La Simona, udendosi dire così dolci parole da tanto gentile e tanto bel cavaliere, se ne ringalluzzì tutta, e studiava una conveniente risposta; ma del trovar le parole non era nulla, ed appena potè dire confusamente:
— Sire cavaliere.... siamo povere fanti.... da poco più che da fare una peverada.... voi siete tanto gentile.... il mio sere vuole che mi faccia onore.... e poi il maestro là si fa beffe di me.... Messere, perdonatemi, non so che io mi dica.... vorrei....
Guglielmo, veduta la confusione della povera Simona, cercò di farle cuore meglio che potè:
— La vostra umiltà accresce il vostro merito; e maestro Cecco non vi beffa, ma vi pregia tanto, che da quella sera che fu qui a cena non ha fatto altro sempre, se non ricordare la vostra abilità, e additarvi per valentissima femmina.
La Simona non capiva nella pelle dalla consolazione, udendosi così encomiare dal cavaliere; e finì di riconciliarsi anche col maestro, sapendo ch'egli faceva di lei così buona testimonianza. Pose dunque l'ingegno a far vedere tutta quanta la sua bravura, e andò in cucina col proposito di farsi onore veramente; e vi riuscì. La cena non fu abbondante, ma fu veramente squisita; e la Simona n'ebbe gran lode da tutti, e specialmente dal cavaliere, per la qual cosa quella sera la si teneva da più che il despoto di Romanía.
Dopo cena il prete co' suoi ospiti trattarono maturalmente come dovesse condursi questa specie di spedizione al monastero, affinchè la cosa avesse il desiderato effetto. Guglielmo avrebbe voluto andar per le corte: cercar d'intendere dalla Bice se consentisse, e vedere ad ogni modo di liberarla senza indugio da quel sepolcro di vivi; e Cecco non era alieno al tutto da questo disegno; ma non voleva venire ad atti troppo arditi, se prima non tornavano a nulla tutti gli assalti dati alla badessa. Frate Marco e il sere, di ratto non ne volevano sentir parlare, nè in caso veruno ci si sarebbero prestati; prima, perchè non consentivalo il loro ministero, e poi perchè, oltre all'essere cosa troppo pericolosa verso di sè, non poteva avere se non conseguenze tristissime.
— Ed io ho tanto in mano — continuò il frate — che non dubito punto che messer Geri debba ammollire il suo cuore, dove tutti ci adopriamo a questo, e la badessa altresì; della quale non par da dubitare, se vere sono quelle cose che di essa ci disse il sere qui l'altra sera, del grande affetto ch'ella ha per la Bice, e della pietosa compassione ch'ella sente per la sventura di quella povera fanciulla. A me pare dunque, se pare anche a voi, che alla badessa andassimo tosto, con la lettera di messer Geri, io e il sere: che col pretesto di disincantare la Bice, cercassimo d'informarla di ogni cosa minutamente; che il sere tentasse poi il cuore della badessa, ajutato da me; e se la badessa si mostra benigna, come spero, fare un passo ardito più in là (il quale, fatto con accortezza, potrebbe condurci dove vogliamo), pregandola di unirsi con noi per secondare il nostro disegno; e vedendo il bello, far che ella si abbocchi con maestro Cecco e col cavaliere. Se possiamo giungere a tanto, siamo a cavallo.
La proposta piacque a tutti; e la mattina appresso si misero in cammino per il Mugello, dove furono a mezza terza. Poco discosto dal monastero, dove la Bice era sepolta, forse trecento metri o poco più, vi era la chiesa di S. Niccolò, posta sopra un poggetto, che allora faceva cura da sè, il cui prete era molto amico di sere Gianni: quivi pertanto si fermarono prima di andare al monastero, e quivi rimasero maestro Cecco e Guglielmo, ad aspettare di sapere a che riuscissero il frate e il sere presso la badessa.
CAPITOLO XXV. LA BICE E IL FRATE; LA BADESSA E IL CAVALIERE.
Arrivati i due al monastero, e picchiata la porta, come a gente nota fu tosto a loro la badessa, che ambedue cortesemente salutò, domandando loro che buon vento gli avesse portati colà.