È altresì notissimo a chi attentamente considererà l'istoria de' Longobardi di Paolo Varnefrido, che questo Scrittore, siccome furono tutti gli altri di tal Nazione, per esser longobardo, si è studiato a tutto potere di scusare i suoi da questa nota d'infedeltà, e dagli errori d'Arrio; anzi in tutto il corso della sua istoria non favellò mai della religione, che tennero questi Popoli, tanto che nemmeno della loro conversione per opera di S. Barbato alla cattolica credenza ne dice parola, per fuggire di non esser costretto a far menzione degli antichi errori, come accuratamente notò il diligentissimo Pellegrino[117].

Quindi nella storia sua molte cose sono imputate a' Greci, che da' Longobardi si commisero, siccome con verità osservò anche il Cardinal Baronio[118]: e chiarissimo documento ne farà questo stesso successo: conciossiachè è affatto incredibile, che i Greci cotanto veneratori di quel santuario avessero potuto avere un animo così perverso, come e' dice, di saccheggiarlo, e che perciò venuti all'armi co' Longobardi, fossero da costoro stati distolti di così esecrando e sacrilego eccesso. Tutto al rovescio è da credersi, che andasse la bisogna, ed appunto come ce la descrive il Pellegrini[119], cioè che i Longobardi contendendo co' Greci della possessione di quel luogo, dopo una lunga ed ostinata pugna, finalmente fosse loro riuscito di vincere i Greci, e siccome quelli ch'eran già avvezzati a somiglianti scelleratezze, ciocchè essi sotto Zotone avevan altra volta fatto nel monte Cassino, vollero Sotto Grimoaldo replicar nel monte Gargano, saccheggiando quel santuario, che ricco per varj doni de' Greci potè invitar la loro rapacità a quel sacrilegio. Ed in fatti dagli atti medesimi di S. Barbato Vescovo di Benevento, che non ancora impressi si conservavano nel monastero delle Monache di S. Gio. Battista della città di Campagna, e che furono da poi da Giovanni Bollando[120] dati alla luce colle sue note, e parte d'essi si veggono ora anche impressi nell'ottavo volume di Ferdinando Ughello[121], si vede con chiarezza, che quella Basilica patì allora in realtà il sacco: tanto è lontano, che fosse stato impedito dai Longobardi beneventani, restando così incolta e desolata, ut nec sedulum illic officium persolvi possit, come dice S. Barbato. Nè cominciò a restituirsi al suo antico lustro, se non quindici anni da poi, quando discacciato Costanzo da' Longobardi, a' conforti di Barbato abbracciarono la Religion cattolica, deponendo l'Infedeltà; la qual conversione all'Autore degli Atti dell'Apparizione Angelica, essendo parimente Longobardo, piacque ancora d'addossarla a' Napoletani greci come vedremo più innanzi: ciò che maggiormente confermerà quanto ora si è detto.

E per questa stessa ragione si vede, che vanno eziandio errati coloro[122], i quali vogliono imputare i Saraceni di ciò, che Paolo Varnefrido narra de' Greci; scrivendo essi, che Grimoaldo nel monte Gargano in questi anni del suo Ducato avesse combattuto co' Saraceni, i quali volendo saccheggiar quel santuario, furono da Grimoaldo sconfitti e debellati; poichè questa guerra fu, come Varnefrido la scrive, tra' Longobardi e Greci, e non co' Saraceni, i quali in questi tempi non erano ancora venuti a depredare queste nostre province; e poi quando ci vennero, non nel Gargano, ove non mai si fermarono, se non negli ultimi tempi, ma nel Garigliano sua aliquando domicilia habuerunt, come dice il Pellegrino. Nè è vero, che fu impedito il sacco, perchè seguì veramente; onde la sconfitta, che si narra data a' Saraceni nel Gargano da Grimoaldo, è ugualmente favolosa di quell'altra, che dal Summonte e da altri vien riferita di aver ricevuta in Napoli da S. Agnello Abate, in tempo che questi Popoli in Italia non erano stati ancora conosciuti; nè il nome loro era stato in queste nostre parti peranche inteso.

Ma mentre i Longobardi beneventani sono occupati in queste guerre co' Greci napoletani, accadde nell'anno 652 in Pavia la funesta morte di Rotari Re, il quale morendo lasciò erede e successore nel Regno Rodoaldo suo unico figliuolo, non restando altri della sua virile stirpe, che questo unico rampollo. Resse Rotari sedici anni il Regno con tanta prudenza e giustizia, che tra i Principi più illustri della terra fu meritamente annoverato; e dall'aver egli lasciato in libertà i suoi sudditi di poter vivere in quella religione, che volessero, permettendo, che in quasi tutte le città del suo Regno vi fossero due Vescovi, l'un cattolico e l'altro arriano, diede questo pernizioso esempio nuovo stimolo agli empj Politici di confermare la loro massima, che il Principe non dovesse molto impacciarsi della religione de' sudditi, nè sforzargli a dover credere, e professar quella, ch'egli reputasse la più vera: onde Bodino[123] difensor di questa perversa dottrina, all'esempio di Teodosio M. di cui crede, che avesse medesimamente permesso a' suoi sudditi simile libertà di coscienza, senza curarsi punto se fossero arriani o cattolici, non si dimenticò d'aggiunger questo altro di Rotari, il quale permise lo stesso. Non è però da tralasciarsi di notar qui di passaggio l'errore di questo Scrittore, che reputò Teodosio M. essere stato Autore di quella legge[124], la quale quantunque nel Codice Teodosiano portasse in fronte così il nome di Teodosio M. come l'altro di Valentiniano II, egli è però costante presso a tutti gli Scrittori, che Autore di quella ne fosse Valentiniano, il quale per impulso dell'Imperadrice Giustina sua madre, e ad istanza de' Goti arriani, residendo in quell'anno in Milano la fece pubblicare, contro alla quale declamò tanto S. Ambrogio Vescovo di quella città; ed è altresì noto, che ancorchè gl'Imperadori reggessero allora l'Imperio diviso in occidentale ed orientale, nulladimanco il costume era, che le leggi, che si promulgavano o dall'uno, o dall'altro, portavano in fronte i nomi di tutti coloro, che governavano allora l'Imperio: ciocchè osserviamo ancora ne' marmi; ed infiniti altri esempj ne somministra il Codice stesso Teodosiano, siccome fu anche osservato dal diligentissimo Jacopo Gotofredo[125], il quale dell'istesso errore notò Francesco Baldovino, che per quella iscrizione credè parimente, che Teodosio M. fosse stato autore di quella legge.

CAPITOLO IX. Di Rodoaldo, Ariperto, Partarite e Gundeberto, VIII, IX, X e XI Re de' Longobardi.

Siccome nel lungo e savio Regno di Rotari, le cose de' Longobardi andarono molto prospere in Italia, così il molto breve e sconsigliato di Rodoaldo suo figliuolo, e più la discordia de' suoi successori pose le loro fortune in pericoloso stato. Rodoaldo, ancorchè Varnefrido rapporti aver regnato cinque anni, appena governò solo un anno; poichè avendo stuprata la moglie d'un certo Longobardo, fu dal marito ammazzato; e ne' suoi cinque anni di Regno, Paolo annoverò quelli, quando regnò insieme col padre, che lo fece suo collega.

Essendo mancata per tanto la maschile stirpe di Rotari, raunati i Longobardi per creare un nuovo Re, elessero Ariperto figliuolo di Gundoaldo fratello di Teodolinda. Tenne costui il Regno de' Longobardi nove anni, secondo Varnefrido[126]; nè in tutto il corso del suo Imperio l'istoria rapporta cosa di lui degna di memoria, se già non se gli volesse ascrivere a lode l'opinione, che di lui avevasi, che fosse alla religione cattolica assai inclinato contro all'esempio di Rotari e del figliuolo Rodoaldo.

Morì nell'anno 661 Ariperto, e lasciò di se due figliuoli, Partarite e Gundeberto, tra i quali partì con pessimo consiglio il Regno. Così Gundeberto tenne la sede del suo Regno in Pavia, e Partarite nella città di Milano: che fu cagione, onde a Grimoaldo nostro Duca di Benevento s'offerse l'opportunità di scacciare ambedue dalle loro sedi, e di rendersi signore di tutto il Regno; poichè nata fra' due fratelli discordia e odio grandissimo, ciascuno cercava d'occupare il Regno dell'altro; onde non contento Gundeberto di sua sorte, vennegli talento di tener solo l'intero Regno, e discacciarne il fratello: ma non fidandosi delle proprie forze, mandò Garibaldo Duca di Torino a Grimoaldo Duca di Benevento, perchè a questa impresa l'aiutasse, promettendogli in premio la sorella per moglie.

Ma il Duca di Torino tutto altro espose a Grimoaldo, e tradendo il suo Signore, lo persuase a non dover trascurare d'approfittarsi di questa discordia, che poteva porgli in mano il Regno; nè durò molta fatica a persuaderlo: onde preso dall'avidità di regnare unì, come potè il meglio, alquante truppe, e lasciato in Benevento per Duca Romualdo suo figliuolo, verso Pavia incamminossi. Giunto a Piacenza spedì a Gundeberto coll'avviso della di lui venuta Garibaldo, il quale fatta l'imbasciata, volle in oltre persuaderlo a dovergli andare incontro; e se pure avesse di qualche cosa sospettato, poteva sotto le regali vesti armarsi di corazza; dall'altro canto con inaudita perfidia avvertì Grimoaldo, che si guardasse bene di Gundeberto, poichè armato veniva ad incontrarlo. Credette Grimoaldo al traditore; e tanto più stimò vero il sospetto, che essendosi poi incontrati, tra i saluti e gli abbracciamenti, toccò veramente esser Gundeberto di corazza armato, onde punto non dubitò che tutto si fosse apparecchiato per ucciderlo, nel quale impeto sfoderando la spada lo trafisse, e morto lo distese a terra, ed in un subito occupò il Regno, facendosene signore. Aveva allora Gundeberto un picciol figliuolo chiamato Ramberto, il quale secretamente fu trafugato da' suoi fidati, e fatto diligentemente allevare: nè Grimoaldo si curò molto di averlo in mano, perciocchè era ancora bambino.

Non così tosto ebbe di questo successo avviso Partarite, che pien di paura, con celerità grande lasciando in abbandono lo Stato, Rodolinda sua moglie, e Cuniperto picciolo suo figliuolo, se ne fuggì, e sotto Cacano Re degli Avari ricovrossi. Grimoaldo preso ch'ebbe Milano, confinò in Benevento Rodolinda e Cuniperto, e passato da poi in Pavia, fu proclamato Re dagli stessi Longobardi nel fine di questo anno 662, ed avendosi sposata la sorella di Gundeberto con estrema allegrezza di tutti, rimandò carico di doni l'esercito in Benevento, e seco ritenne solo alcuni suoi più fidati, che innalzò poi a' primi onori del Regno.