I quattro cavalieri trasognarono, nè potevan rinvenire dalla maraviglia: il duca e le dame gli fecero più volte raccontare la novella, e ne fu fatta maravigliosa allegrezza, e lietamente si assettarono a tavola. Dopo le tre vivande, delle nove sopraddette, venne per inframezzo un castello molto grande, dove furono selvaggine, solamente di bestie, un gran cervo che pareva vivo ed era cotto, un cinghiale, capriuoli, lepri, che tutti parean vivi, ed eran cotti. Fu recato e guidato dagli scudieri, ed accompagnato da cavalieri con istrumenti di diverse maniere, e il rumore degli strumenti, e il rallegrarsi della gente ne andavano al cielo. Alla quarta vivanda entrarono nella sala valletti del comune di Firenze, e l'uno dei cavalieri disse al duca: «Messere, egli è giù un destriere bianco, bellissimo e nobilissimo, ed ecco due anella e un nappo coperchiato col suo piede. Messer lo gonfaloniere di Firenze e i priori, vi supplicano che vi piaccia di prendere queste cose».
E il duca prese l'anello, che fu un grosso zaffiro e un grosso topazio, e miseselo in dito; e prese il nappo; e comandò che fosse preso il destriero. Venne appresso la quinta vivanda, e dopo questa fu recata da quattro uomini una fontana, che nel mezzo avea una torricella, sopra cui era una colonna che gettava da cinque parti vino, vernaccia, greco, vino renese[24], ed altri vini finissimi. Sulla sponda della fontana eranvi pavoni cotti che parevan vivi, con la coda a padiglione; fagiani, pernici, e altre selvaggine. E anche questo accompagnato da canti e da suoni. Dopo la sesta e settima vivanda vennero nella sala sei grandi destrieri, a uno a uno, montati da sei cavalieri armati; il primo, armato leggermente aveva in mano una bandiera con l'arme del popolo fiorentino, e come furono nella sala, tutti cominciarono a ferire un torneamento, ed ebbe il pregio un cavaliere che aveva un'insegna coll'aquila del re Roberto. Questi cavalli erano congegnati in questo modo: sei uomini portavano una macchina leggerissima con forma di cavallo, ed erano covertati fino a terra, che non si vedea che fossero uomini; e sopra a que' cavalli erano vere selle, e veri uomini armati di tutte armi. Compiuta l'ottava vivanda vennero sei schermidori, vestiti ad una assisa; e dinanzi al duca e alla duchessa cominciarono una fiera ed aspra zuffa, che a' suoni dei diversi e spessi colpi pareano più di trenta uomini che combattessero. Per inframezzo della nona vivanda fu udito un cantare di uomini e di donne, ma non veduti, con voci di soavissima dolcezza, che rendevano muta tutta quanta la sala, venuta quasi fuori di sè per la soave melodía.
Qui entrò nella sala un bellissimo giovane, biondo e di aspetto gentile, vestito alla foggia dei menestrelli, che, fatte alcune ricercate sopra il liuto, inchinatosi al duca ed alla duchessa, e salutate cortesemente le dame e i cavalieri, con lieta e chiara voce incominciò a cantare:
»Prodezza e cortesía
»Non perdon mai balía,
Tu sei, mia dolce terra,
Stretta da cruda guerra;
Ma un prode cavaliero
Cinge spada e brocchiero,
E te, Fiorenza mia,