— Monsignore, l'ubbidire alla vostra signoría mi è sempre di grandissimo contento; ma questa fiata mi è di maggiore, tanto io pregio e riverisco ed amo il cavaliere a cui mi mandate.
La duchessa per altro non vedeva bene in cuor suo questa andata di Cecco presso Guglielmo, perchè ne aveva certezza che gli avrebbe parlato molto, e datogli notizia della Bice; ma non osava contradire al duca, e dissimulò il suo sdegno, contentandosi di dire a Cecco:
— Maestro, monsignor lo duca ama gelosamente messer Guglielmo: abbiatene tutta la cura, come è degno; voi non aspettate certo da me verun precetto dell'arte vostra; ma non posso non ricordarvi qui, che il recare alla mente di esso certe cose fiorentine, le quali commovessero troppo il suo gentile animo, potrebbe essere cagione che il mal si aggravasse.
Cecco intese il veleno di questo argomento, e tutto umile in volto rispose:
— Che monsignor lo duca ami gelosamente Guglielmo mi è noto, e so ch'egli il vale; e so che la sua sanità è cosa preziosa, non pure a monsignore, ma a molti cuori gentili che battono per la costui beltà e leggiadría. Siate certa, madama, che quanto so della mia arte, tutto lo spenderò per Guglielmo; con tutto che qui non faccia mestieri grande studio, certo com'io sono che alle sue ferite porterà sanità istantanea un balsamo che io tengo segreto.
La duchessa dettegli di furto una feroce occhiata; e con maggior calma che potè gli diè commiato dicendo: Andate, e siate savio.
CAPITOLO XIX. LA CENA DI SETTIMELLO.
Maestro Cecco, senza metter tempo in mezzo, si dispose a cavalcare verso Prato, lieto in cuor suo che il duca gli avesse così dato modo di riveder Guglielmo, il quale s'immaginava dovere stare in grande angoscia per la sua Bice; e come sapeva fino ad un puntino in che modo erano ite le cose, e già aveva pensato un suo disegno, così, per aver modo più agevole di colorirlo acconciamente, volò da frate Marco:
— Frate Marco, ho mestieri del vostro ajuto.
— Cosa ch'io possa...