Questi calando dalla Dalmazia, che già avevano occupata, sbarcati a Siponto, cominciarono a depredare la nostra Puglia. Ajone intesa l'irruzione degli Sclavi nella Puglia, la quale era stata in gran parte al Ducato beneventano aggiunta, unite al meglio che potè alquante truppe, andò in assenza di Radoaldo prestamente per combattergli; ma venuto presso al fiume Ofanto all'armi, cadde in un fosso, dove sopraggiungendo gli Schiavoni lo ammazzarono[109]. Non tenne Ajone più il Ducato di Benevento, toltone i cinque mesi, che regnò insieme col padre, che un solo anno; ma lui morto, trionfando gli Sclavi della vittoria riportata sopra il medesimo, sopraggiunse opportunamente con valide forze Radoaldo, il quale investitigli con incredibil valore gli sconfisse e disperse; e dopo aver sì fortemente vendicata la morte d'Ajone, al Ducato di Benevento fu assunto con Grimoaldo suo fratello, conforme all'istituzione d'Arechi, il quale ed a se ed al figliuolo avea provveduto di successore.

Resse questo Principe il Ducato beneventano insieme con Grimoaldo suo fratello cinque anni. Invase costui altre regioni de' Greci, e presso Sorrento portò le sue armi: assediò questa città, sforzandosi di prenderla per assalto; ma i Sorrentini respinsero le sue truppe, incoraggiti anche da Agapito loro Vescovo; onde Radoaldo sciolse l'assedio, e Sorrento fu liberata[110].

Governando costoro il Ducato di Benevento, s'intesero la prima volta di queste province, che ora compongono il nostro Regno, le nuove leggi scritte dei Longobardi, pubblicate da Rotari col riferito suo editto: quindi le città del nostro Regno, che in quel Ducato eran comprese, ed i nostri provinciali, ancorchè quelle per li soli Longobardi fossero state fatte, cominciarono pian piano ad apprenderle e rendersele famigliari tanto, che ne' tempi seguenti bisognò, che le romane cedessero e si conservassero solo come antiche usanze presso alla plebe, la quale è l'ultima a deporre le leggi ed i costumi de' suoi maggiori; siccome più innanzi vedremo.

Morto Radoaldo in Benevento nell'anno 647, restando al governo solo Grimoaldo di lui fratello, tenne costui il Ducato anni sedici, senza però comprendervi gli altri anni cinque, che avea regnato col fratello.

CAPITOLO VIII. Di Grimoaldo V. Duca di Benevento: delle guerre da lui mosse a' Napoletani: e morte del Re Rotari.

Grimoaldo V. Duca di Benevento fu un Principe d'animo sì grande e intraprendente, che non contento d'aver distesi i confini del suo Ducato, e riportate molte vittorie sopra i Napoletani e Greci, aspirando sempre ad imprese più alte e generose, finalmente dal suo destino fu esaltato al Trono, e resse il Regno d'Italia, dopo i sedici del suo Ducato, altri anni nove.

Mentre fu egli Duca di Benevento, ebbe sovente a combatter co' Napoletani; ed in questi tempi si narra esser accaduto ciò, che Paolo Varnefrido[111] rapporta, di aver egli impedito a' Greci il sacco della Basilica di S. Michele posta nel monte Gargano, e d'avergli interamente sconfitti. Vien riferito ancora, che quindici anni da poi, asceso già al regal Trono in Pavia, avesse un'altra volta sconfitti i Napoletani, e che questi per tale avversità, tocchi nel cuore, avessero mutata religione, e da' Gentili ch'erano, avessero abbracciata la Religione cristiana, siccome narrano l'Autore degli Atti dell'Apparizione Angelica[112], e l'ignoto Monaco Cassinese[113].

Ma poichè questi successi variamente dagli Scrittori si narrano, alcuni a' Saraceni imputando ciò, che Paolo ascrive a' Greci; altri, con manifesto anacronismo, più indietro portando questi successi, gli fingono a' tempi di Teodorico e d'Odoacre, quando i Longobardi non erano ancora in Italia conosciuti; ed altri con maggior verità l'attribuiscono a' medesimi Longobardi; perciò sarà a proposito più distesamente mostrare, che non i Greci, o i Napoletani, ovvero i Saraceni, ma i Longobardi diedero il sacco a quel santuario, e che la conversione dal Gentilesimo al Cattolichismo, la quale a' Napoletani s'imputa, dee a' Longobardi beneventani, non già agli altri attribuirsi.

Il monte Gargano, posto nella Puglia sopra Siponto dirimpetto all'isole Diomedee del mare superiore, oggi dette di Tremiti, nome ancor egli antichissimo, e da Tacito[114] usato, fu prima renduto celebre al Mondo da Virgilio e da Orazio; ma da poi a tempo di Gelasio I. Pontefice romano, fu assai più rinomato per la maravigliosa apparizione in questo luogo accaduta dell'Arcangelo Michele; e discacciati d'Italia i Goti dall'Imperador Giustiniano per Belisario e Narsete, ed all'Imperio d'Oriente finalmente restituita, fu incredibile la venerazione de' Greci verso questo Santo. Non vi ebbe città così nella Grecia, come in Italia, che non gli fabbricasse tempj e non gli dirizzasse altari. Narra Procopio[115], che da Giustiniano nella sola città di Costantinopoli gli furon molti nuovi tempj eretti, ed altri antichi rifatti: il cui esempio imitarono ancora l'altre città greche d'Italia. In Napoli massimamente la di lui venerazione fu maravigliosa, avendogli i Napoletani innalzato ancor essi un tempio, che poi secondo il rito della Chiesa romana, fu in tempo di S. Gregorio M. dedicato, e lo stesso Pontefice di questa dedicazione in una sua epistola fa memoria[116]. Di molti altri Imperadori greci, e particolarmente di Eraclio si narra lo stesso, i quali di ricchi e preziosi doni arricchirono quel santuario: in guisa che non potrà porsi in dubbio, che i Napoletani per lungo tempo a' Greci congiunti, non avessero una pari religione e venerazione a questo Arcangelo portata: ed il voler imputare i Napoletani in questi tempi d'infedeltà e d'idolatria, egli è un error così grande, che la sola cronologia de' Vescovi cattolici di questa città, e ciò che nel precedente libro si è narrato, può renderlo manifesto e indubitato.

All'incontro è certissimo, che quando i Longobardi ritolsero a' Greci l'Italia, non altra religione professavano, se non quella de' Pagani, e molti l'Arrianesmo, e quantunque nel Regno d'Agilulfo, seguendo i Longobardi l'esempio del loro Principe, avessero molti di essi lasciato l'Arrianesmo e l'Idolatria; nientedimeno perseverando gli altri Re suoi successori nell'Arrianesmo, fu cagione, che i Longobardi, e particolarmente que' di Benevento tornaron di nuovo nei primi errori, de' quali non finiron d'interamente spogliarsi fino all'anno 663, quando, fugato Costanzo Imperadore per opera di S. Barbato Vescovo di Benevento, alla religion cattolica furon convertiti, come quindi a poco diremo.