Alcuni credettero, che il Vescovo di Napoli prima di S. Gregorio M. o almeno da questo Pontefice, fosse stato innalzato agli onori di Metropolitano e di Arcivescovo. Lo provano da quella iscrizione, che si legge nel decretale[173], sotto il titolo de statu Monac. ivi: Gregorius Archiepiscopo Neapolis; e sotto l'altro de religiosis domibus, ivi Gregorius Victori Archiep. Neap. Ma chi non vede la manifesta scorrezione del Codice vulgato, poichè negli emendati la prima si legge così: Gregorius Fortunato Episcopo Neapolitano, siccome anche legge Gonzalez[174]: e la seconda: Gregorius Victori Neapolis Episcopo? Oltrechè nel registro dell'epistole di S. Gregorio riconosciuto ed emendato in Roma, donde quel testo si dice trascritto, questo titolo non si vede; nè tra l'epistole di S. Gregorio si legge questa decretale, che si dice indirizzata a Vittore. Quindi i nostri più accurati Scrittori, come il Caracciolo[175], e 'l Chioccarelli[176], riprovarono con molta ragione questa lor credenza, ed in tempi posteriori pongono l'elevazione di questa sede in metropoli.

Altri dalla disposizione, che presero queste nostre province nel Ponteficato di Gregorio, presero argomento, che fin da questi tempi si fosse Napoli fatta metropoli. Napoli, essi dicono, avea in questi tempi il suo Duca: l'altre città Conti e Governadori. Il Duca secondo la politia dell'Imperio presedeva a più città della provincia, che compongono il Ducato. Il Conte presedeva ad una città sola; ond'è che nelle leggi degli Vestrogoti si dice Duca di provincia, e Conte di città; e Fortunato al Conte Sigoaldo gli dice:

Qui modo dat Comitis, det tibi jura Ducis.

Regolarmente dodici città erano a' Duchi sottoposte, e queste città si nomavano Contadi, onde il Duca presideva a dodici Conti, siccome notò Pietro Piteo per quel luogo d'Aimoino: Pipinus domum reversus, Grifonem more Ducum duodecim Comitatibus donavit; e Camillo Pellegrino[177] a cagion di molti esempj, che si leggono appresso Gregorio Turonese nella sua Appendice. Quindi Guglielmo Durando osservò, che adattandosi la politia della Chiesa a quella dell'Imperio, le città ducali ebbero gli Arcivescovi, e le Contee i Vescovi, avendo corrispondenze gli Arcivescovi co' Duchi, ed i Vescovi con li Conti. Così Napoli, fatta ora città ducale, ed il suo Ducato, ancorchè fin qui non molto si stendesse come si stese da poi, abbracciando nulladimanco le città vicine intorno al Cratere, siccome Pompei, Erculano, Acerra, Nola, Pozzuoli, Cuma, Miseno, Baja ed Ischia; potè in questi tempi divenir metropoli, ed il suo Vescovo rendersi Metropolitano.

Ma siccome egli è vero, che la politia di queste nostre chiese col correr degli anni si andava adattando alla disposizione o politia dell'Imperio, come vedremo ne' secoli seguenti; nientedimeno ne' tempi nei quali siamo, alla disposizione de' Ducati, siano dei Longobardi, siano de' Greci, non si adattò la politia ecclesiastica: e la disposizione delle nostre chiese, e di quelle d'Italia fu tutta diversa: onde fallace argomento è questo di dare ora Arcivescovi alle città ducali. Puossi vedere in questi tempi città più cospicua ed eminente in queste nostre regioni quanto Benevento, capo di un Ducato così vasto, che abbracciava molte province, e sede de' Duchi beneventani? e pure il suo Vescovo non era Metropolitano, nè Arcivescovo, avendo acquistato questa prerogativa molto tempo da poi, cioè nell'anno 969 nel Ponteficato di Giovanni XIII come diremo. Spoleto capo d'un altro insigne Ducato, non ebbe Arcivescovo. Brescia, Trento ed altre città di Longobardia decorate dai Principi longobardi con titoli di Ducati, non ebbero in questa età, ma molto dapoi, i loro Arcivescovi; anzi nè Brescia, nè Spoleto l'acquistaron mai. Gaeta ebbe pure il suo Duca, ma non giammai Arcivescovo. Capua, Bari, Reggio, Salerno città cospicue, e molte altre di quelle regioni, che ubbidivano a' Greci, non ebbero se non nel decimo secolo, ed altre in tempi più posteriori, i loro Metropolitani da' romani Pontefici; ancorchè i Patriarchi di Costantinopoli altramente ne disponessero, come ne' seguenti libri diremo. Non fu dunque Napoli, come lo confessano l'istesso P. Caracciolo, ed altri nostri Scrittori, fatta metropoli in questi tempi. Fu ella adorna di questa dignità nel decimo secolo, nel Ponteficato di Giovanni XIII, dopo Capua e Benevento, come diremo a suo luogo: non tutte l'altre chiese di queste nostre province aveano ancora ottenuto questa prerogativa: erano soli Vescovi coloro, che presidevano alle città per grandi ed illustri che fossero, e sede de' Duchi. Egli è però vero, che col correr degli anni, innalzandosi alcune città ad esser capo e metropoli o d'un Ducato, o d'un Principato; e cominciando nel decimo secolo i Pontefici romani ad esercitare in queste nostre province nuove ragioni Patriarcali, con ergere i Vescovi a Metropolitani in mandandogli il pallio; la politia e disposizione ecclesiastica venne ad adattarsi e a corrispondere alla politia dell'Imperio.

Egli però è altresì vero, che fin da questi tempi s'incominciarono a gittare i fondamenti della nuova politia così dell'Imperio, come del Sacerdozio. Così da questi tempi vediamo, che al Vescovo di Benevento s'unirono le chiese di Siponto, di Bovino, Ascoli e Larino. Al Vescovo di Napoli quelle di Cuma, Miseno e Baja s'appartenevano; non già che i Vescovi di queste città lo riconoscessero per Metropolitano, ma per onore della città ducale, e come loro metropoli, per quel che riguardava la politia dell'Imperio, gli accordavano i primi onori, poichè tra' Vescovi di quel Ducato era riputato il primo. Col corso degli anni, oltre al Ducato di Benevento e quello di Napoli, sursero ancora il Ducato di Capua e l'altro di Salerno, i quali con quello di Benevento s'innalzarono poi a' Principati. Amalfi ebbe in appresso anche il suo Duca, siccome Sorrento, e si eressero in Ducati. Bari poi ebbe anche il suo Duca. Alcune città della Puglia e della Calabria, de' Bruzj e Lucania, fatte parimente capi e metropoli di quelle regioni, si renderono più cospicue dell'altre; onde secondo la politia dell'Imperio, ricevettero poi i Metropolitani, ed i Vescovi delle città minori di quelle province rimasero lor suffraganei. Quindi avvenne, che quanto più si stendeva il lor Ducato o provincia, più suffraganei avessero: e per questa cagione, poichè il Ducato beneventano distese più di tutti gli altri i suoi confini, il suo Arcivescovo ebbe tanti Vescovi suffraganei, che sopra tutti gli altri Metropolitani oggi ne ritiene in gran numero. Quindi ancora è avvenuto, che il Principato di Salerno, se non quanto quel di Benevento, avendo pure molto ampliato i suoi confini, il suo Arcivescovo ancor egli ritenesse molti suffraganei: e quel di Capua per la stessa ragione anche moltissimi. Ed all'incontro il Ducato di Napoli, quello di Sorrento e l'altro d'Amalfi, come che molto ristretti, non avessero così numeroso stuolo di Vescovi suffraganei, siccome gli altri Metropolitani delle altre città di queste nostre province; come osserveremo quando della lor politia ecclesiastica degli ultimi tempi ci sarà data occasione di trattare.

Ecco adunque qual fosse la disposizione e la Gerarchia ecclesiastica di queste nostre province in questa età. Il romano Pontefice, come Metropolitano insieme e Patriarca: Vescovi, Preti, Diaconi, Sottodiaconi, i quali già in questi tempi eransi ligati al celibato, ed il lor ordine posto nel rango de' maggiori ordini: Acoliti, Esorcisti, Lettori ed Ostiarj.

Sentironsi ancora negli Scrittori di questi tempi, e sopra tutto nell'epistole di S. Gregorio i Preti Cardinali, i Diaconi Cardinali, e Sottodiaconi Cardinali; e molte chiese avere avuti di questi Cardinali, come oltre alla romana, quella d'Aquileja, di Ravenna, di Milano, di Pisa, di Terracina, di Siracusa; e nelle nostre province ancora, come le chiese di Napoli, di Capua, di Benevento, di Venafro e forse ogni altra. Ma in questi tempi, siccome ben pruovano Florente e Baluzio[178], ed è chiaro dalle epistole stesse di S. Gregorio, questi Cardinali non erano che Preti, Diaconi, o Sottodiaconi stranieri, i quali erano uniti ed affissi, o come diciamo inzeppati ad una certa chiesa, la quale unione, chiamavano incardinazione, e questo unire dicevano incardinare; poichè per questo inzeppamento si univa colui a quel corpo, come nel suo cardine; in guisa che non più straniero, ma proprio di quella chiesa riputavasi, e nomavasi perciò Incardinato, ovvero Cardinale; nome che se bene nella sua origine non denotava dignità o superiorità alcuna, si intese poi ne' seguenti secoli risonare cotanto magnifico e fastoso, che s'è proccurato negli ultimi tempi uguagliarlo al nome Regio; e coloro che n'erano adorni, di pareggiargli a' più potenti Re della terra.

Sursero egli è vero in questi tempi, anche in Occidente, varj Uficiali, ed altri nomi si intesero, come di Cimeliarca, di Rettore, Cartularj ed altri; e nella chiesa d'Oriente altri più assai, di cui lungo catalogo abbiamo appresso Codino[179] e Leunclavio[180]. Ma questi Uficiali per lo più sursero per la cura che si dovea avere della temporalità delle chiese e delle loro ricchezze. I Vescovi per la pietà de' Principi e dei Fedeli profusi in donare alle loro chiese, si diedero a costruirne altre di nuovo, o con maggior magnificenza; e singolarmente i nostri Vescovi napoletani[181], siccome di tutte le altre chiese di queste province molte n'ingrandirono nelle loro città, e moltissime nuovamente ne costrussero: quando prima i vasi erano di legno, di vetro, o di creta; le vesti sobrie e tutti gli altri ornamenti semplici, e schietti; ora i vasi divengono d'oro e d'argento, le vesti ricche e pompose, e gli ornamenti tutti preziosi e magnifici; perciò bisognava che ad uno del Clero si dasse il pensiero di custodirgli, ed averne esatta cura e provvidenza; quindi il Custode appresso noi[182] fu chiamato Cimeliarca, ed appresso i Greci[183] Magnus vasorum custos. Ebbe la chiesa di Napoli il suo Cimeliarca, siccome ancor oggi lo ritiene, ma con impiego diverso: l'ebbero ancora le altre chiese di queste nostre province; ancora quelle di Roma, di Ravenna ed in fine l'ebbero tutte. Le possessioni, i poderi, e l'ampie loro rendite poste ancora in paesi remoti e distanti, ricercavano particolar persona, che avesse di lor cura e pensiero; quindi sursero i Rettori, de' quali sovente S. Gregorio favella, che aveano il governo de' patrimonj delle chiese; ed in conseguenza i Cartularj, gli Economi ed altri Uficiali. Ma tutti questi Uficj nacquero per le temporalità delle chiese, non già che fossero gradi gerarchici, e che punto s'appartenessero al suo potere spirituale.

§. II. Monaci.