E domandandogli maestro Cecco ed il frate che cosa volesse dire con quelle parole, il prete continuò:

— Dovete pur ricordarvi che nel passato anno Castruccio disertò quasi tutto il contado pistojese, e tutto il contado fiorentino, correndo fino sotto le mura di Firenze; e dovete ricordarvi che tra le castella corse e distrutte da lui vi fu Calenzano a poche balestrate di qui; ed io reputo a miracolo del mio Santo, se io e la Simona siam vivi tuttora. Ma la vita la comprai cara: mi si piantarono qui in casa tre caporali della gente di Castruccio; e quei maledetti da Dio facevano del mio come del loro; e per maggiore scherno volevano che io mangiassi con loro, perchè avessi anche il martoro di vederli gavazzare con quella grazia di Dio che avevo in casa.

E diceva queste parole con gli occhi così stralunati, e con atto di tanta stizza, che un poco era una compassione, ed un poco una festa a vederlo.

— Comprendo anch'io, rispose Cecco, deve essere stato un grande strazio per voi. Ma oramai acqua passata non macina più; e stasera non si deve parlare se non di cose liete. Oh! a proposito — soggiunse, quasi gli tornasse in mente cosa lasciata indietro, ma per entrare a trattare del proposito — questa non è la strada che mena in Mugello?

— È, rispose il prete.

— Ditemi, se Dio vi dia bene, il monastero di S. Piero è molto lungi di qui?

— Oh! è assai di lungi: tre ore di cammino bastano a fatica per giungervi. Pensate se io lo so! Sono familiare di madonna la badessa, che è una dei Cavalcanti, la quale fa sempre capo a me per ogni suo bisogno.

Se maestro Cecco fu lieto di apprender ciò, non è qui bisogno di dirlo; ma, dissimulando la sua letizia:

— Sentite, frate Marco? Ed appunto voi dovete conferire con quella badessa per cosa che importa. Il sere qui potrà efficacemente ajutarvi.

E così dicendo, ammiccò al frate che lo secondasse. Ma il frate, non indovinando se non così in nube a che cosa si riferissero le parole di lui, si teneva sulle generali: