Maggiore rilucerà la pietà di questo Principe, in considerando, che della cattolica religione, ancorchè da lui non professata, ebbe egli tanta cura e pensiero, che non permetteva, che al governo della medesima s'eleggessero, se non Vescovi di conosciuta probità e dottrina, de' quali fu egli amantissimo e riverente: di ciò presso a Cassiodoro[770] ce ne dà piena testimonianza il suo nipote stesso Atalarico: Oportebat enim arbitrio boni Principis obediri, qui sapienti deliberatione pertractans, quamvis in aliena Religione, talem visus est Pontificem delegisse, ut agnoscatis illum hoc optasse, praecipue quatenus bonis Sacerdotibus Ecclesiarum omnium Religio pullularet.
Quindi avvenne, come Paolo Varnefrido, e Zonara raccontano[771], ch'essendo nato ne' suoi tempi quel grave scisma nella Chiesa romana, tosto fu da lui tolto col convocamento d'un Concilio, e le cose restituite in una ben ferma e tranquilla pace. Si leggon ancora di questo Principe rigidissimi editti, come similmente d'Atalarico suo nipote, per li quali severamente vengon proibite tutte quelle ordinazioni di Vescovi, che per ambizione, o interveniente denaro si facessero, annullandole affatto, e di niun momento e vigore riputandole[772]; siccome più distesamente diremo, quando della politia ecclesiastica di questo secolo favelleremo. E pur di Teodorico si legge, che quantunque nudrisse altra religione, volle che i Vescovi cattolici per lui porgessero calde preghiere a Dio, delle quali sovente credette giovarsi. Per la qual cosa non dee parere strano, siccome dice Grozio, che Silverio Vescovo cattolico romano fosse stato a' Greci sospetto, quasi che volesse e desiderasse più la Signoria de' Goti in Italia, che quella de' Greci stessi.
Ed alla pietà di questo Principe noi dobbiamo, che queste nostre province, ch'ora formano il Regno di Napoli, ancorchè sotto la dominazione de' Goti Arriani poco men che 70 anni durassero, non fossero di quel pestilente dogma infestate, ma ritenessero la cattolica fede, così pura ed intatta, come i loro maggiori l'avevan abbracciata, e che potè poi star forte e salda alle frequenti incursioni de' Saraceni, che nei seguenti tempi l'invasero e le combatterono: imperocchè piacque a Teodorico non pur lasciarla così stare, come trovolla, ma di favorirla, ed esser eziandio della medesima custode e difensore: dal cui esemplo mossi Atalarico, e gli altri Goti suoi successori, si fece in modo, che durante il loro dominio, non restò ella nè perturbata nè in qualunque modo contaminata.
Della giustizia, umanità, fede, e di tutte l'altre più pregiabili e nobili virtù di questo Principe, non accade, che lungamente se ne ragioni: Cassiodoro nei suoi libri ci fa ravvisare una immagine di Regno così culto, giusto e clemente, che a ragione potè Grozio[773] dire: planeque si quis cultissimi, clementissimique Imperii formam conspicere voluerit, ei ego legendas censeam Regum Ostrogothorum Epistolas, quas Cassiodorus collectas edidit. Onde non senza cagione potevan i Goti appresso Belisario vantarsi di questa lode[774]: nè senza ragione Teodorico stesso potè dire: Aequitati fave: eminentiam animi virtute defende, ut inter nationum consuetudinem perversam, Gothorum possis demonstrare justitiam: ed altrove: Imitamini certe Gothos nostros, qui foris praelia, intus norunt exercere justitiam. E fu cotanto lo studio e la cura di questo Principe nel reggere i suoi sudditi con una esatta e perfetta giustizia, che si dichiarò co' medesimi volersi portar con esso loro in modo, che si dolessero più tosto d'esser così tardi venuti sotto l'imperio de' Goti. Procopio ancorchè Greco, non può non innalzare queste regie ed insigni sue virtù: egli custode delle leggi; giusto nell'assegnare i prezzi all'annona; esatto ne' pesi e nelle misure; e nell'imporre tributi, fu maravigliosa la sua equabilità, e sovente per giuste cagioni era pronto a rimettergli: se i suoi eserciti in passando danneggiavan i paesani, soleva Teodorico ai Vescovi mandare il denaro per risarcirgli de' patiti danni: se v'era bisogno di materia per fabbricar navi o di munire d'altra guisa i suoi campi, pagava immantenente il prezzo: egli liberalissimo co' poveri, e la maggior parte del suo regal impiego era il sovvenimento e la cura de' pupilli e delle vedove, di che chiara testimonianza ce n'ha data Cassiodoro.
La moderazione di questo Principe, da' suoi fatti di sopra esposti è pur troppo nota: e' potendo far passare i vinti sotto le leggi de' Goti vincitori, volle, che colle leggi proprie, colle quali eran nati e nudriti, vivessero. Permise, che sotto il suo Regno Roma fosse dallo stesso romano Senato governata: che giudicasse il Romano tra' Romani: tra' Goti e Romani, il Goto ed il Romano. Che quella religione ritenessero ch'avevan succhiata col latte[775], avversissimo d'introdurre novità, come quelle, che sogliono essere sempremai alle Repubbliche perniziosissime, e cagione di molti e gravi disordini.
La sua temperanza fu da Ennodio chiamata modestia sacerdotale: ei secondo l'usanza della sua Nazione parchissimo ne' cibi, e molto più sobrio nelle vesti. Nel suo Regno i Goti si mantennero continentissimi e casti, nè fu insidiata la pudicizia delle donne: Quae Romani polluerant fornicatione dice Salviano[776], mundant Barbari castitate: ed altrove: Impudicitiam nos diligimus, Gothi execrantur, puritatem nos fugimus, illi amant. Vivevan di cibi semplicissimi, di pane, di latte, di cascio, di butirro, di carne, e sovente cruda, macerata solamente nel sale. Tralascio per brevità le sue virtù regie: infin oggi s'ammirano in Roma ed in Ravenna i monumenti della sua magnificenza negli edificj, negli acquedotti ed in altre splendide opere. Dal corso de' suoi fatti egregi, incominciando dalla puerizia, è pur troppo noto il suo valore, la fortezza, la sua magnanimità, il suo sublime spirito, ed il suo genio sempre a grandi e difficili imprese prontissimo. Principe e nella guerra e nella pace espertissimo, donde nell'una fu sempre vincitore, e nell'altra beneficò grandemente le città, ed i Popoli suoi: e la virtù sua giunse a tanto, che seppe contenere dentro a' termini loro, senza tumulto di guerre, ma solo con la sua autorità, tutti i Re barbari occupatori dell'Imperio. E per restituire l'Italia nell'antica pace e tranquillità, molte terre e fortezze edificò infra la punta del mare Adriatico e l'Alpi, per impedire più facilmente il passo a' nuovi Barbari, che volessero assalirla. Tanto ch'è costantissima opinione di tutti gli Scrittori, che mediante la virtù e la bontà sua, non solamente Roma ed Italia, ma tutte l'altre parti dell'occidental Imperio libere dalle continue battiture, che per tanti anni da tante inondazioni di Barbari avevan sopportate, si sollevarono, ed in buon ordine, ed assai felice stato si ridussero.
So che alcuni credono esser queste tante virtù di Teodorico, state imbrattate dall'insidie, e morte finalmente fatta dare ad Odoacre; e nell'ultimo della sua vita da alcune crudeltà cagionate per varj sospetti del Regno suo. con avere ancora fatto morire Simmaco, e Boezio suo genero, Senatori, ed al Consolato assunti: uomini di nobilissima stirpe nati, nello studio della filosofia consumatissimi, religiosissimi, e per fama di pietà e di dottrina assai insigni.
Ma se vogliano questi fatti attentamente considerarsi, la ragion di Stato difende il primo; e dell'essere stato crudele con Simmaco, e Boezio, dobbiamo di quello stesso incolpar Teodorico, di che fu incolpato da suoi domestici: Id illi injuriae, come dice Procopio, in subditos primum, ac postremum fuit, quod non adhibita, ut solebat, inquisitione de viris tantis statuerat. In questo solamente mancò Teodorico, ch'essendo stati per invidia imputati Simmaco, e Boezio di macchinar contro alla sua vita, ed al suo Regno, gli avesse senza usare molta inquisizione in caso sì grave, in cui richiedevasi somma avvedutezza, condennati a morte; del resto, come ben osservò Grozio[777], Actum ibi, non de Religione, quae Boëthio satis Platonica fuit, sed de Imperii statu. Non fu mosso certamente Teodorico da leggier motivo, ma per cagione di Stato, non già di religione, come alcuni credono. Ben si sono scorti, quali sentimenti fossero di questo Principe intorno a lasciare in libertà le coscienze degli uomini, ed appigliarsi a quella religione, che lor piacesse. Nè per Boezio poteva accader ciò, la cui religione fu più platonica, che cristiana. E se dee credersi a Procopio, ben di quel suo fallo poco prima di morire ne pianse Teodorico amaramente con intensissimo dolore del suo spirito; poichè essendosegli, mentre cenava, apprestato da' suoi Ministri un pesce di grossissimo capo, se gli attraversò nella fantasia così al vivo l'immagine di Simmaco, che parvegli quello del pesce essere il costui capo, il quale con volto crudele ed orribile lo minacciasse, e volesse della sua morte prender vendetta: tanto che spaventato per sì portentosa veduta, corsegli per le vene un freddo, che obbligatolo a mettersi a giacere, si fece coprir di molti panni; ed avendo raccontato ad Elpidio suo Medico ciò che gli era occorso, In Simmacum, ac Boëthium quod peccaverat, deflevit: poenitentiaeque, ad doloris magnitudine, non multo post obiit, come narra Procopio.
Giornande niente dice di sì strano successo, ma lo fa morire di vecchiezza, narrando, che Teodorico postquam ad senium pervenisset, et se in brevi ab hac luce egressurum cognosceret, fece avanti di lui convocare i Goti, e' principali Signori del Regno, a' quali disegnò per suo successore Atalarico, figliuolo d'Amalasunta sua figliuola, il quale morto Eutarico suo padre, pur dell'illustre stirpe degli Amali, non avendo più, che dieci anni, sotto la cura ed educazione di sua madre viveva. Non tralasciò morendo di raccomandare a' medesimi la fedeltà, che dovevan portare al Re suo nipote; raccomandò loro ancora l'amore e riverenza verso il Senato e Popolo romano, e sopratutto incaricò, che dovesser mantenersi amico e propizio l'Imperadore d'Oriente, col quale procurassero tener sempre una ben ferma e stabil pace e confederazione: il qual consiglio avendo religiosamente custodito Amalasunta, le cose de' Goti infinchè visse il suo figliuolo Atalarico, andaron assai prosperamente; poichè per lo spazio d'otto anni, che regnarono, mantennero il lor Reame in una ben ferma e tranquilla pace. Tale fu la morte di questo illustre Principe, che avvenne nell'anno 526 di nostra salute, dopo aver regnato poco men che 38 anni, e ridotta l'Italia, e queste nostre province nell'antica pace e tranquillità.