Di queste leggi solamente 137 furono inserite nel volume delle leggi longobarde dal suo Compilatore. Nel primo libro se ne leggono 48, e nel secondo 89, poichè nel terzo non ne abbiamo. La prima che si legge nel primo libro è sotto il tit. de illicito consilio: l'altra sotto il tit. 8: nove altre se ne leggono sotto il tit. de homicidiis: un'altra sotto quello de Parricidiis: un'altra sotto il titolo decimoquarto dell'istesso libro: quattro sotto quello de injuriis mulierum: tre nel titolo decimosettimo: una sotto il tit. de Sedictione contra Judicem: altra nel titolo decimonono: un'altra sotto quello de pauperie: quattro nel titolo vigesimoterzo: dodici sotto quello de Furtis, et servis fugacibus: una sotto il tit. de Invasionibus: un'altra sotto il vigesimonono: altra sotto il tit. de raptu mulierum: un'altra sotto quello de fornicatione: tre sotto il tit. de adulterio: una nel titolo trigesimo quarto: e l'altra sotto quello de Culpis servorum, ch'è l'ultima del primo libro.
Nel secondo ne leggiamo assai più insino ad ottantanove: due sotto il titolo secondo: una sotto il terzo: tre nel quarto: una nel quinto: altra nel sesto: un'altra nel settimo: otto sotto il tit. de prohibitis nuptiis: una nel nono: un'altra nel decimo: altra nell'undecimo: tre sotto quello de conjugiis servorum: altra sotto il titolo decimoterzo: un'altra sotto quello de donationibus: un'altra sotto il tit. de ultimis voluntatibus: tre sotto il ventesimo: sedici nel tit. de debitis, et guadimoniis: una sotto quello de Treugis: due sotto il ventesimo quinto: un'altra sotto il ventesimo sesto: altra sotto quello de depositis: altra sotto il tit. de rebus intertiatis: sette nel tit. de prohibita alienatione: due sotto il trentesimo: una sotto quello de prohibita alienatione servorum: quattro sotto il tit. de praescriptionibus: due sotto quello de Evictionibus: quattro sotto l'altra de Sanctimonialibus: due nel tit. de Ariolis: quattro sotto il tit. de Reverentia Ecclesiae, seu immunitatibus debita: cinque sotto l'altro, qualiter Judices debeant: una sotto il tit. de consuetudine: un'altra sotto quello de Testibus: quattro sotto il tit. qualiter quis se defen. deb.; ed una in quello de perjuriis, ch'è il penultimo titolo del libro secondo.
Nel terzo, leggi di Luitprando non abbiamo, come quello che per lo più fu composto dalle leggi di quegli Imperadori, che l'Italia, come successori de' Re dei Longobardi signoreggiarono, dopo avergli da questa provincia discacciati: tutto che alcune pochissime leggi di Rotari, di Rachi e di Astolfo pure i Compilatori v'inserissero. Alcune altre leggi di questo Re possono vedersi appresso Marcolfo[205] e Goldasto.
Ma la saviezza che mostrò questo Principe in comporre il suo Regno con sì provide leggi, e tutti gli altri suoi pregi fur non poco oscurati dalla soverchia ambizione di dominare, e dal desiderio estremo di stendere i confini del suo Regno, oltre a quello, che i suoi predecessori gli avean lasciato, la quale portò egli tanto avanti, che finalmente cagionò ne' suoi successori la ruina dell'Imperio de' Longobardi in Italia; poichè non contento di aver ritolto al Pontefice romano il patrimonio delle Alpi Cozie che poco innanzi il Re Ariperto avea confermato alla Chiesa romana, invase anche il patrimonio sabinense; e tutto intento ad approfittarsi, e ad investigar qualunque opportunità d'ampliare il suo dominio, secondando gli avidi consigli con una presta, e destrissima esecuzione, gli venne fatto d'allargare grandemente il suo Regno sopra le rovine de' Greci. Tanto che la sua potenza rendutasi ormai sospetta a' Pontefici romani, finalmente veggendo costoro depressa, e poco men che estinta in Italia l'autorità degl'Imperadori d'Oriente, e non fidandosi più de' Greci, ch'erano divenuti loro capitalissimi nemici, pensarono alla maniera, che ora diremo, di ricorrere alle forze straniere per abbassare Imperio sì grande.
§. II. Novità insorte in Italia per gli editti di Lione Isaurico.
Reggeva in questi tempi l'Oriente Lione Isaurico, il quale, calcando le orme di Bardane soprannomato Filippico (che fu il primo Imperador d'Oriente, che cominciò a muover guerra alle immagini) era chiamato Iconomaco, come colui, che fuor d'ogni misura e sopra tutti gli altri avea quelle in odio ed abbominazione; poichè persuaso, con abbatterle di discacciar l'Idolatria, che credette per l'adorazione e culto delle medesime essersi introdotta nel Cristianesimo, si prometteva felicità nel suo Imperio; ed in premio di sì magnanima e pietosa impresa, come e' la riputava, lusingavasi di dovere colla prosperità de' successi stendere il suo Imperio, reintegrargli l'Italia da' Longobardi occupata, ed alla pristina dignità e grandezza restituirlo. Nè mancò chi, per accrescer l'inganno e la lusinga con presagi ed augurj alcune volte dal caso confermati, glie ne promettesse facile e sicuro adempimento; e la politica di questo Principe, la quale non può negarsi, che non sia stata grande, rimase da sì vani vaticinj delusa e schernita; imperocchè non ponderando egli, che appresso i Popoli, e particolarmente agl'Italiani, sì strana e nuova impresa dovea eccitar turbolenze e tumulti grandissimi, siccome coloro, i quali, avvezzi già per molto tempo nelle chiese ed altrove a venerar quelle immagini, e a promettersi per l'intercessione de' loro prototipi felicità non meno spirituali che temporali, non potevano i loro animi, percossi da sì strana novità, non riempiersi di grandissimo orrore in veggendo ardere per mano di uomini vilissimi, con sommo disprezzo abbattere, ed in minutissimi pezzi frangere quelle statue, che da loro maggiori con ugual pietà e magnificenza erano state ne' tempj, e su le porte delle città a pubblica venerazione collocate.
Nè certamente avrebbe giammai mente d'uomo potuto investigare novità più rimarchevole o più penetrante di questa, per mettere in iscompiglio le province tutte dell'Italia; avvegnachè l'altre eresie, non avendo avuto niente del popolare e del tragico, ancorchè si fossero diffuse per la mente degl'uomini, e precisamente l'arriana, non portarono nel disseminarsi tanti tumulti e sconcerti, quanti ne dovea suscitar questa, la quale non poteva porsi in effetto, se non per mezzo di modi strepitosi, d'incendj, d'abbattimenti, e per altri tragici avvenimenti. Lione, come Principe prudente e savio, sul principio tenne perciò modi soavi e placidi; proccurò prima con ragioni e scongiuri persuader negli altri quel ch'egli credeva; poi veggendo che ciò niente giovava, diede fuori un editto, col quale non si comandava altro se non che si togliessero le immagini da que' luoghi soliti, dove trovavansi riposte per esservi adorate, e si collocassero nelle sommità de' tempj, ove non potessero ricever culto, nè adorazione alcuna. Ma avendo da poi scorto negli animi di molti dell'orrore, anzichè avversione a cotali suoi ordinamenti, preso da stizza e da furore, rompendo ogni maggior indugio e deponendo qualunque moderazione, imperversò tanto nell'impresa, che fatto unire il Senato, con pubblica dichiarazione ordinò, che tutte le immagini fossero abbattute, e che nè pur una ne fosse permessa dentro alle chiese di Costantinopoli: essendo egli persuaso, che quanto più tardasse a condurre a suo fine questa eroica e gloriosa operazione, tanto più sarebbe tardato a riceverne il premio, conforme alle concepute idee.
In Oriente a questo disegno dell'Imperadore si opposero Germano Patriarca di Costantinopoli, e S. Giovanni Damasceno; ma Lione fece deporre Germano, e nel 730 fece metter in suo luogo Anastasio. Sono alcuni che scrissero, che facesse ancora colla forza eseguire in Costantinopoli l'editto, con far ardere e rovesciare tutte le immagini, e tutto ciò ch'era di rado e pellegrino in quella città, e che alla vista di tutto il Mondo facesse anche abbattere la statua del Salvatore, che s'innalzava sopra la gran porta del palagio imperiale, fatta ivi ergere da Costantino il Grande; altri riputano favoloso ciò che si narra dell'abbattimento della statua del Salvatore, e vogliono che in questi principi Lione non imperversasse tanto. Che che ne sia, egli voleva far valere il suo editto, e che s'eseguisse non meno in Costantinopoli ed in Oriente, che in tutte le altre province dell'Occidente, ch'erano rimase sotto il suo dominio. Comandò per tanto gagliardamente a' suoi Uficiali, ch'eran destinati al governo di quelle, che facessero nelle città a loro soggette eseguir l'editto, e sopra ogni altro impose a Scolastico Patrizio, che si trovava allora Esarca di Ravenna, che facesse eseguire puntualmente i suoi ordini, con far rovesciare in quella città tutte le immagini, senza permetterne alcuna.
Ma in Occidente, e particolarmente in Italia non pure non fu ubbidito l'editto, ma vennero i Popoli in tanto abborrimento di quello, che apertamente proruppero in manifesta sollevazione. I Principi dell'Occidente che non erano sotto il di lui Imperio, i longobardi Re d'Italia, ed i nostri Duchi di Benevento lo detestarono, nè vollero che ne' loro dominj si ricevesse: questa stessa avversione era ne' Popoli soggetti all'Imperio greco; nè tutti i sforzi degli Uficiali, che volevan in tutti i modi farlo eseguire, poterono giammai nulla spuntare contra l'ostinata universale repugnanza. Niente valsero in Roma, ed in tutto il Ducato romano; niente nel Ducato napoletano, e negli altri Ducati e città che ubbidivano agl'Imperadori di Oriente. Anzi l'Esarca Scolastico in Ravenna, volendo con violenza obbligare quel Popolo all'osservanza dell'editto, cagionò più gravi e dannevoli disordini; poichè, avendo comandato che a viva forza si rovesciassero in quella città l'immagini, eccitò tali tumulti, che il Popolo, spinto a manifesta rivolta contra l'Imperadore, ridusse la cosa in tale estremità, che finalmente i Ravignani passarono sotto la dominazione di Luitprando. Imperocchè questo accortissimo Principe, che invigilava sempre ad ingrandire il suo Regno a danni dell'Imperadore, avendo intesa la sollevazione di coloro, portò subito l'assedio a quella città, e strettala per mare e per terra, dopo avere sconfitta l'armata navale de' Greci, che veniva per soccorrerla, se ne rendè in pochi giorni padrone[206]: molte altre città dell'Esarcato tantosto renderonsi a lui; e finalmente ridusse l'Esarcato in forma di Ducato, ed agli altri Ducati de' Longobardi aggiunse questo, dandogli nuova forma, e ne creò Duca Ildeprando suo nipote (quegli che poi fu innalzato al soglio reale), al quale, essendo ancor fanciullo, diede per Direttore Peredeo Duca di Vicenza.
Reggeva in questi medesimi tempi il Ponteficato romano Gregorio II di questo nome, il quale era succeduto a Costantino nella sede di Roma l'anno 714. Questi sebbene, unito co' Romani, si fosse grandemente opposto a' disegni di Lione; nulladimanco avendo sospetta, come ebbero sempre i suoi predecessori, la potenza de' Longobardi, non poteva soffrire che il loro Regno sotto Luitprando, Principe ambizioso, si stendesse tanto, che finalmente potesse portar la ruina della sua sede e del Pontificato. Per questi rispetti, come fece l'altro Gregorio, invigilava sempre agl'interessi degl'Imperadori greci, che tenevano in Italia, e proccurava che le loro forze non declinassero, affinchè potessero opponersi a' disegni de' Longobardi, e fosse l'autorità loro ritegno e freno a tanta potenza: perciò si oppose al Duca di Benevento, ed ajutò i Greci napoletani, perchè Cuma non fosse da' Longobardi beneventani soggiogata. E quantunque per aversi egli dovuto opponere agli sforzi di Lione in queste novità dell'abbattimento delle immagini, fosse stato dall'Imperadore indegnissimamente trattato, sino a minacciarlo di volerlo scacciare dalla sua sede, e di mandarlo in esilio[207]; con tutto ciò, posponendo le private ingiurie alla pubblica causa, dirizzò tutti i suoi pensieri per impedire la rivolta de' Popoli d'Italia, che a lui ubbidivano, e per difendere le terre dell'Imperio dall'invasione de' Longobardi.