La duchessa mostrò di acquetarsi a questo mendicato ripiego di maestro Cecco; ma ben si accorse che il fatto dovea stare altrimenti. Come poi era rimasta punta da quel vostro Guglielmo, così disse a Cecco, con amaro ghigno:
— Maestro, ben dicevi, vostro Guglielmo. Quel cavaliere è a me troppo caro; di nobilissima prosapia, e leggiadro e prode quanto altro cavaliere che sia, quando venne alla mia corte fummi strettamente raccomandato dalla madre di lui, a cui promisi che gli avrei fatto io come da madre: ed ora mi sa male il vederlo mescolato in così bassi e volgari amori.
— Codesto avevo udito dire, e per codesto appunto ho detto vostro Guglielmo; il quale certo — aggiunse con tono di piacevole cortesía — ha molto e molto guadagnato nel cambiar madre; e di una madre così nobile, così gentile, così giovane, e maravigliosamente bella come la vostra signoría, ne sarà invidiato da ogni cavaliere di Provenza e di Francia.
La duchessa comprese la finissima ironía di quella apparente lode; ma la dissimulò, premendosela nel cuore. Anzi con modo umano e piacevole disse a Cecco:
— Ma ora, bel maestro, ti ho da fare acerba rampogna anche a nome del duca, perchè là in piazza S. Croce, mentre il legato del papa leggeva la scomunica, tu dicesti parole di dispregio alla chiesa, e ne avesti briga con un frate minore.
— Madonna, parole di dispregio alla chiesa? Così Dio mi ajuti, come io mai non le dissi. Dissi bene che le parole del legato non sarebbero sufficienti a disfare Castruccio, se non ci mette le mani il potentissimo e valorosissimo duca mio signore; nè questo parmi un dispregio alla chiesa. E che sia vero quel ch'io dico, monsignor lo duca e questi fiorentini si apparecchiano potentemente di armi e di gente per far guerra a Castruccio; a cui quelle parole del legato non hanno torto nemmeno un capello. Del rimanente, come io sento diritto nella fede cattolica ciascuno può vederlo nel mio poema dell'Acerba, più sacro senza fallo della Commedia di questo Dante, massimamente nelle parole colle quali gli do fine.
— Basti ch'io te l'ho detto; poi acconciatevi come volete tra voialtri scenziati, e azzuffatevi quanto vi è in grado, chè io non vo' brigarmene. Oggi è giorno di festa e di letizia, e non vo' parlare di cosa che non sia tutta lieta; anzi tu devi, chè il puoi, rendere anche più bella la festa con uno de' prodigj dell'arte magica, per la quale vai così famoso appresso la gente.
— Madama, questa non è virtù mia. Florone è quello che opera in me: se ad esso piacerà ch'io vi serva, ed io il farò di gran cuore.[22] Vi piace altro, madama?
— A Dio ti accomando.