Quel giorno vi era proprio festa in palagio, e tale ne era la cagione. Le donne fiorentine usavano già, per dirlo con le parole del Villani «un loro speciale e disonesto ornamento di trecce grosse di seta gialla e bianca, le quali portavano in luogo di trecce di capelli dinanzi al viso; il quale ornamento, che spiaceva a' fiorentini, perchè era disonesto e contrario a natura, avevano tolto alle donne, e fatti capitoli intorno a ciò, e altri disordinati ornamenti.» Ora esse donne fiorentine mossero preghiera alla duchessa, la quale faceva loro spesso conviti splendidi e gran feste in compagnía di quei signori francesi, che quell'ornamento delle trecce si rendesse loro, e il duca ai prieghi di lei lo concedè; il perchè la duchessa, per festeggiare quel giorno, volle far gran convito, dove tutte dovevano comparire con quelle trecce sopradette, ed ella altresì. Doveva esservi ancora il fiore de' cavalieri provenzali e francesi del regno, venuti qua col duca di Calabria, e sino dalla mattina ciascuno di essi era tutto occupato del come porgersi più leggiadro e più adorno, per avere il pregio della cortesía in quella giornata, che la regina della festa soleva dare, e consisteva in una sciarpia di seta coi colori angioíni, vagamente trapunta dalle mani stesse della duchessa.
Il convito fu veramente suntuoso; e porta il pregio che ne facciamo una minuta descrizione per saggio della magnificenza e delle usanze di quei tempi.
In capo della sala, e dai due lati, le mura furono coperte di finissimi drappi d'oro o di seta dal tetto infino al solajo; nel mezzo, di dietro alla sedia dove doveva stare il duca, fu una ricchissima pezza di sciámito vermiglio, che teneva dal solajo al colmo del tetto, e poi rivoltata sopra la sedia, più d'una canna; che fu nobilissima cosa e del più fine colore che mai si vide. Tutto il rimanente della sala era coperta di finissimi e grandi capoletti, o come or si direbbe arazzi, con nuove e diverse storie; e così pancali, e tappeti sotto i piedi. Le tavole furono coperte di finissime tovaglie, con ricchi vasellamenti d'oro e d'argento. Vi furono nove vivande triplicate, che furono ventisette, di tante diversità, che a descriverle sarebbe lunga opera; basta che vi fu ogni cosa che si può pensare fosse cara e preziosa: e servirono a tavola ventiquattro scudieri, ciascuno vestito della divisa angioína, di panno cupo partito vermiglio.
In sul dar l'acqua alle mani, eccoti entrar nella sala maestro Cecco, al qual fu fatta meravigliosa festa; e la duchessa, tutta lieta in volto, gli disse:
— Maestro, che novelle del tuo Florone?
— Buone, madama: egli è oggi tutto mio. Ma innanzi tratto vorrei che messer lo duca comandasse a qualcuno de' suoi prodi cavalieri che venga in mio soccorso contro i suoi e miei nemici.
E il duca, a' prieghi della duchessa, comandò a quattro nobili cavalieri che andassero con maestro Cecco, il quale gli condusse seco: e parve loro di andare sulla piazza di S. Croce; e il popolo fiorentino esservi tutto in arme gridando muoja muoja contro Cecco, e contro la signoría del duca: fanti e cavalli venire sotto il comando dei quattro cavalieri, e la battaglia tosto cominciare e il popolo fiorentino dopo lunga tenzone essere sconfitto, ed i cavalieri correr la terra in nome del duca; e il giorno appresso pigliare essi la signoría, e crear nuovo gonfaloniere e nuovi priori, riformando la terra a loro senno. E quando la impresa fu compiuta, disse Cecco a' quattro cavalieri:
— Signori, fia buono tornare al palagio, dove il duca e la duchessa ci aspettano al convito delle donne fiorentine.
— Maestro, disse l'uno de' cavalieri, voi vi gabbate di noi. Il convito fu bene l'altrieri, e noi rimanemmo a denti asciutti, per obbedire al comando del duca, e venire a combattere. Ora resta solo che sia ragguagliato il duca della nostra impresa.
E tra questi ed altri ragionamenti erano già ritornati nella sala, dove trovarono tutti i cavalieri e tutte le dame, che si davano l'acqua alle mani, appunto come gli avevano lasciati. E tutto ciò era stato per arte magica.[23]