si mise a schernire la ignoranza del semplice etimologista, derivando con recòndita erudizione la pera burè da un pesce, (così egli disse) da un pesce detto in francese Buret, che dicevasi somministrare un color rosso. Questa pera-pesce, che SOMMINISTRAVA il color rosso, tutti si accorsero alla prima dover essere una delle solite Valerianate; ma dissimularono: e solo fu mostrato il desiderio di accertarsi che pesce fosse questo Buret, cui nessuno conosceva; e si misero a cercarlo per i Vocabolarj francesi più recenti: ma cercarono invano. «Ma, Professore, questo Buret, nemmeno nel Vocabolario dell'Accademia francese si trova; non si trova neppure nel Littrè.» E il Valeriani, facendo un risettíno di compassione, si rizza, va a pigliare un antico Vocabolario francese; cerca la voce Buret, e la dà all'oppositore, il quale legge «Buret (Murex), Poisson d'où l'on tirait autrefois la pourpre.» Come ebbe letto, l'amico si volse ridendo al Segretario: «Caro signor Professore, questa voce Buret è sparita da due secoli fa dalla lingua francese, e la pera burè è appellativo del secolo passato: la vede bene che la sua congettura non regge: e poi non lo vede che il Richelet, il cui vocabolario la mi ha dato a leggere, dice che Buret corrisponde al latino Murex? Lo sa ella che cosa significa Murex?» Sicuro che lo so «—Bene; che significa?—Significa la Murena—» Qui fu una risata generale; e l'oppositore ricominciò: «Signor Segretario, Murex è la conchiglia, onde si traeva la porpora; e se il Murex poteva senza scandalo battezzarsi per pesce avanti il Buffon, la dee pur confessare, che è da bestie il chiamarla Pesce adesso.» Il Segretario montò sulle furie: dispensò a tutti dell'asino e dell'ignorante; e se n'andò accompagnato dalle più grasse risate della conversazione.
Ora l'etimologista della Crusca, dopo 40 anni dal fatto, dà alla pera burè l'istessa origine dátale dal Valeriani, che ne fu tanto scorbacchiato e deriso; e per di più, dopo aver detto che è di colore giallógnolo sparso di rosso, reca un unico esempio del Lastri, dove si dice che le pere burè sono bianche e grigie!!! E per queste belle cose si spendono 43,000 lire l'anno! Nè meno garbata è l'etimología di Ciofo, voce non si sa di qual dialetto, ma registrata nel Vocabolario per Uomo sciatto nel vestire; dicendosi che forse è forma varia di Ciompo. Da Ciofo a Ciompo mi pare che ci scattino parecchj filari d'émbrici, e che non possano esser nemmeno parenti alla lontana: il bello, è che la etimología vera l'avevano lì sotto gli occhj, e la son iti a cercare in Oga Magoga. Carciofo lo registrano essi per Uomo da nulla, e simili: ci voleva tanto a vedere che ciofo non è se non un'aferesi di carciofo? Questa per altro non arriva alle mille miglia la famosa etimología di Cipiglio, che per essi è quasi Piglio del ciglio, sorella carnalissima del Prezzémolo, quasi chi ti prezza ámalo. Piglio del ciglio! a pensarci un anno non può dirsi cosa più buffonesca; nè s'indovina come possa esser nata nella zucca dell'etimologista. Zitti; èccolo: Cipiglio si divide in Ci-pi-glio: la prima e l'ultima sillaba formano la parola ciglio: la sillaba del mezzo PI, vale potenzialmente piglio; e così Cipiglio è piglio del ciglio. Ma vediamo che cosa è piglio per la Crusca: Piglio, essa dice, è un modo di guardatura,... Ah! ho capito: il cipiglio è un modo di guardatura del ciglio; e per conseguenza nelle ciglia risiede la virtù visiva. Caspiterína! si spendono 43,000 lire l'anno; ma almeno questo Tórtoli primo compilatore etimologista ci tiene un po' allegri!—Ora state a sentir questa:
«Abento e Abente. Quiete, Riposo. Anche nel moderno dialetto siciliano abbentu significa Avvento, e per traslato Riposo, Pace; forse perchè la venuta di Cristo portò al mondo La tant'anni lacrimata pace, come disse Dante. Potrebb'essere anche voce composta della preposizione a e di vento; quasi a riparo del vento, e quindi Riposo.»
Anche l'Avvento del nostro Signore, con la tant'anni lacrimata pace di Dante! Questa la poteva fare il Prete Tigri. Guardate come c'entra l'Avvento? Ma quell'Avvento che a un tratto diventò a vento vale una Golconda. E poi A vento che vale A riparo del vento, e quindi riposo! Ma, signori Accademici miei, A vento, non potrà mai venir a dir codesto; anzi verrà a dire il contrario. E poi le mi dicano: che relazione necessaria vi è tra l'essere a riparo del vento, e il riposo?... Non si può negare che il signor Ministro non ponga bene la sua fiducia!
Coraggio e avanti: ci si fa incontro un Arzagogo con una nuova foggia; chi mai sarà egli?—Pare, risponde il Tórtoli, che sia un forestiero venuto di lontani paesi, e d'aspetto singolare e strano, quasi venuto d'Oga Magoga—O di che ridete?
Uno degli uditori. Ridiamo perchè questa etimología a orecchio, ci ricorda, la chiusa di quel sonetto del Bellincioni:
Non vuol dir altro Arma virumque cano
Che un uomo armato con un cane in mano;
e così il Tórtoli a quell'Arzagogo gli è parso di sentir Oga Magoga, e lo ha messo nella Crusca, benchè ci abbia che fare quanto il cávolo a merenda.
Io. Bravo! per l'appunto così. Il Sacchetti, sul cui esempio è fatta l'etimología, non parla per niente di forestieri, ma di un arfasatto fiorentino pur che sia, a cui salti il ticchio di vestire una strana foggia: e se l'etimologista avesse posto mente all'esempio del paragrafo seguente, che è pur del Sacchetti, dove la voce Arzagogo sta per una specie di Nibbio, e si fosse ricordato che Nuovo nibbio si disse per Uomo semplice, sciocco e strano; se avesse posto mente alla voce Arzigògolo, nato senza fallo da questa, e che fu parimente usata per Uomo semplice e strano, come registrano i vecchi Accademici; si sarebbe risparmiato questa buffonata. Ma quell'agogo nella sua caraffullesca mente gli si trasformò in Oga Magoga; e non la potè tenere: e chi sa quel che gli pareva di dire.
Dunque s'intuoni al Tórtoli alleluja,