Il prete, riconosciuta la voce del frate, aprì senza indugio, e fatta a lui e al suo compagno lieta accoglienza, li fece passare di là, ed acceso prima di tutto un bel fuoco, e dato loro un bicchier di vernaccia, gli riconfortò tutti.

— Che gran cagione, frate Marco, vi muove a uscir da Firenze con questa furia di tempo? E, se vi piace, chi è cotesti che vi accompagna, e che all'abito sembra persona di gran qualità e di scienza? domandò sere Gianni.

— Questi, rispose il frate, è veramente uomo di gran qualità e solenne maestro; egli è maestro Cecco d'Ascoli, poeta, filosofo, astrologo, medico, e tutto quel che volete. Egli si è mosso veramente per grave cagione da Firenze; chè deve ire a Prato, a medicare per comando di monsignore lo duca Carlo, un gran signore provenzale, rimasto ferito nella battaglia sotto Pistoja; ed io son venuto solamente per compagnía di esso, chè da lui imparo astrología.

Il prete era, come ho detto, uomo di non molta dottrina, anzi era piuttosto idiota che no, e forse, o non aveva mai sentito mentovare Cecco, o ben poco ne sapea; ma, udendolo tanto celebrare da frate Marco, incominciò a giocar d'inchini e di riverenze; e fattogli un monte di profferte, condusse ambedue in una camera, che si riposassero un poco, ed allogati i cavalli alla meglio, chiamò la Simona, ordinandole che facesse la cena più abbondante, ed ammazzasse di più quattro piccioni da fare arrosto, chè voleva farsi onore coi nuovi arrivati: egli poi penserebbe a trovar giù in cantina un par di fiaschi di quello proprio pisciato dagli angeli.

— Messere, disse la Simona, abbiate un poco di discrezione; io or ora son vecchia, e ho un par di braccia sole: è già passato vespro da un pezzo: come si fa così su due piedi a far quasi una cena di sana pianta?

— Va, va, monna Simona: sii buona, via, per istasera; non mi fare scomparire: eppure a frate Marco gli vuoi bene anche tu!... e quell'altro, sai, è un gran teologo, un mezzo santo.

La Simona, scotendo il capo, andò al lavoro; e il prete ritornò dai forestieri, e mostrò a Cecco la chiesa e tutta la canonica, infino alla cantina e al pollajo e alla piccionaja. Egli era quella sera più lieto del solito, e lo mostrava nel parlare e negli atti; per modo che a Cecco gli piacque assai, e studiatolo per tutti i versi, conobbe poter essere uomo acconcio al proposito suo.

Intanto fra una cosa e l'altra, e tra il motteggiar del frate, e tra le spesse visite, che or l'un or l'altro dei tre facevano in cucina a monna Simona, la quale ne mostrava assai fastidio, venne l'ora della cena; e si misero tutti a tavola. La Simona era ritrosa e brontolona, come ho detto; ma al padrone era affezionata, e aveva caro che si facesse onor cogli amici, ed era ambiziosa di far vedere la sua perizia nel far da cucina; e però la cena riuscì veramente gustosa, e lo stesso prete ne la lodò assai, unendo le sue alle lodi dei forestieri. Non mancarono i lieti ragionari, e i motti, così del prete come di maestro Cecco, il quale era alle volte di umore piacevolissimo.

— Sere, disse Cecco tra l'altre, pare che la vostra chiesa vi renda assai bene, se potete apparecchiare così gustosi mangiari, ed avete nella cella di questi vini così squisiti.

— Maestro mio, rispose il prete, e che altra satisfazione abbiamo noi che in queste tre dita? — e misurossi con tre dita della mano la gola. — Qua le leggi sopra i conviti non ci arrivano; e un bocconcíno buono, e un buon gotta di vino, ci tengon luogo di tutti gli spassi e di tutti i sollazzi che si hanno per le città. E come qua non arrivano neppure le leggi sopra i mortorj, e ieri vi fu un assai ricco mortorio d'un gran cittadino di Firenze, che ha una gran possessione qui presso, così oggi ho voluto fare un po' di rialto, e son proprio lieto che siate capitati voi altri; chè, la roba mangiata in buona compagnía ha miglior sapore il doppio; e approda più, e fa miglior sangue. Ho detto in buona compagnía, perchè quella che mangiai anno in compagnía di altri, mi mise veleno, e mi par di averla sempre qui alla gola.