Non meno le chiese che i monasterj renderonsi in questi tempi più spessi e magnifici, e i loro Monaci più numerosi. I Longobardi, come suole avvenire nei primi ardori delle novelle religioni, abbracciata che ebbero la religione cattolica romana, furono in queste nostre province assai più profusi colle chiese e monasterj, che i Greci, cristiani vecchi. Il Re Agilulfo, fatto cattolico, molti monasterj rifece per l'Italia, ed altri nuovi ne costrusse. Il Re Ariperto fu così profuso nel donare a' monasterj, alle chiese, e particolarmente alla romana, che per la restituzione degli ampj e grandi poderi, che le fece nell'Alpi Cozzie, onde tanto in quella provincia crebbe il patrimonio di S. Pietro, diede occasione ad alcuni di credere, che la provincia tutta dell'Alpi avesse Ariperto donato alla Chiesa romana.

I nostri Duchi di Benevento, ancorchè sotto Zotone I, Duca pagano e idolatra, il monastero Cassinese avesse patito quel miserando sacco; nulladimeno, abbracciato che poi ebbero per opera di Barbato il cattolichismo, favorirono le chiese ed i monasterj: tantochè, rifatto il monastero nell'anno 690 da Petronace, i Duchi di Benevento lo arricchirono grandemente, e fra gli altri Gisulfo II d'immensi doni e di grandi poderi l'accrebbe. Que' luoghi e quelle terre poste nello Stato di S. Germano passarono in gran parte in dominio di quel monastero; tanto che poi col correr degli anni, accresciuto per altre ampie donazioni, si rendè cotanto ricco e possente, che i loro Abati, fatti Signori di più terre e vassalli, vennero in tale stato, che mantenevano a loro stipendj eserciti armati, come ne' seguenti secoli vedremo.

Per ciò i monasterj dell'ordine di S. Benedetto, renderonsi più numerosi nel Ducato beneventano, che abbracciava in que' tempi ciocchè ora diciamo i due Apruzzi, il Contado di Molise e Capitanata, quasi tutta la Campagna, e buona parte della Lucania, della Puglia e dell'antica Calabria, Taranto, Brindisi e tutto quel larghissimo paese, che gli è intorno[184]. Molti e d'uomini e di donne ne furono in queste province nuovamente eretti nel Regno de' Longobardi: in Benevento ne' tempi di S. Gregorio ne leggiamo moltissimi[185]: il monastero di Monache di S. Nazario Martire; l'altro a quello vicino de' Frati di S. Maria ad Olivolam; e a' tempi di Grimoaldo V Duca di Benevento leggiamo quello di S. Modesto, arricchito da Grimoaldo di grandi possessioni[186]; e Teodorata, moglie del Duca Romualdo suo figliuolo, fuori le mura di Benevento fondò un monastero di donne ad onore di S. Pietro Apostolo. L'esempio de' Principi fu da poi seguitato da' loro sudditi benestanti, così longobardi, come provinciali, tanto che nel Ducato beneventano per tutte quelle province che esso abbracciava, i monasterj di S. Benedetto si videro in questi tempi più numerosi, che nel secolo precedente.

Nel Ducato napoletano, ed in tutte quelle città, che a' Greci ubbidivano, ancorchè molti altri di questo Ordine se ne fossero nuovamente costrutti, nulladimanco il numero de' monasterj così di uomini, come di donne posti sotto la regola di S. Basilio era maggiore: Napoli n'ebbe molti, come si è veduto nel precedente libro: non erano meno frequenti in Otranto, Brindisi, Reggio, e così in tutte l'altre città della Calabria e de' Bruzj.

Fu per tanto lo Stato monastico non men che nella Francia e nell'Alemagna, ed in tutte l'altre parti di Occidente, steso ed arricchito in queste nostre province; tantochè già gli Abati e monasterj cominciavano a pretendere di scuotere il giogo de' Vescovi, ed a dimandare de' privilegi e dell'esenzioni per rendersi in libertà. Se sono veri gli atti del Concilio, che si narra aver tenuto S. Gregorio in Roma nell'anno 601 in favore de' Monaci, fu in quello stabilito, che i Monaci dovessero avere la libertà di eleggere il loro Abate, e di scegliere un Monaco della lor comunità, o d'un altro monastero: che i Vescovi non potessero trarre Monaci da un monastero per fargli Cherici, ovvero per impiegargli alla riforma d'un altro monastero senza il consenso dell'Abate: che i Vescovi non dovessero impacciarsi nel temporale de' monasterj; nè celebrare l'uficio solenne nella chiesa de' Monaci, nè esercitarvi alcuna giurisdizione. Per tutte queste cagioni lo stato monastico si rendè fin da questi tempi considerabile, e cominciò non poco ad alterare lo stato civile e temporale de' Principi, i quali in vece di fare argine a tanti acquisti, più tosto gli accrescevano colle loro immense donazioni.

§. III. Regolamenti ecclesiastici.

I canoni che in varj Concilj furono stabiliti in questo settimo secolo in Occidente, e particolarmente in Toledo ed in Francia, ripararono in gran parte la sregolatezza della maggior parte de' Cristiani, e la disciplina degli Ecclesiastici, ch'era in declinazione. Furono ancora avvalorati dagli editti de' Sovrani; e S. Gregorio gran Pontefice riparò in Italia la cadente disciplina delle nostre chiese: vegliò sopra la conservazione di quella, e s'applicò tutto a fare osservare inviolabilmente i canoni in tutte le chiese. Scrisse perciò una gran quantità di lettere ne' quattordici anni del suo Pontificato, le quali contengono una grandissima copia di decisioni sopra il governo, e la disciplina della chiesa.

Se si voglia aver per vero ciò che scrisse il Baronio di Cresconio Vescovo d'Affrica, e ciò che i più gravi Autori dicono della collezione d'Isidoro Mercatore, niuna collezione di canoni fu fatta in questo settimo secolo. Il Baronio credette che il Vescovo Cresconio fiorisse intorno a' tempi di Giustiniano Imperadore, onde la sua ampia raccolta de' canoni fu per ciò da noi rapportata nel libro precedente. Se poi si voglia seguire l'opinione di Doujat[187], riputata vera da Pagi[188], ed abbracciata ultimamente da Burcardo Gotthelf Struvio[189], la collezione di Cresconio caderebbe in questo luogo, come quella, che secondo il sentimento di costoro si fece intorno l'anno 670 in questo settimo secolo. Quella di Isidoro Mercatore bisognerà certamente riportarla al libro seguente, poichè questo Scrittore fiorì nell'ottavo secolo, l'anno 719.

Se si volesse farne Autore Isidoro di Spagna, Vescovo di Siviglia, certamente che questo sarebbe il suo luogo: sedè egli in quella Cattedra dopo la morte di suo fratello Leandro, a cui succedè verso l'anno 595 e la governò quasi per lo spazio di quaranta anni; ma è cosa certa, che non ne fu egli il Compilatore, così perchè in quella raccolta si rapportano molti canoni stabiliti in varj Concilj tenuti in Toledo molto tempo dopo la sua morte, che accadde nell'anno 636, ed alcune epistole di Gregorio II e III, e di Zaccaria[190], che sederono nella Cattedra di Roma nell'ottavo secolo; come anche perchè tra le molte opere che si numerano di questo insigne Scrittore, niuno ha fatta menzione di questa raccolta[191].

§. IV. Beni temporali.