Tanto numerevoli sono le pubblicazioni del Fanfani che non mi è possibile di farne una enumerazione compiuta, nonchè di parlare di cadauna. Non voglio per altro passar qui sotto silenzio un paio di lavori che in tal qual modo si ponno considerare come i precursori del Cecco d'Ascoli. Il primo di essi è La Paolina. Novella in lingua fiorentina italiana (Seconda edizione. Firenze, Polverini. 1868). Propriamente questa graziosa Novella è diretta a confutar co' fatti la sentenza del Manzoni che l'Italia non abbia una lingua nazionale. Il Fanfani dunque, che già aveva combattuto contro il Manzoni nel suo dotto opuscolo: La lingua italiana c'è stata, c'è, e si muove (Faenza, 1868), fece una Novella nella quale «non si legge una parola che fiorentina non fosse, e che non fosse ad un'ora stessa italiana.» La Novella è dunque un lavoro assai artificioso, eppure è scritta in una lingua tanto bella e naturale che ogni fanciullo la può intendere senza qualsiasi difficoltà. Un'altro lavoro di questo genere è il grazioso romanzo: Una Bambola. Romanzo per le bambine (Firenze, Polverini. 1869). È questo uno dei più bei libretti per le bambine che io mi conosca nella letteratura italiana. «Il fine dell'autore è morale e educativo: facendo la storia di una bambola, ne piglia occasione a trattare i punti principali della educazione femminile, e a dimostrare qual è il vero ufficio della donna nella Società: il tutto con linguaggio e pensieri semplicissimi e adattati alla intelligenza delle bambine.» Su questo ed alcuni altri scritti morali ed educativi del Fanfani si può confrontare un mio articolo nel Magazzino di Letteratura estera di Berlino (1870. pag. 436 e seg.).
Chiuderò questi brevi Cenni esclamando col Prudenzano: «E dove porremo quell'ingegno carissimo di Pietro Fanfani, adorno di tanto e sì squisito gusto, di spontaneità e grazia soavissima nell'italico idioma?» ed augurando che gli sia concesso di arricchire la scienza e le lettere di nuovi parti del profondo suo ingegno. In ogni modo il nome di Pietro Fanfani vuol dire una nuova epoca nella storia della filologia e letteratura italiana.
Il Cecco d'Ascoli è fuor di dubbio uno dei più bei romanzi che orna la moderna letteratura d'Italia. Vi fu chi lo pose allato ai Promessi Sposi, all'Ettore Fieramosca, all'Assedio di Firenze ed al Marco Visconti. Io non dubito un momento di porlo al disopra di tutti questi romanzi. Della lingua non giova parlarne; in merito ad essa nessuno attinse giammai tanta purità bellezza e perfezione come il Nostro. Ma anche la tessitura del romanzo ed il carattere delle persone non teme mica il paragone coi più insigni lavori di tal genere. I caratteri di Dino del Garbo e di Cecco d'Ascoli sono forse forse un pochettino esagerati. Ma le sono queste quistioni di dotti e però non mi ci fermo sopra. Aggiungerò solo che a me sembra degno di considerazione quanto sopra il Cecco e la sua Acerba scrisse il cav. Palermo nel secondo volume della sua opera: I Manoscritti Palatini (pag. 163 a 258). Ritornando al nostro romanzo dico che alcuni caratteri che in esso ci si fanno incontro, sono veramente impareggiabili. Quanto amabile quella Bice! Essa vale due buone Lucie; e quel prete di Settimello colla sua Simona paragonato al buon don Abbondio colla sua Perpetua! Ma io non mi fermerò ulteriormente a commendare un libro che non ha certo bisogno delle povere mie lodi, e mi contenterò di presentare dinanzi agli occhi de' lettori un piccolo florilegio di giudizii che sul Cecco d'Ascoli si stamparono in Italia.
Antonio Zaccaria pubblicava a proposito del Cecco d'Ascoli un'opuscolo intitolato: Del romanzo dei romanzieri e del signor Pietro Fanfani, ove dopo aver ragionato di parecchi dei più celebri romanzi italiani il ch. autore continua:
«Ma un nuovo scrittore di romanzi ha oggi fatto capolino in sulle scene letterarie d'Italia, e questi è il signor Pietro Fanfani, già noto alla repubblica delle lettere per i suoi lavori filologici. Esso col suo racconto intitolato Cecco d'Ascoli ha fatto vedere d'intendere meglio di ogni altro, come voglia essere usato il romanzo in Italia, e a quale scopo rivolto. Esso ha conosciuto che il romanzo, com'è usato dagli stranieri, non può adattarsi ai popoli di stirpe latina, qual è l'italiano, stirpe esquisitamente sociale. Dietro l'esempio degli uomini dotti di tutte le età, egli usa la favola per propagare le utili cognizioni. Dipinge i costumi e le vicende dell'umana vita, dimostra gli errori in cui siamo tratti dalle nostre passioni, in fine rende amabile la virtù e odioso il vizio. La maniera sua è romantica, ma accomodata all'indole della letteratura d'Italia, conciosiachè si avvicini al fare della novella, componimento più nostrale e che deve all'Italia il suo vero splendore. Quello però che, a parer nostro, forma il più alto pregio del racconto del Fanfani, si è che ogni regola d'arte vi si trova scrupolosamente osservata. In vero se tu riguardi all'orditura del Cecco d'Ascoli vi scorgi quell'unità d'azione che i nostri buoni vecchi ci predicarono tanto; poichè nel Cecco il subbietto figura sempre principale, e tutte le cose che delle altre persone si vanno discorrendo si intrecciano ed annodano ad esso. Se poi osservi i costumi, li trovi dipinti co' loro colori naturali non solo, ma ancora con colori che non fanno l'un coll'altro alcun contrasto. Ivi non ti avvieni a quei costumi esageratissimi che o non s'incontrano in natura, o sono aberramenti non imitabili della natura. E quanto al dettato mal potresti desiderare cosa migliore: nel che vuol esser tanto più encomiato il chiarissimo Autore, quanto ha dovuto vincere difficoltà tragrandi; non si potendo dire a mezzo quanto arduo sia l'acconciare bene ad un lavoro più o meno di finzione il linguaggio della prosa, meglio fatto per l'espressione della realtà. Qui (o c'inganniamo), è dove il Fanfani toglie di leggieri la palma a tutti: perciocchè lo stile del Bresciani, per chi ha buon gusto, quantunque adorno sia d'ogni più vaga venere dell'idioma toscano, sente assai dello studiato e si dilunga da quella cara ingenuità che rende così amabili i nostri antichi. Per contrario nel Fanfani hai un dettato piano, semplice, vario, elegante, affettuoso, lucido, aggraziato, che ti porge diletto e scende al cuore. Trovi poi ritratte al vivo le usanze del tempo; e con esse le virtù, i vizi, le superstizioni ed ogni altra cosa che valga a dartene una piena cognizione. Insomma il lavoro del Fanfani è opera classica e degna de' maggiori encomi.»
In un lungo articolo stampato nella Gazzetta di Pinerolo (Nº. 33. 14. Agosto 1870) il dottore C. Giambelli fra altro così si esprime:
«Questo racconto (il Cecco d'Ascoli) è d'un'infinita bellezza riguardo alla lingua, e molte notizie di quei tempi, sebbene le conosciamo già per diverse fonti, pure qui raccolte in breve fanno maggior effetto e più ne piacciono.»
F. Lanza chiudeva un suo ragguaglio sul Cecco d'Ascoli pubblicato nella Piccola stampa (Nº. 60. 29 Agosto 1870) colle seguenti parole:
«Mi resta ora a parlare della condotta del lavoro, dello stile, della lingua, ed in tutto ciò nulla ho a dire che non sia in lode dell'autore. Ben delineati i caratteri ideali, e specialmente quello della Bice, e del vecchio Geri, ben tratteggiati e conservati quelli storici. Benissimo immaginato l'intreccio della favola, e bene svolto, bello e naturale lo scioglimento. Dello stile e della lingua che dirò quando l'autore si chiama Pietro Fanfani? Stile elegante, terso, chiaro; lingua (cosa rara al giorno d'oggi) veramente Italiana e purissima. Questi e molti altri pregi che troppo lungo sarebbe enumerare, compensano sì largamente quelle piccole mende ch'io ho creduto scorgervi, che il signor Fanfani può andar superbo del suo lavoro, che avrà certo un posto eminente fra le opere letterarie italiane.»