Il Servitore, Leone e detti.
Servitore—Il Signor Cavaliere, professore, ispettore. (Fabrizio gli va incontro; entra l'ispettore e tutti gli fanno riverenza).
Fabrizio—Ben arrivato, signor Cavaliere. Le presento mia moglie (si dànno la mano), e le presento il direttore del nostro ginnasio, venuto qui per farle omaggio prima d'ogni altro. (Leone lo guarda con sussiego, e il direttore fa profonda riverenza). Questa poi è la signora Elvira, maestra egregia del nostro comune, che, essendo qui da noi, si è mostrata desiderosa di esserle presentata e raccomandata. (Leone le fa l'occhio pio e le dà la mano).
Leone—Signor Sindaco, il suo cortese invito mi riesce gradito a doppio, quando mi trovo in mezzo a sì gentili persone. (Guardando le donne) E ciò mi fa parer leggiere le gravi cure del mio ministero, e delle lettere. Sua Maestà il Re mi ha voluto onorare della sua fiducia, nè io poteva mostrarmi restío; ma quanto volentieri sarei rimasto nella quiete de' miei cari studj, che, se mi hanno dato delle amarezze per i morsi dell'invidia, queste mi sono state compensate da ampie lodi de' buoni, e da onorificenze.
Giulia—Ed onorificenze ben meritate, come tutti dicono.
Leone—Così fosse vero, come mi è caro il sentirmelo dire da labbra sì gentili. Che vuole? Io dirò che le mie povere cose sono state fortunate. Ella forse avrà veduto de' giornali che parlano di me, e perfino mi hanno voluto mettere tra gli uomini illustri...
Fabrizio—Per bacco! ma la mia casa si tiene onorata davvero di accogliere un personaggio sì segnalato.
Direttore—(tra sè) Ho bell'e capito: è un imbecille.
Giulia—Ma lei, signor Cavaliere, avrà bisogno di qualche cosa; non faccia complimenti.