— Fiorentini, su! tutti in armi: al riparo, al riparo. Castruccio viene fulminando sopra Firenze.

In questo si udì per il corso degli Adimari un sono di trombetta, che interruppe i discorsi di tutti; e tutti si fecero da quella parte.

Poco di poi si vide sboccare in piazza un comandatore del duca, a cavallo, con trombetta innanzi, il quale, fermatosi in mezzo alla piazza, lesse ad alta voce una carta di questo tenore:

«Monsignore lo duca Carlo, signore di questa nobile terra, manda significando che la sua gente ita contro Castruccio, sarà tosto in Firenze: non è stata vinta da Castruccio, ma dalla diversità del freddo e della tempesta. A Pistoja messer Guglielmo d'Artese aveva messo già in fuga i nemici; ma fummo traditi, e dovemmo ritirarci. De' nostri, pochi morirono, non molti furono feriti o presi; de' caporali fiorentini niuno morì. Messer Guglielmo fu ferito. La vittoria di Castruccio non fu allegra; nè pensa ad assaltarci. Che questo nobile popolo ponga giù ogni timore: di armarsi per ire al riparo non fa bisogno: monsignore lo duca studia egli il riparo, e si argomenta alla vendetta».

E senz'altro, dato il cenno alla tromba, continuò suo cammino per Vacchereccia e Mercato nuovo, lasciando il popolo più quieto e più temperato. Intanto la gente ita contro Castruccio incominciava a tornare, e il popolo si avviava tutto verso la porta. Tornavano a drappelli, senza ordine veruno, e senza caporali: molti della gente a cavallo venivano a piedi, laceri e rifiniti: i cavalli mezzi disfatti; era una pietà a vedere come fosse ridotta tutta quella gente, così fiorita e baldanzosa quando si mosse. E quando qualcuno del popolo riconosceva o amici o parenti, era un abbracciarsi, un ammazzar di domande, e un rispondere cose di gran maraviglia e paura.

Alla corte del duca non vi era meno confusione e meno smarrimento; i più segnalati caporali erano tornati, e riferivano cosa per cosa gli avvenimenti principali della campagna, dando tutti solenni testimonianze della grande saviezza e prodezza e maestría di Castruccio, contro il quale bisognava argomentarsi di fornire grande esercito, e nuovi ordini di guerra. Però il duca volle che senza indugio si mettesse il pensiero a ciò; e ordinò che nella primavera futura si dovesse ripigliare la guerra. Avea creduta troppo sicura la vittoria, da non doversi accorare, come faceva, della sconfitta; e molto gli coceva ancora, e alla duchessa più che a lui, il caso di messer Guglielmo, e che la ferita sua fosse tanto grave da non poterlo condurre a Firenze: insomma erano ambedue i principi di malissimo umore. E ricordandosi la duchessa della favorevole predizione di Cecco, il quale era lì presente con gli altri signori, gli disse con aria di scherno:

— Maestro Cecco, voi prediceste che la vittoria sarebbe per noi. Ecco la verità della vostra scienza! — E così dicendo accennò i caporali tornati con l'annunzio della rotta.

— Madama, rispose Cecco, la scienza non è fallace. Firenze è fondata sotto il segno dell'Ariete, e Lucca sotto quello del Granchio; la guerra fu mossa quando l'Ariete avea ascendente sul Granchio; e però dissi che i fiorentini dovevano vincere Castruccio lucchese. Il mal successo di questa prima fazione è proceduto da ciò, che il condottiero della nostra gente aveva contraria influenza celeste; e non poteva in verun modo tornar vittorioso. Ma la guerra, madama, non è finita; e non può dirsi ancora che la predizione mia sia venuta meno: anzi qui la rinnuovo; e come monsignor lo duca si apparecchia da capo alla guerra, così non dubito punto che la vedremo ben tosto adempiuta.

Tale era veramente la dottrina che professava Cecco rispetto alle influenze celesti; ma, anche prese le sue parole come un sotterfugio, questo si può dire che fosse assai abilmente trovato, e fece buon effetto sull'animo di molti, e su quello del duca specialmente, che della sapienza di Cecco aveva concetto altissimo. Anzi, perchè gli rincresceva senza modo la ferita di messer Guglielmo, e che fosse dovuto rimanere lontano da Firenze, volto a Cecco, gli disse:

— Maestro, ci grava troppo il fatto di messer Guglielmo d'Artese, e che noi non possiamo visitarlo e assisterlo vicino. Vi piaccia di cavalcare fino a Prato; di recargli salute in nome nostro, e avergli tutte quelle cure che a sì prode e gentil cavaliere si convengono.