— Sareste acconcio di cavalcar meco sino a Prato? Io sono poco pratico delle vie.... e poi potreste giovarmi molto in cosa di gran momento.
— Salva la volontà del mio prelato, eccomi qui tutto per voi.
E chiesta ed ottenuta la licenza dal priore, montarono tosto a cavallo ambedue, e mossero da Firenze verso mezzo giorno, facendo assegnamento di essere a Prato non prima di nona, perchè sapevano che le vie erano male agiate, e per la tempesta dei giorni passati, e per i guasti che aveva fatto la gente del duca, col fine di trattenere più che fosse possibile Castruccio, se mai avesse avuto intenzione di venire contro Firenze, come molti temevano. Ma quando furono a un terzo di cammino, si levò da capo un vento così furioso, e un nevischio così fitto e sodo, che i due cavalcatori doveano far gran forza per andare innanzi, ed appena potean tenere gli occhi aperti, tanta era la furia di quel nevischio che dava loro nel viso; ed i cavalli medesimi s'impennavano e ritrosivano; e spesso dovevano fermarsi per cansare un poco il furore di quel tempo indiavolato. Laonde, arrivati con grande stento a poche balestrate di là da Sesto, si erano veduti quasi al perso; e se non che frate Marco si ricordò che il priore di Settimello era suo conoscente, non avrebber saputo proprio come fare, e sarebbero dovuti riparare in uno di que' miseri casolari di lavoratori, con poca sicurezza per avventura dell'avere e della persona, essendo allora quelle campagne infestate da' malandrini.
La ricordanza del priore di Settimello richiamò le smarrite forze ne' due viandanti; e vincendo stenti e disagj, arrivarono alla chiesa dopo vespro. Settimello era, come è anche adesso, un piccolo borgo di poche case con una prioría, posto lungo la via di Barberino di Mugello, alla base occidentale del poggio ora detto le Cappelle, e che forma uno degli sproni meridionali di Monte Murello, presso dove termina, o meglio incomincia, la fertile pianura di Sesto. Questa piccola terra non è ricordata nella storia per niun fatto notevole: solo gli ha dato fama l'essere stata patria del più valente poeta latino del risorgimento delle lettere, dico quell'Arrigo o Arrighetto da Settimello, lodato scrittore della fine del secolo XII, noto specialmente per un poemetto elegiaco, intitolato: De diversitate fortunae, et philosophiae consolatione, operetta stata un tempo in gran pregio, che serviva nelle scuole per esempio di buona latinità, e della quale ce ne ha una pregevolissima traduzione italiana del secolo XIV.
Era priore di Settimello nel tempo che qui discorriamo ser Giovanni da Vicchio; un ometto di quarant'anni, o poco più, piccolo assai della persona, ma atticciato e rubizzo: acceríto naturalmente, che gli si sarebbe potuto accendere uno zolfanello sul viso: sciatto assai nel vestire: pronto e vivacissimo parlatore, benchè di piccola dottrina; amante del viver lieto; vago del vino e dei buoni bocconi; ma poi buona pasta d'uomo e buon prete. Aveva costui una fante, che si chiamava la Simona, vecchia oramai, cerpellina, secca spenta, e un poco zoppa da un piede: scrupolosa e divota per modo che non sarebbe mai uscita di chiesa: svenevole negli atti e nella voce; seccatora ed uggiosa quanto ne può entrare in una donna; ed oltre a questo, essendo oggimai vent'anni che stava col prete, aveva preso in casa tal padronanza, che quel pover uomo alle volte ne avrebbe rinnegata la pazienza, e levatasela d'attorno. Ma, come la Simona avea le man benedette, e gli sapea fare certe pietanzine ghiotte e appetitose da far risuscitare anche un morto, così piuttosto si rassegnava a ingollare qualche amaro boccone, e molte volte chiudeva gli occhi, e figurava di non sentire, per non trovarsi a perdere così valente cuoca.
E quella sera appunto la Simona era in gran faccenda per una cenetta più allegra del solito; frutto di certo grasso mortorio, che il sere ci aveva avuto il giorno innanzi: e già incominciava a preparare tutto il bisognevole per la cucina, quando i due viandanti entravano in paese.
Settimello a quell'ora e a quel freddo pareva un deserto; e maestro Cecco con frate Marco non si abbatterono in anima viva. Arrivati alla canonica e picchiato all'uscio, nè alla prima nè alla seconda niuno rispose, e già i due assiderati temevano di dover avere la mala notte; ma picchia e ripicchia, si udì un vocione di terreno gridare:
— Chi è costà?
Il frate riconobbe la voce del sere, e non fu tardo a rispondere:
— Son io, sere Gianni, son frate Marco di S. Maria Novella; aprite, per l'amor di Dio, chè si spirita dal freddo.