— Addio, mio dolce signore. Aspetto sospirando e pregando.

E senz'altro seguitò la badessa.

CAPITOLO XXVIII. LA LETTERA E IL COMMIATO.

I quattro compagni furono assai lieti del buon avviamento che prendeva la cosa, e maestro Cecco non ebbe più un dubbio al mondo che la badessa era nè più nè meno che madama Gismonda, amante dello zio di Guglielmo: della qual certezza non parlò agli altri tre; ma ne prese sicurtà al buon esito della cosa, anche quando Geri fosse stato fermo nel suo duro proposito; a rimuoverlo dal quale forte dubitava che fosse sufficiente la lettera della badessa, e le poco efficaci parole di frate Marco. Ma, non fermandosi per ora con la mente sopra nulla di determinato, si misero tutti insieme a ragionare di cose diverse, per aspettare che fosse scritta la lettera. Lasciamogli per un momento confabulare a bell'agio, e veggiamo che cosa faceva la badessa. Ella aveva detto alla Bice che tornasse nella cella, ed essa come prima fu rientrata nella sua, si gittò sull'inginocchiatojo col capo fra le mani, sfogando in abbondanti lacrime la passione che empievale il cuore, e facendo spesso invenie alla immagine del Redentore Crocifisso che le stava dinanzi; e quando si sentì un poco calmata, si mise al tavolino, e presa la penna, scrisse a messer Geri la lettera, che fu di questo tenore:


«Carissimo fratello e padre, per reverenza del dolcissimo Sacramento in Cristo dolce Gesù. Io, suor Anna, scrivo a voi nel prezioso sangue suo, con desiderio di vedervi alluminato di vero e perfettissimo lume, acciocchè conosciate quello che più fa alla quiete e contentezza vostra, ed alla vostra salute, così dell'anima come del corpo. Frate Marco vi significherà a bocca, come la Bice vostra non è ammaliata, nè disamorata di voi; che vi ama anzi tenerissimamente, e si addolora del dovere star lontana da voi; e questo ve lo accerto io nel nome del nostro Signore Gesù. Messere, lei esorto sempre alla obbedienza, e sempre studio di persuaderla che le bisogna spiantarsi dal cuore ogni altro affetto che contrasti al volere del padre; ma a voi è debito mio il parlare in altro modo. Le forze d'amore sono grandi; e nei cuori gentili le usa esso formidabilmente: la povera Bice è stata vinta da lui, nè sa nè può contrastargli, perchè ciò è sopra ogni umana possanza. Che colpa o peccato ne ha dunque la vostra figliuola? Parmi piuttosto, messere, che peccato facciate voi, quando per siffatta cagione quel cuore gentile straziate in tanto spietata maniera, ed a colei date tanta afflizione, la quale così caramente vi ama e vi tiene in riverenza.

«Il cavaliere che la vostra figliuola ama, so essere della più nobile progenie della Provenza; lo so essere prode in arme, e strenuo difensore della vostra terra, per la cui libertà e buono stato non dubita di dare il sangue e la vita; voi so che ama e còle per padre dolcissimo, e che si accuora troppo duramente di non potervi anche egli appellare col dolce nome di padre. E voi, sordo alle voci della natura, istigato per avventura dall'invidia e dal maltalento, volete essere micidiale della vostra figliuola, e vivere quasi disperato nella desolazione, piuttosto che consolarvi nell'affetto di una carissima fanciulla, che tutta si strugge di rivedervi, di abbracciarvi le ginocchia, di usarvi ogni più amorosa cura che possa essere richiesta dalla vostra età e dalla mal ferma sanità vostra. A voi parrà troppo strano il mio ragionare, io che ho accettato la custodia della vostra Bice; ma, se a lei mi porgo grave, severa, e le consiglio sempre obbedienza e rassegnazione al vostro volere; non posso però non sentirne pietà, vedendola consumarsi come fa, e peggiorarne ogni giorno; non posso non condannare la vostra durezza, contraria alla carità e alla giustiza. Deh! messere, a così parlarvi mi inspira il nostro benignissimo messere Gesù Cristo: per il suo sangue prezioso adunque, per l'amore che il condusse a morte per noi ricomprar dal peccato, prendavi misericordia della povera Bice vostra: perdonatele; consolatela del suo innocente amore: ne sarete lodato da ogni cuore gentile; tornerete a gustare la ineffabile dolcezza della gioja domestica; la vostra estrema vecchiezza sarà consolata dall'amore dei vostri figliuoli, e rallegrata dai figliuoli dei vostri figliuoli, e chiuderete gli occhi, a modo degli antichi patriarchi, tra le benedizioni di tutti e circondato dai vostri più cari; dove, stando pertinace, sarete straziato dal rimorso, spaventato dalla desolazione, e morrete abbandonato da tutti, se non disperato».

Questa lettera sembrerà al lettore un poco troppo accesa, e mal dicevole alla qualità di chi la scriveva; e forse e senza forse è ciò vero; ma la meraviglia cesserà, chi ripensi un poco al punto nel quale suor Anna la scrisse; chè certo doveva essere sopraffatta dalla passione, e solo aveva dinanzi agli occhi il pensiero di veder felice il nipote di colui che per lei era morto di amore.

Suggellata che l'ebbe, stette un pezzo fra 'l sì e 'l no del mandare per frate Marco, o dall'andare essa stessa a portargliela; l'un cuore le diceva non istar bene ad una donna di santità com'ella era il presentarsi da capo a coloro a cui aveva dato commiato; ma l'altro pur la spingeva a volere per l'ultima volta rivedere il cavaliere; e questo la vinse, persuadendola per di più che parole di commiato non si erano cambiate fra loro, e che pure era atto di cortesía il farle. Laonde, vinto ogni rispetto, andò là dove i quattro aspettavano, e fattasi incontro a frate Marco:

— Questa, frate Marco, è la lettera per messer Geri.