Consimile epistola[163] scrisse Gregorio a Pietro Sottodiacono della Campagna, che reggeva il patrimonio di S. Pietro di questa provincia, al quale incaricò, che facesse convocare il Clero della Chiesa di Napoli, imponendogli, che parimente eleggessero due o tre di loro, a' quali dassero tutta la facultà, e gli mandassero in Roma, dove uniti con gli altri rappresentanti la Nobiltà e 'l Popolo, si potesse trattar dell'elezione ed ordinazione del nuovo Vescovo.

Chiamavasi questa elezione per compromissum, la quale soleva praticarsi ne' casi di divisione e di discordie, acciocchè, unendosi la volontà ed i suffragi di molti in due o tre persone savie, potessero quelle, per evitare i tumulti, senza contrasto, elegger colui, che stimassero più meritevole e degno[164]: in cotal maniera fu in fine da' Compromessori eletto in Roma, nel mese di Giugno dell'anno 593, Fortunato, ed ordinato che fu dal Papa, se ne venne in Napoli, dove fu da' Napoletani suoi figliuoli cortesemente ricevuto, e resse questa Chiesa per molti anni con tanta prudenza e vigilanza, che ne fu da Gregorio sommamente commendato, leggendosi perciò molte sue epistole dirizzate a questo Vescovo[165].

Morto Fortunato, per dargli successore insorsero nuovi contrasti; ed essendosi divisi i suffragi, due Vescovi dal Clero e dal Popolo furono eletti: un partito elesse Giovanni Diacono, l'altro Pietro parimente Diacono. Tosto si ebbe ricorso al Pontefice Gregorio perchè fra i due eletti, quello che reputasse il più degno confermasse ed ordinasse. Ma niun di essi piacque: Giovanni fu notato d'incontinenza, perchè teneva una figliuola, testimonio di sua debolezza: Pietro come usurajo e troppo semplice, fu riputato indegno ed inutile; onde fu rescritto a' Napoletani, che eleggessero altri, come poi fecero[166].

Questo medesimo costume vediamo praticato nell'elezioni de' Vescovi capuani, di Cuma, di Miseno, di Benevento, di Salerno, d'Apruzzi, e di tutte le altre Chiese di queste nostre province, che come suburbicarie, al Pontefice romano s'appartenevano: Palermo ancora, Messina, e l'altre Chiese di quell'isola, poichè la Sicilia fu anche Provincia suburbicaria, serbavano il medesimo istituto.

L'elezione, secondo il prescritto de' canoni, dovea cadere in uno, che fosse della Chiesa stessa, o a quella incardinato, non già di altre Chiese, e solo quando fra' cittadini non si trovava persona idonea, il che rade volte accadeva, ricorrevasi agli stranieri, i quali fossero o nella pietà, o nella prudenza e dottrina eminenti. Così leggiamo che Gregorio, dovendosi eleggere il Vescovo in Capua, discordando i Capuani nell'elezione, ed alcuni facendo nomina di soggetti stranieri, col pretesto, che de' nazionali non vi fosse persona degna, rispose che ciò parevagli molto strano, e che per tanto facessero migliore scrutinio sopra de' loro cittadini, e se veramente ne pur uno ve ne fosse degno, allora avrebbe egli provveduto di persona meritevole.

Per la morte di Liberio, Vescovo di Cuma, accaduta nell'anno 592, quest'istesso Pontefice mandò Benenato Vescovo di Miseno a governarla infino che non se gli dasse il successore. Discordavano i Cumani per l'elezione, intendendo alcuni elegger persona d'altra Chiesa; ma Gregorio fece sentire a Benenato, che non permettesse far eleggere persona straniera, se non nel caso, che a lui costasse non esservi fra' Cumani uomo alcuno meritevole d'essere innalzato a quella dignità.

Quest'istesso vedesi praticato nell'elezione del Vescovo di Palermo. Per la morte di Vittore era rimasa vedova quella Chiesa: S. Gregorio vi mandò tosto Barbato Vescovo di Benevento, perchè la governasse fin tanto che si fosse dato il successore[167]. I Palermitani discordi nell'elezione d'un nazionale, pensavano eleggere Cherico straniero; se gli oppose Gregorio, e scrisse a Barbato, che non permettesse che si eleggesse persona d'altra Chiesa, nisi forte inter Clericos ipsius Civitatis nullus ad Episcopatum dignus, quod evenire non credimus, poterit inveniri.

In tal maniera si facevano l'elezioni de' Vescovi, quando volevasi attendere l'antica disciplina della Chiesa, ed il prescritto de' sacri canoni. Così ancora avrebbe dovuto farsi l'elezione del Vescovo di Roma dal Clero e dal Popolo, nè aveano in ciò da impacciarsene gli Imperadori d'Oriente. Ma cominciavano già in questi tempi i Principi ad occupare le ragioni del Popolo e del Clero in queste elezioni: sia per timore, sia per compiacenza, sovente colui era eletto, che al Principe piaceva. Gl'Imperadori d'Oriente, come padroni di Roma, aveano gran parte nell'elezione dei Papi, ch'erano loro sudditi, e fu anche introdotto costume, che senza lor commessione niuno potesse esser ordinato: onde l'eletto dovea mandare in Costantinopoli a richiederne il consenso o la permissione dell'Imperadore[168]. Scrive Paolo Varnefrido[169], che quando, dopo la morte di Benedetto Bonoso, fu nell'anno 577 innalzato a quella sede Pelagio II, perchè Roma in que' tempi era cinta di stretto assedio dai Longobardi, nè alcuno poteva uscire da quella città, non potè Pelagio mandare in Costantinopoli all'Imperadore perchè v'assentisse, onde fu ordinato Pontefice senza commessione del Principe: levati poi gli impedimenti, solevano i Pontefici romani mandar lettere agl'Imperadori, nelle quali, allegando gl'impedimenti avuti, cercavano di scusarsi, e che alla fatta ordinazione consentissero. San Gregorio il Grande eletto Papa, ricusando d'esserci, scrisse all'Imperadore Maurizio, istantemente supplicandolo, che non prestasse il suo assenso all'elezione; ma l'Imperadore che tanto si compiacque dell'elezione, non volle farlo[170].

Nelle nostre province pure i nostri Principi nell'elezione de' Vescovi delle loro città vi vollero la lor parte. Così leggiamo alcuna volta esser accaduto nell'elezione de' Vescovi di Benevento, come fu l'elezione di Barbato nell'anno 663, seguita per opera del Duca Romualdo. De' Vescovi napoletani pur lo stesso si legge, e particolarmente del Vescovo Sergio, il quale dal Duca di Napoli Giovanni, fu, dopo la morte di Lorenzo, innalzato a quella sede: ma questi casi avvenivano fuori d'ordine. La disciplina era che l'elezione s'appartenesse al Clero ed al Popolo, siccome l'ordinazione al romano Pontefice.

La disposizione de' Vescovi in queste nostre province era la medesima de' secoli precedenti. E per quel che s'attiene alla loro autorità e giurisdizione, la loro conoscenza era ristretta come prima nelle cause ecclesiastiche, dove procedevasi per via di censura: non avevano giustizia perfetta, non Tribunali, non Magistrati, e la loro cognizione non più si stese di quella che Giustiniano avea lor data in quella sua Novella[171]. Intorno all'onore e potestà era l'istessa, e circoscritta da' medesimi confini. Erano nelle città Vescovi solamente, non avea alcun d'essi acquistato ancora autorità di Metropolitano: nè alcuno sotto di se avea Vescovi suffraganei e dipendenti; ma ciascuno de' Vescovi reggeva la sua Chiesa ed il Popolo a se commesso. Non ancora i Patriarchi di Costantinopoli aveano invase le Chiese nostre, sicchè alcune ne avessero potuto render metropoli, ed innalzare i loro Vescovi a Metropolitani, con sottoporle al Trono di Costantinopoli, siccome fecero da poi nell'imperio di Lione Isaurico, e degli altri Imperadori d'Oriente suoi successori: solo, come si è detto d'alcuni Vescovi delle città all'Imperio greco soggette, cominciavano, secondo il fasto de' Greci, ad esser decorati del nome di Arcivescovi, non senza sdegno però de' romani Pontefici, i quali riprendevan acerbamente que' Vescovi, che lo prendevano[172].