!... E il Duca stesso, che sapeva l'avversione di lui a Firenze, e come egli abbia cercato di offuscare le glorie maggiori nostre, chi sa che non lo abbia condotto qua seco per ischerno e per oltraggio di noi e della nostra terra. Ma, se questa è ora oppressa dalla sventura, e i suoi cittadini ora dormono, potrebbero un giorno destarsi, e far pagar caro a' superbi stranieri, ed ai truci tiranni lo scherno e l'oltraggio.
Tali parole diceva Dino tutto infiammato nel volto, e vinto assolutamente dall'ira. Tanto era l'odio che aveva per Cecco, che il solo nominarlo, ed il sentire che godeva fama di sapienza, gli aveva tolto il lume degli occhi; e chi sa fino a qual punto sarebbe arrivata la cieca furia di lui, se Guglielmo, tra per la riverenza in che lo teneva, per il rispetto alla sua canizie, e per non sentirsi tirato pe' capelli ad oltraggiare quel vecchio in sua casa, pensò bene di partirsene, dicendogli sole queste parole: «Maestro, io non sono troppo letterato; ma ricordomi bene di aver letto che un antico savio latino disse questa sentenza: Ira est initium insaniae.»
CAPITOLO VI. L'AJUTO DI CECCO.
Aveva Guglielmo fatto pochi passi fuori dell'uscio, che, sboccando da via del Garbo, dove erano le case dei Cavalcanti, nel Corso degli Adimari, si abbattè in Cecco d'Ascoli, a cui raccontò minutissimamente quel che gli era accaduto in casa maestro Dino; e fermandosi sul fatto della Bice, ed esortandolo a consigliarlo e ad ajutarlo, Cecco rispose, cercando di coprire il suo sdegno con una certa tinta di gravità.
— Messere, la ira e i vituperj di Dino contro di me non vi diano maraviglia: leggemmo insieme per molti anni nello studio di Bologna; e come egli si reputa il primo scienziato del mondo, e la mia scuola era più frequentata e più lodata che la sua, così ne prese fierissima invidia, e per me egli era sempre sparso di livore. Combattei gli errori di quel Dante Alighieri, di cui questi Fiorentini vanno tanto alteri, e massimamente questo maestro del Garbo, che, tra le altre cose, lo appella Divino. Scrissi contro alle false dottrine contenute in una certa canzone di altro loro poeta e filosofo, amico singolarissimo di questo Dante e di questo Dino; ed anche di ciò prese fiero sdegno, e riscrisse un commento a quella canzone, contrario tutto alla mia sentenza: cosa meschina e debole se altra ne fu... Ma tal sia di quel tristo vecchio. Voi, messere, mi chiedete ajuto e consiglio nel fatto vostro; e debito mio sarebbe invece il disajutarvi.
— Oimè, maestro, ch'è quello che mi dite?
— Dopo il vostro incontro con la Bice dinanzi alla duchessa, questa mi volle a sè, e la trovai accesa di tanto sdegno e di tant'ira, che quasi mi fece paura. Messere, mi parlò per forma che io vi intravidi la gelosía: mi sono io apposto?