«Nel 1847 incominciò a Pistoja un giornale intitolato Ricordi filologici che ebbe buon successo e fu da molti applaudito; ma lo interruppe un anno dopo, per andare coi volontari toscani in Lombardia, dove preso colle armi alla mano (ed armi non istate oziose[2]), e fatto prigioniero degli Austriaci, il 29 maggio fu cogli altri suoi compagni condotto a Mantova, e poscia a forza di marciate assai penose nel forte di Theresienstadt, sull'estremo confine della Boemia, donde uscì nel settembre, al concludersi dell'armistizio solasco. Ritornato in patria ripigliava lo studio delle lettere e, amico del Gioberti, era da lui chiamato in Piemonte, nel Ministero di Pubblica Istruzione; ma salito al potere il Pistojese Franchini, si avea da lui ufficio onorato nel Ministero di Toscana. Dopo la restaurazione del Lorenese era mantenuto in ufficio, ma guardato sempre con sospetto. Non ostante qualche opposizione, dava mano a un nuovo giornale di Filologia, Letteratura, Istruzione Pubblica e Belle Arti, cui metteva il titolo di Etruria, bene a ragione encomiato dal Gioberti. Nel 1859 veniva eletto bibliotecario della Marucelliana, e poi nel 1861 con decreto del principe di Carignano, chiamato a reggere la Biblioteca Nazionale di Napoli, carica che non volle il Fanfani accettare[3].
«Moltissime sono le opere di lui, ma non tutte del medesimo interesse[4]. Aspettando che egli, nella età in cui si trova, regali alle lettere lavori veramente degni della sua dottrina, come gli ultimi dati fuori, ci facciamo ad enumerare i principali: 1º. Il Vocabolario della lingua italiana (Firenze, Le Monnier 1856), lavoro pensato e coscienzioso dove in mezzo a tanti difetti (alcuni dei quali già stati notati dal Viani) risplendono pure pregi infiniti[5]. 2º. I Diporti filologici (Napoli 1858), dialoghi già pubblicati in vari periodici, e benchè dispaiano gli uni dagli altri negli speciali argomenti, veggonsi tuttavolta assai bene congiunti insieme per tendere a quell'unico scopo di scrivere bene l'italiano[6]. 3º. Le Osservazioni sui primi fascicoli della quinta impressione del vocabolario della Crusca (Modena 1849). Questa scrittura fu causa di molti dispiaceri al Fanfani, e diede argomento perchè tra lui e gli accademici della Crusca s'impegnasse una disputa che si mantenne viva per qualche tempo e venne acquistando molta celebrità in Toscana. Il Fanfani avea colla sua natural franchezza dichiarato, che i sette fascicoli di quella impressione erano erronei, anzi un vero plagio, una rapsodia, e lo avea solennemente espresso in una dedicatoria di quel suo scritto al Parenti. La Crusca se l'ebbe per male, e invitò uno dei suoi socii a rispondere. Il Salvi fu quello che volle mettersi a battagliare col filologo pistoiese, scrivendo le più orribili villanie. L'Arcangeli, imitando il Salvi, nelle ultime parole di un Apatista disse vituperii del Fanfani, suo amicissimo e confidente, quando afflitto da domestiche sciagure non poteva, com'era conveniente, rispondere. Con tutto questo pochi mesi dopo i Cruscanti diedero ragione al sagace critico, e quei fascicoli sui quali si era aggirato la disputa giudicati roba da nulla, furono messi da parte per dar luogo a una ristampa in altra maniera[7]. 4º. Il Vocabolario dell'uso toscano (Firenze, Barbèra. 2 vol. 1863), e 5º. il Vocabolario della pronunzia toscana (Firenze, Le Monnier, 1863), opere indispensabili a studiarsi da chi attende a curare il nostro bello idioma, per la molta conoscenza che l'autore mostra della lingua italiana e della pronunzia toscana, e per la straordinaria erudizione che sempre vi s'incontra: erudizione solida, abbondante, provata. Molti furono i critici che ripresero questi lavori e ai più non piacque quella mescolanza che il Fanfani spesso fa di parole che figurano sempre diversamente nelle diverse città toscane, come per la pronunzia. Assai sono gli errori, a vero dire[8], e tali che dovrebbe egli correggere in un appendice o in una seconda edizione, facendo suo pro delle osservazioni degli onesti e coscienziosi linguisti; ma non sappiamo trovar parole che bastassero a lodare il compilatore pel bene che arrecò alle lettere con questi nuovi libri, che gli costarono parecchi anni di studii indefessi.
«Le opere del Fanfani, che diremo minori, sono: le Lettere precettive di eccellenti scrittori; il Decamerone del Boccaccio; la Fiera e la Tancia di Buonarroti il Giovane; le Novelle e le Commedie di Grazzini detto il Lasca; le Poesie burlesche de' più illustri autori classici, libri tutti annotati e postillati. Oltre a questi ve ne sono degli altri editi per sua cura, tali sarebbero: l'Aiace del Buonarroti; i Conti di antichi Cavalieri; il Gazzettino di Girolamo Gigli; il Dialogo della bella creanza delle Donne di A. Piccolomini; l'Attila, Flagellum Dei, romanzo cavalleresco; i Marmi di Anton Francesco Doni; il Pome del Bel Fioretto, poema di Domenico da Prato; Lorenzo e Lorenzino dei Medici, ecc. le quali pubblicazioni, toltane alcuna, sono state tirate in numero scarsissimo di esemplari, collo intendimento di lasciarle come rarità bibliografiche; e finalmente poche traduzioni dal latino e dal francese, tra le quali stupenda ci pare quella dagli Anabbatisti di Monforzio.
«Pietro Fanfani, ingegno carissimo, adorno di tanto e si squisito gusto è dei pochi, per servirci delle parole del Deputato Bruto Fabbricatore, i quali nella felice Toscana mantengono in pregio ed onore la buona lingua ed i classici studii, ritraendo bellamente in sè quello che ad altrui va inculcando; questo attestano le molte opere finora ricordate, e lo comprovano le varie prose da lui composte per la Rivista di Firenze, pel Passatempo e pel Piovano Arlotto, periodici diretti da quel raro ingegno che è Raffaele Foresi, e che non perdonarono ad offesa di sorta fatta alla nostra lingua.
«Il Fanfani dirige in Firenze il Borghini, rivista mensuale di filologia e lettere: il solo che si occupi seriamente degli studii della vera lingua italiana, che Egli vorrebbe veder propagata e abbracciata dall'universale; e dei pochi che servano di addentellato a nuovi e più vasti lavori sul nostro idioma.»
Sin qui il Pitrè. Ulteriori notizie biografiche non ne aggiungo. Chi vuol conoscere più addentro le vicende di questo principe dei moderni filologi italiani leggerà un giorno con interesse e con diletto la Vita che il Fanfani sta scrivendo, e che senza dubbio riuscirà un libro importantissimo. Là sarà pure svolta la storia dei combattimenti da quel profondo ingegno sostenuti. Chè come a tutti i grandi uomini non mancarono neppure al Fanfani persecuzioni ed inimicizie. Di sopra si è già potuto vedere quanto indegnamente egli fu perseguitato dagli Accademici della Crusca. Per altro la Crusca, dopo averlo perseguitato a morte, vedendo riuscir vani tutti i suoi attacchi, giudicò bene ravvedersi e riparare come si poteva ai torti fattigli. Il perchè non solo mandava alla cartería quei fascicolacci sul cui valore si era disputato, ma faceva pure suo socio ed Accademico quel medesimo Fanfani che essa aveva tanto fieramente perseguitato. Così alla fin dei conti la guerra letteraria fece grande onore al Fanfani e gran disonore alla Crusca. Assai fieramente e, non dubito aggiungerlo, assai puerilmente scrisse contro il Fanfani Vincenzio Nannucci nella prefazione al primo volume della seconda edizione del suo Manuale, dove egli te lo acconcia proprio pel dì delle feste. «Ma, sai che è?» dirò col Di Giovanni; «il Nannucci soffriva di bile, e se la pigliava contro chi fosse. Po' poi, sapeva tanto il merito del Fanfani in fatto di studii filologici, che il pregava fra le tante di correggergli a suo modo uno scrittarello sull'Arcangeli; e in stampa diceva all'Arcangeli e a tutta l'Accademia, che delle origini della lingua egli, il Fanfani, ne sapesse mille volte più di loro.» — Et de hoc satis! Oggi la polemica ed i vituperii del Nannucci sono intieramente dimenticati, nè la gloria del Fanfani ne ha sofferto un jota. E pure il Nannucci era un Grande! Potrebbe servir di esempio, ma non servirà, a certi letteratucci d'oggidì che van cercando gloria e reputazione nelle brighe e nei vituperii che vomitano contro chi è le cento e cento volte da più di loro. Le male lingue ponno bensì oscurare per un'istante la vera gloria, ma sono come le nuvole che si dileguano presto dinanzi al sole.
Se il Fanfani fu perseguitato egli uscì alla fine vittorioso da tutte le persecuzioni, e non vi è oggi chi ardisca negargli la gloria di essere egli il principe dei filologi italiani. Egli occupa in Italia il medesimo posto che i celebri fratelli Grimm nella Germania. Nonostante le persecuzioni accennate ed altre non gli venne pertanto meno la riconoscenza dei buoni e non gli mancarono gli onori dovuti al suo ingegno ed al nobile suo carattere. L'Istituto veneto e tutte le principali accademie d'Italia si recarono ad onore di ascrivere il Fanfani fra i più distinti loro socii. Il Ministero di Agricoltura industria e commercio lo eleggeva Presidente della Commissione del vocabolario tecnologico; Vittorio Emanuele lo faceva di suo proprio moto prima cavaliere, e poi ufficiale de' SS. Maurizio e Lazzaro. Tanti onori avrebbero per avventura reso altri superbi, ma non il Fanfani, che è un vero esempio di modestia. Chi già ebbe relazioni secolui sa quanto egli sia alieno da qualsiasi orgoglio. E qual meraviglia? Non sono che i ciarlatani che hanno grande opinione di sè stessi e presumono di esser gran cosa subito che hanno accattato un qualche onoruccio, fosse pure un decreto di cittadinanza. Ma i veri dotti, i profondi scienziati da Socrate in qua si distinsero sempre colla loro umiltà e modestia.
Delle opere del Fanfani abbiamo già parlato. Ma soltanto in parte. Ci resta a ragionare di quelle che il celebre letterato pubblicò dopo che il Pitrè scrisse i suoi Profili. L'eccellente giornale Il Borghini finiva di vivere, non so perchè, dopo soli tre anni di vita. I suoi lavori lessicografici il Fanfani li aumentava pubblicando l'insigne Vocabolario dell'uso toscano (Firenze, Barbèra). «Questo Vocabolario contiene quella parte del volgar toscano, la quale non si trova, se non in piccola parte ne' vocabolari che abbiamo; e che forse e senza forse è la più bella e la più efficace. Vi si assegna la ragione di parecchi idiotismi comuni al popolo, di vari singolari costrutti e proprietà di lingua. Si pongono spesso dei riscontri tra l'uso corrente e l'uso degli scrittori antichi; e nulla si trascura di ciò che può illustrare la soggetta materia. Per non far poi un magro registro di voci, ed un lavoro uggiosamente uniforme, si dà varia forma ai diversi temi, quando venga il bello, e recasi ancora qualche composizioncella inedita, dove serva comecchesia di illustrazione.» Quantunque l'edizione di questo utilissimo libro fosse già da alcun tempo esaurita non se ne fece sinora una seconda, per colpa non già dell'autore, che pur desiderava di farla, bensì dell'editore Barbèra, che non reputò opportuno di farla per ora. Lo perchè il Fanfani pubblicava nel 1870 le sue non meno insigni Voci e Maniero del parlar fiorentino (Firenze, Polverini), che sono una Giunta al vocabolario suddetto.
Oltre all'essere principe dei moderni filologi il Fanfani è pure dantista insigne. Moltissimo devono a lui gli studii danteschi, massimamente in ciò che concerne la critica del testo della Divina Commedia. Quel suo secondo dialogo dei Diporti filologici che discorre di lezioni dantesche è proprio oro di coppella. Lo stesso è a dirsi dei suoi numerevoli lavori danteschi pubblicati nell'Etruria, nel Piovano Arlotto, nel Borghini ed in altri giornali. Convien proprio deplorare che al Fanfani non sia riuscito di eseguire un suo vasto disegno onde dare una edizione di Dante ridotta alla sua vera lettura. «Aveva disegnato», dice egli, di «metter su un giornale, ordinato solamente a preparare un'ottima edizione della Divina Commedia. Volevo aprire, per mezzo di esso, corrispondenza con tutti gli studiosi di Europa: chi aveva varie lezioni da mandare, interpretazioni da proporre, notizie insomma ed erudizioni da illustrare il Poema, dovesse farmele ricapitare: ogni cosa si dovesse stampare e discutere nei fogli del giornale: discusso e ventilato ogni cosa, si dovesse stampare, come lambiccato di queste discussioni e ventilazioni, un canto col suo commento: su questa stampa dovesse, chi voleva, far le sue censure ed osservazioni; dopo esaminate le quali, un consiglio a ciò deputato, composto di uomini più reputati negli studi danteschi, dovesse fermarne stabilmente il testo, approvarne il commento, e licenziarne la divulgazione.» Ognun comprende facilmente quanto di bene questo gigantesco disegno avrebbe recato agli studii danteschi. Ma perchè dunque il Fanfani non diede mano all'esecuzione? Fattelo dire da lui: «Ma poi mi misi a pensare si res mihi lecta esset potenter; e tutto il mio disegno fu cancellato da una bella risata, considerato ch'io ebbi la mia piccola sufficienza, e che sì fatta impresa potrebbe solo compiersi col favore efficacissimo di un Governo, o di qualche ricchissimo e generoso signore.»
La più eminente pubblicazione dantesca del Fanfani è sinora il Commento alla Divina Commedia d'Anonimo Fiorentino del secolo XIV, che si cominciò a stampare a Bologna nel 1866, e di cui ne uscirono già due grossi volumi, contenenti l'Inferno ed il Purgatorio, mentre il terzo ed ultimo volume si pubblicherà in breve. Il discorrere del valore scientifico, critico e letterario di questa esimia pubblicazione non è di questo luogo. Basti osservare che mediante essa il gran filologo occupa un posto eminentissimo fra i moderni dantisti, e non solo fra i moderni ma eziandìo fra i futuri, appo i quali il nome del Fanfani sarà ricordato con venerazione e gratitudine, quando certi frannonnoli che oggidì con millantería goffa e ridicola pretendono sostener loro «il peso erculeo della Letteratura dantesca», soltanto perchè sciupano carta ed inchiostri senza fine, saranno del tutto posti in obblío.