E se ne' tempi nostri si praticassero que' rigori e quelle diligenze, che a' tempi di Teodorico usavansi nella scelta di tali Ministri, cioè di mandare uomini di conosciuta integrità e dottrina, e a' Popoli accettissimi, vietando perciò l'appellazioni ad altri Tribunali lontani, e sol permettendole, quando o la gravità degli affari, o una manifesta ingiustizia il richiedesse, certamente d'infinite liti, e di tanti gravi dispendj vedrebbonsi libere queste nostre province, ch'ora non sono. E per questa cagione presso a molti Scrittori tanto s'esagera il governo de' Popoli orientali ed affricani, che noi sovente nelle comuni querele sogliamo perciò invidiargli; perocchè questi non pur nelle città, ma in ogni piccolo castello hanno i lor Giudici sempre pronti ed apparecchiati, e le liti non tantosto sono fra essi insorte, che subito veggonsi terminate, rarissime volte, o non mai, ammettendo appellazioni; perchè la gente tenendo nella venerazione dovuta il Magistrato, a' suoi decreti tosto s'acqueta, e soffre più volentieri, che se le tolga la roba controvertita, che andar girando in parti lontane e remote con maggiori dispendj, e coll'incertezza di vincere, e sovente col timore di tornar a perdere; e stiman esser di loro maggior profitto, che ad essi s'usi una ingiustizia pronta e sollecita, che una giustizia stentata e tarda. Perciò Clenardo[727] avendo lasciata Europa, e in Affrica nel regno di Feza ricovratosi, soleva a molti suoi amici europei scrivere, ch'egli non invidiava le magnificenze e grandezze di tante belle città, solamente perchè non dovea più nel Foro rivoltarsi tra tanta gente malvagia e piena di cavilli: nè ivi faceva uopo de' loquaci Causidici, ma se occorreva tra quegli Affricani qualche lite, era sempre presto il Giudice a deciderla, nè tornavan a casa i litiganti, se non terminato il litigio. Ma questo, nello stato delle cose presenti, è più tosto da desiderarsi, che da sperarsi; poichè il male è nella radice; oltracchè nell'elezione de' Magistrati non s'attendon più quelle prerogative, che forse in quei tempi, ch'ora noi chiamiamo barbari, accuratamente s'attendevano: ciò che allora era rimedio, presentemente in mortifero veleno si trasmuterebbe: giacchè fin da' tempi d'Alfonso I. Aragonese si trasfuse il male di concedere a' Baroni del Regno ogni giurisdizione ed imperio. E oggi sono più i governi, che si concedono da' medesimi, che quelli, che sono dal Re provveduti e la maggior parte del Regno è governata da essi nelle prime istanze; onde era espediente, che s'ammettessero que' tanti ricorsi a' Tribunali superiori che oggi giorno osserviamo; giacchè non potè praticarsi il disegno, che Carlo VIII, Re di Francia, in que' pochi mesi, che tenne questo Regno, avea conceputo, di togliere a' Baroni ogni giurisdizione ed imperio, e ridurgli a somiglianza di quelli di Francia, e dell'altre province d'Europa[728].

Ma ritornando onde siamo dipartiti, i Goti, secondo che ci rappresentano i libri di Cassiodoro, furon molto avvertiti nella scelta de' Magistrati, e non meno nell'elezione de' maggiori Ufficiali, che in quella de' minori, che mandavano in ciascuna città, ponendovi ogni lor cura e diligenza: quindi presso a Cassiodoro leggiamo tanti nuovi Ufficiali, i Cancellieri, i Canonicarj, i Comiti, i Referendarj; e le tante formole, colle quali eran tante e sì varie dignità conferite a' soggetti di conosciuta bontà e dottrina. Pietro Pantino[729] scrisse un non dispregevol libro delle dignità della Camera gotica: ma come fu osservato da Grozio[730], senza la costui fatica e diligenza, ben potevano quelle ravvisarsi e comprendersi dal libro sesto e settimo di Cassiodoro, ove tutte queste dignità ci vengono rappresentate e descritte.

§. IV. La medesima disposizione delle province ritenuta in Italia dal Re Teodorico.

Ritenne ancora questo Principe la stessa divisione delle province, che sotto l'Imperio di Costantino, e de' suoi successori componevano l'Italia: era ancora il medesimo numero di quel d'Adriano: ed in diciassette eran ancora distinte, nè ciò, ch'ora appelliamo Regno di Napoli, in più province fu partito: quattro ancora furono sotto la dominazione di Teodorico. I. la Campagna. II. la Calabria colla Puglia. III. la Lucania, e' Bruzj. IV. il Sannio. Alla provincia della Campagna furono mandati, come prima, i Consolari a governarla: all'altre due di Calabria, e Lucania i Correttori; ed al Sannio i Presidi.

Della Campagna, e suoi Consolari.

Il primo Consolare della Campania, che ne' cinque libri di Cassiodoro[731] s'incontra, fu un tal Giovanni, a cui Teodorico mandò una epistola, nella quale tanto gli raccomandava la giustizia, e la cura della pubblica utilità, decorandolo col titolo di Viro Senatori, come dall'iscrizione: Joanni V. S. Consiliari Campaniae, Theod. Rex. A questo stesso Giovanni indirizzò Teodorico quel suo editto, che presso a Cassiodoro[732] anche si legge, per cui fu severamente proibita quella pessima usanza, che nella Campania e nel Sannio erasi introdotta, che il creditore senza pubblica autorità, ma per privata licenza si prendeva la roba del debitore per pegno, nè la restituiva, se del suo credito non fosse stato soddisfatto; anzi sovente si prendeva la roba non del debitore, ma d'un suo amico, vicino, o congiunto, che in Italia son chiamate Rappresaglie: si vietò tal costume severamente, e s'impose pena della perdita del credito, e di restituire il doppio, nel caso, che si fosse fatta rappresaglia non al debitore, ma all'amico, o congiunto. Zenone Imperadore quest'istesso avea comandato per l'Oriente con una sua consimile costituzione[733]: onde Teodorico, che intendeva reggere l'Italia colle medesime massime, volle anche in ciò imitarlo: Giustiniano poi lo ripetè nelle sue Novelle[734]. Nè volle mai Teodorico permettere, che s'usassero simili violenze nel suo Regno, ma che i creditori, secondo che parimente dettavano le leggi romane, per vie legittime di pubblici giudizj, sperimentassero le loro ragioni.

Trovandosi questo Principe esausto a cagion delle guerre sostenute alcun tempo co' Francesi, ebbe necessità di far da questa provincia proveder di vettovaglie i suoi eserciti; e si legge perciò un altro suo editto[735], imponendo a' Navicularj della Campagna, che trasportassero que' viveri nelle Gallie. Meditava ancora d'imporle altri pesi; ma orando a pro di questa provincia Boezio Severino[736], e ponendogli avanti gli occhi le tante sue miserie, e le tante afflizioni e desolazioni, che per l'invasione de' Vandali aveva patite, clementissimamente Teodorico le concedè ogni indulgenza, nè di nuovi pesi volle maggiormente caricarla; anzi avendo i Campani, e particolarmente i Napoletani ed i Nolani, per l'irruzione del Vesuvio accaduta in questi tempi, patiti danni gravissimi, concedè a' medesimi indulgenza anche de' soliti tributi, come scorgesi presso a Cassiodoro in quell'altro suo editto[737], nel quale con molto spirito e vivezza si descrivono i fremiti, l'orride nubi, ed i torrenti di fuoco, che suole mandar fuori quel monte. Cassiodoro è maraviglioso in simili descrizioni, ma quel che non se gli può condonare, è, che oltre al valersi d'alcune ardite iperboli, e d'alcune metafore soverchio licenziose, introduce in sì fatta guisa a parlar Teodorico, che non saprebbesi scernere, se voglia ordinar leggi, e dar providenza a' bisogni delle sue province, come era il suo scopo, o pure voglia far il declamatore, introducendolo sovente a parlare in una maniera, che non si comporterebbe nè anche a' più stravolti Panegiristi de' nostri tempi.

Aveva veramente la Campania, quando Gezerico dall'Affrica si mosse con potente armata ad invadere l'Italia, patiti danni insopportabili. Fu allora da' Vandali aspramente trattata, devastando il suo paese, e Capua, ch'era la sua metropoli, fu barbaramente saccheggiata, e poco men, che distrutta. Queste stesse calamità sofferirono Nola e molte altre città della medesima. Napoli solamente per cagion del suo sito fu dal furor di quei Barbari esente: città allora, ancorchè piccola, ben difesa però dal valore de' suoi cittadini, dal sito, e più dalle mura forti, che la cingevano. E per questa varia fortuna, che sortirono, avvenne da poi, che molte città di queste nostre province da grandi si fecion picciole, e le picciole divennero grandi; quindi avvenne ancora, che ruinata Capua e molte città di questa provincia, Napoli cominciasse piano piano ad estollersi sopra tutte l'altre, e ne' tempi dei Greci e Longobardi si rendesse capo d'uno non picciol Ducato.

Ne' tempi di Teodorico, niuna altra città di questa provincia leggiamo, che si fosse rallegrata cotanto dell'imperio di questo Principe, quanto Napoli; nè altra, che avesse con tanti e sì cospicui segni di fedeltà e di stima mostrata la sua divozione ed ossequio verso di lui. Assunto che fu Teodorico nel Trono, gli eressero i Napoletani nella maggiore lor piazza una statua, quella, che da poi s'ebbe per infausto presagio dell'infelice fine della dominazione de' Goti in Italia; poichè, come narra Procopio[738], avevan i Napoletani innalzata a Teodorico questa statua composta, con maraviglioso artificio, di picciole petruzze di color vario, e così bene tra lor commesse, che al vivo rappresentavano l'effigie di quel Principe. Essendo ancor vivente Teodorico si vide il capo di questa statua da se cadere, disciogliendosi quel compaginamento di pietruzze, che lo formavano: e non guari da poi si seppe in Napoli la morte di questo Principe, ed in suo luogo esser succeduto Atalarico suo nipote. Passati otto anni del Regno di costui, si videro in un subito da loro scomporsi quelle, che formavan il ventre; e nell'istesso tempe s'intese la morte d'Atalarico. Non molto da poi caddero l'altre, che componevan le parti genitali, ed insieme s'ebbe novella della morte d'Amalasunta figliuola di Teodorico. Ma quando ultimamente si vide Roma assediata da' Goti per riprenderla, ecco, che vanno a terra tutte quell'altre, che le coscie e i piedi formavano, e tutta cadde da quel luogo, dove era collocata: dal qual fatto conghietturarono i Romani, dover l'esercito dell'Imperadore d'Oriente rimaner superiore, interpretando, per li piedi di Teodorico non denotarsi altro, che i Goti, a' quali egli avea imperato; e questo vano e ridicolo presagio fu di tanta forza appresso le genti volgari, le quali soglionsi muovere più per si fatte cose, che per qualunque più culta diceria di Capitano, che fattesi ardite, presero non leggiera speranza della vittoria. Nel che parimente giovaron certi versi Sibillini, posti fuori da alcuni Senatori romani, molto adattati ad imposturar la gente, il senso de' quali, come ponderò assai bene Procopio, prima dell'esito delle cose non potea in veruno conto capirsi per intelletto umano; poichè que' versi eran cotanto disordinati e confusi, e veramente fanatici, che sbalzando da' mali dell'Affrica alla Persia, indi fatta menzione de' Romani, passavan poi a parlar degli Assirj: ritornavan a favellar de' Romani, e poi a cantar delle calamità de' Britanni: quando poi si vedeva il successo, allora si ponevano in opera mille graziose interpretazioni, e scoprivano per l'evento seguito il senso degli oscuri e fantastici versi.

Ma ritornando al nostro proposito, fu Napoli a Teodorico molto fedele e divota: ed all'incontro questo gratissimo Principe trattò i Napoletani con non minori segni d'amore e di gratitudine: nè picciolo segno di stima dee riputarsi quello, che tra le formole delle Comitive del primo ordine, che da Teodorico solevan darsi a coloro, a' quali egli commetteva il governo di qualche illustre città, si legga ancora appresso Cassiodoro[739] quella destinata per Napoli; poichè questo Autore le formole solamente rapporta, che a' personaggi destinati al governo di qualche famosa città si solevan dare, non già quelle delle minori. Leggonsi solo quelle della città di Siracusa, di Ravenna, di Roma, ed altri luoghi cospicui: per le altre città minori una generale solamente se ne legge adattata per tutte; e le Comitive, che davansi per lo governo di queste, non eran del primo, ma del secondo ordine, com'è manifesto dalla formola stessa appresso Cassiodoro[740]. Nè si tralasciano nella Comitiva (oppure se ci aggrada nomarla col linguaggio de' nostri tempi, Cedola, ovvero Patente) le prerogative di questa città, le sue delizie, la sua eccellenza, quanto sia decoroso l'impiego, quanto ampia l'autorità e giurisdizione, che se gli concede; e quanto pieno di maestà il suo Tribunale: ella è chiamata[741]: Urbs ornata multitudine Civium, abundans marinis, terrenisque deliciis: ut dulcissimam vitam te ibidem invenisse dijudices, si nullis amaritudinibus miscearis: Praetoria tua officia replent, militum turba custodit. Conscendis gemmatum Tribunal, sed tot testes pateris, quot te agmina circumdare cognoscis. Praeterea litora, usque ad praefinitum locum data jussione custodis. Tuae voluntati parent peregrina commercia. Praestas ementibus de pretio suo, et gratiae tuae proficis, quod avidus mercator acquirit. Sed inter haec praeclara fastigia, optimum esse Judicem decet, etc. Nè minori sono l'affettuose dimostranze, che da questo Principe eran espresse nella lettera solita darsi al provisto, scrivendo alla città di Napoli in commendazione del medesimo; la formola della quale pur la dobbiamo a Cassiodoro[742]; e da essa può anche raccorsi, che Teodorico lasciasse a' Napoletani quell'istessa forma di governo, ch'ebbero ne' tempi de' Romani, cioè d'aver la Curia, o Senato, come prima, dove degli affari di quella città per quel che s'attiene alla pubblica annona, al riparo delle strade, ed altre occorrenze riguardanti il governo della medesima, avessero cura: e solamente loro togliesse il poter da' Decurioni eleggere i Magistrati, i quali quella giurisdizione avessero, che concedeva egli al Governadore, o Comite, che vi mandava. Ebbe ancora questa provincia il suo Cancelliero, la cui carica e funzioni ci sono rappresentate da Cassiodoro nell'undecimo e duodecimo libro delle sue Opere[743].