»Non perdon mai balía.
Finito il canto, la sala risonò tutta di lieti evviva al signore ed alla duchessa, e di lodi al gentile cantore, a cui fu donata da Carlo ricchissima veste.
Levata finalmente la nona vivanda, vennero frutte di diverse maniere; ed in sulla tavola del duca e della duchessa furono portati due alberi, l'uno che pareva tutto d'argento, con mele, pere, fichi, pesche, e uve d'oro; l'altro tutto verde a modo d'alloro con altri frutti d'ogni colore: e quei frutti erano tutti finissimi confetti. Stando le frutte ancor sulla tavola, venne il maestro cuoco del duca con una brigata di suoi compagni cogli strumenti innanzi, con moccoletti artificiali, e con sonagli, ed entrarono danzando allegrissimamente per la sala; e così, intorniate le tavole tre o quattro volte, si partirono; e ciascuno si levò da sedere.
Non vi fu dama o cavaliere che non rimanesse stupefatto da tanto splendida magnificenza; e tutti si apparecchiavano ad andarsene; quando maestro Cecco, fatti suoi incantamenti, la sala tramutò in vaghissimo giardino con fontane, pergolati, e fiori vivi di ogni maniera; e non solo ciascuno dei comitati presentò di un mazzo odorosissimo; ma, fattosi alla finestra, alla plebe affollata dinanzi al palagio gittò e fiori e confetti abbondantissimamente, per la qual cosa le risa, le grida e gli applausi empivano mezza Firenze. Il pregio della cortesía fu dato quel giorno a messer Guglielmo d'Artese, a cui la duchessa di propria mano volle cinger la ciarpa.
Ma i lettori penseranno dentro di sè: «O che questo scrittore ci ha preso per isbalorditi affatto, dandoci per vere sì strane cose, e vuol farsi beffe di noi; o che egli è un gran semplicione egli stesso.» Nè l'una cosa nè l'altra, o lettrici e lettori miei. Nella descrizione del convito non ci ha nulla di esagerato nè d'inventato: se ne trovano in quel secolo delle descrizioni anche più maravigliose di questa; e ciascuno le può vedere. Circa alle magíe di Cecco, io ne ho recata qualcuna, perchè, siano strane quanto si vogliono, mostrano intorno ad esso il tradizionale e comun concetto della magía.
È tradizione popolare che Cecco da giovane andasse in Calabria, e che in una ostería alcuni pastori lo invitassero a cercar di un tesoro; che, arrivati a una profonda cisterna e secca, ve lo calarono, ed egli vi trovò un bigonciuolo d'oro: i pastori, tirato su l'oro, vi lasciarono Cecco, il quale, rimasto solo, vedendo un libro ai suoi piedi, lo ricolse, l'aprì, e ad un tratto un diluvio di spiriti gli furono attorno con queste parole: COMANDA, COMANDA. Volle tornare all'ostería, e vi fu in un attimo; poi viaggiò mezzo mondo, e per tutto faceva meraviglie. Queste magíe recate da me, ed altre che ne recherò, mostrano solo che nella credenza del popolo era che Cecco fosse mago; anzi è tuttavía creduto appresso il volgo fiorentino; ed uno dei tanti codici laurenziani, assicurati nei banchi con catene, si dice che fosse incatenato così per essere appunto quel libro diabolico di Cecco Diascolo, che il popolo chiama libro del comando. E laggiù sui confini dell'Abruzzo da Teramo vi è un ponte, che si dice costruito da Cecco, e chiamasi il ponte del Diavolo, perchè si tenea fatto in una notte: il quale non molti anni addietro fu murato per impedire il passaggio dei viandanti, dacchè fra il volgo era comune credenza, che ogni anno il diavolo voleva per sè un'anima tra coloro che quel ponte valicavano. A mia scusa maggiore dirò altresì che molte cose veggiamo fare ai nostri giorni dai prestigiatori, anche di più meraviglia che alcune di quelle operate da Cecco, il quale, scienziato come era, poteva bene aver l'arte che questi hanno: la moltiplicazione dei fiori, per esempio, che già abbiamo veduto; e il mostrar la propria testa recisa dal busto, come vedremo più qua, son cose, le quali si veggono alla giornata, nè più ci fanno veruna maraviglia. Queste poche parole credo che bastino a mia giustificazione; e come la digressione è stata già assai lunga, così ritorno senz'altro al filo del racconto.
CAPITOLO XIII. ACCORTEZZA FEMMINILE.
Finita la festa, la duchessa riprese i suoi pensieri di vendetta contro Cecco e di gelosía contro la Bice; e il duca, che anche durante la festa era stato sopra pensiero, cercò di affrettare con ogni sua forza gli apparecchj di guerra, perchè Castruccio si faceva sempre più minaccioso, e teneva in gran pensiero così lui come tutta Firenze. Prima cosa si pensò di riedificare ed afforzare il castello di Signa, preso pochi mesi innanzi da Castruccio, il quale, in onta dei fiorentini, vi fece battere certe monete piccole, con l'impronta dell'imperatore, che volle si chiamassero Castruccini. Ma poi, non parendogli agevole nè troppo sicuro il tenere quel castello così vicino a Firenze, fu da esso abbandonato, dopo averlo fatto ardere e tagliare il ponte sull'Arno. Ed ora i fiorentini, a spese del comune, lo murarono di belle mura e alte, con belle torri e forti, e fu fatto certa immunità e grazia a qualunque terrazzano vi rifacesse delle case. Dalla sua parte il duca mandò significando alle amistà, che vuol dire ai comuni alleati con lui, che spedissero ciascuna il loro soccorso: e ben tosto i Senesi mandarono trecentocinquanta cavalieri, i Bolognesi dugento, gli Orbetani cento, i signori Manfredi di Faenza cento, e il conte Ugo ci venne in persona con trecento fanti; e si fè la cerna dei pedoni per il contado fiorentino. Trattò parimente con Spinetta marchese Malaspina che entrasse nelle sue terre di Lunigiana, per guerreggiare da quella parte Castruccio, e soldò per esso in Lombardía trecento cavalieri: e il legato gliene diè dugento di quelli della chiesa. Insomma fu grande apparecchiamento: e tanto il duca quanto i fiorentini ne stavano a buona speranza, che avrebbero vinto e disfatto Castruccio con tutta la sua gente.
La duchessa intanto, come ho accennato nel principio di questo capitolo, pensava il modo di colorire i suoi fieri disegni contro la Bice; e questi apparecchj gliene diedero propizia occasione. Guglielmo era prode cavaliere, e molto savio di guerra; è necessario allontanarlo da Firenze, e mandarlo a combattere per il suo signore: nè indugiò un momento a correre dal duca per ottenere da lui che a Guglielmo fosse data nobile parte nella prossima impresa di guerra; a che il duca consentì tosto, disegnando di farlo guidatore della schiera de' feditori, che si chiamavano così, perchè erano quelli che prima ingaggiavano la pugna.
Paga pertanto la duchessa, volle da se stessa annunziar la cosa a Guglielmo, per iscrutare anche qual effetto facesse tal cosa sull'animo di lui; e fattoselo venire alla presenza, gli disse: