— No, compagno, non fare: il fiorentino ha operato come leale e prode cavaliere, nè tu hai operato villanamente; le leggi della cortesía ti comandano di tornare amico con lui. Beviamo tutti insieme alla salute di ogni prode e di ogni leal cavaliere, o sia tedesco, o francese, o italiano.

Non avevano i tre bevitori votato ancora il lor gotto, che tutta la montagna risonò di un lungo squillare di trombe; ed essi tutti e tre ad un tratto si alzarono, e messosi la celata in capo, disse il tedesco:

— Su! alle castella, alle castella! messer lo Conte vuol fornire finalmente quello perchè siamo venuti quassù in questo indiavolato paese.

E pagato l'oste, andarono via tutti animosi e anelanti di combattere.

Ma il fatto era ben diverso: anzi era al tutto contrario da quel che pensava il tedesco. Il Conte di Squillace aveva già conosciuto, come qua dietro accennai, che l'impresa del fornire i castelli era folle; e di fatto Castruccio aveva proceduto con tanta astuzia e con tanta maestria di guerra, che fu vicino a rinchiudere la gente del duca, per modo che non ne sarebbe campato neppure uno, se il Conte non si fosse accorto a tempo della mala parata, e non avesse presa la subita risoluzione di abbandonare quell'impresa, studiandosi solamente di tornare sano e salvo egli ed i suoi: e quel sonare a raccolta era appunto a tale effetto. La ritirata fu disagiosissima, e condotta con gran senno, e con grande accortezza. Tutti i passi della montagna eran guardati da Castruccio: lo scendere verso Pistoja era di troppo periglio, dopo che i nostri ne erano stati rincacciati; bisognò pertanto ritornarsene per il contado di Bologna, cavalcando aspre montagne e piene di neve: il perchè, oltre il disagio e il gran travaglio delle persone, convenne loro di lasciare su per que' greppi molti cavalli e molti somieri.

Partita la gente del duca, le due castella ribellate si videro al perso, e quelli che vi erano dentro, di notte si fuggirono, e molti furono morti e presi, e Castruccio le riebbe senza colpo ferire. Dopo di ciò, come sollecito e valoroso che egli era, senza tornare in Pistoja, o andarne a Lucca, traversò con la sua oste le montagne di Garfagnana e di Lunigiana, per tòrre il passo e le vettovaglie a Spinetta Malaspina, che lo infestava da quella parte; ma Spinetta, come prima sentì la venuta di lui, e udì che aveva riprese le due castella, si ritrasse con tutta sua gente, e lasciò l'impresa, e ripassò l'Apennino riparandosi a Parma; chè, se più avesse dimorato, vi sarebbe stato preso egli e tutta la sua gente.

La gente del duca, che avea cavalcato a Pistoja, e che vedemmo essersi accampata al Montale, quando vi furono stati tre giorni, si levò un tempo così strano e rovinoso di venti e d'acqua, e di neve ai monti, che per necessità, non potendo tenere le tende tese, si levarono dal campo riparandosi a Prato; e lo fecero senza niuno ordine di guerra, per modo che, se fosse stato in Pistoja Castruccio, sarebbero forse capitati tutti male. E da Prato, sapute le infelici sorti di quei della montagna, e di messere Spinetta, tornarono anche essi a Firenze, lasciandovi Guglielmo, la cui ferita era tuttora aperta, con altri feriti. E così la prima impresa del duca, per poco savio consiglio, tornò invano, e con vergogna. Castruccio si giovò della facil vittoria, facendo disfare in Lunigiana le più belle fortezze che v'erano, perchè non gli si ribellassero; tornò in Lucca con gran trionfo, e fece poi ardere il castello di Montefalcone sulla Guisciana, e quello del Montale sopraddetto, per aver meno da guardare, e perchè la gente del duca non gli potessero riprendere.

CAPITOLO XVIII. LO SGOMENTO.

Come prima giunse a Firenze qualche sentore di questa rotta, la città tutta quanta se ne attristò; e il duca più di tutti. Da principio se ne parlava vagamente e sotto voce, e si vedevano qua e là capannelli ragionarne, e domandarne l'uno all'altro; e gente accalcarsi intorno ad essi, e massimamente sulla piazza de' Signori.

— Che novelle? Che vuol dir questa gente?