Non aveva egli in Italia Principe vicino a chi potesse ricorrere per poter contra coloro far argine. Le sole forze de' Greci non bastavano: la Repubblica di Venezia solamente, che da tenuissimi principj surta, in questi tempi erasi renduta di qualche considerazione in Italia, vi restava, tanto che l'Esarca ivi erasi salvato; si raccomandò, e si rivolse per tanto Gregorio a' soccorsi de' Veneziani, ed avendo scritto una bene forte lettera ad Urso lor Duce, tanto fece ed operò co' suoi uficj, che finalmente ridusse i Veneziani a ristabilir l'Esarca in Ravenna, la quale essi con tanta celerità ritolsero a' Longobardi, che Luitprando da Pavia non potè mandarvi soccorso: furono dunque i Longobardi scacciati, rimanendo Ildeprando prigione in mano de' Veneziani, e Peredeo, mentre fuggiva, fuvvi miseramente ucciso.

Credette il Papa, che Lione sarebbe stato riconoscente d'un servigio tanto considerabile; onde si mise a sollecitarlo più fortemente che mai per lettere[208] affinchè abbandonasse la sua impresa. Ma fu ben deluso Gregorio nelle sue speranze, poichè questo Principe, a cui era noto, che Gregorio più per proprio suo interesse, che per l'Imperio, erasi mosso in suo ajuto, irritato vie più in veggendo, che e' continuasse d'opporsi sempre più al suo disegno, e che con manifeste rivolte si tentasse scuotere il suo dominio; e conoscendo la fermezza del Papa, che l'avrebbe impedito per sempre, pensò seriamente a rimovere ogni ostacolo; e vedendo che sarebbe stata cosa difficile di venirne a capo colla forza, pensò di ricorrere alle arti ed al tradimento. Il Ducato romano, come s'è più volte detto, durava in Italia sotto la sua dominazione, e da lui si mandavano i Duchi a Roma per reggerlo. Era in questi tempi Duca di Roma Maurizio: a costui diede segretissimi ordini di favorire tre suoi Uficiali, che si ritrovavano in Roma, li quali, insidiando la vita del Pontefice, avevano data parola a Lione di condurlo in Costantinopoli vivo o morto; ma non riuscito a costoro il disegno, e pensando l'Imperadore, che dalla negligenza de' suoi principali Uficiali fosse stato frastornato, inviò nell'anno 725 Paolo Patricio in Italia per comandar in Ravenna in qualità d'Esarca[209], al quale incaricò questo fatto, ed allora i tre congiurati, tenendosi sicuri d'una potente protezione, si affrettarono di fare il disegnato colpo: ma prima che ne venissero all'esecuzione, la congiura fu scoperta da' Romani, vigilantissimi alla conservazione d'un Pontefice, ch'essi avevano tanto caro; ed avendone incontanente arrestati due, gli fecero subito morire; e l'altro che colla fuga erasi posto in salvo dentro un monastero, quivi rendutosi Monaco finì i giorni suoi.

Intanto il nuovo Esarca, che veniva sollecitato da Lione con premurosissimi ordini di trovar ogni strada per aver in mano il Papa, vedendo riuscir vane tutte le sue arti ed insidie, perchè il Papa era troppo bene guardato da' Romani, finalmente impaziente d'ogni indugio si risolse d'impiegar la forza aperta per mantener la parola, che egli aveva data a Lione di mettergli nelle mani Gregorio[210]. Ragunò dunque più presto che gli fu possibile alcune truppe, raccolte parte da Ravenna e parte dell'armata, ch'egli teneva in piedi, per essere sempre in istato di difendersi dagli insulti de' Longobardi vicini, e le mandò ad unirsi agl'Imperiali, ch'erano in Roma più deboli, con ordine di menar via il Papa, e di condurlo a Ravenna.

Ma Luitprando, scaltro ed accortissimo Principe, ancorchè si tenesse offeso da Gregorio, il quale aveva suscitati i Veneziani contro di lui per fargli perdere Ravenna, come la perdette, deliberò in questa necessità di soccorrere il Papa ed i Romani contra i Greci, acciocchè, tenendo in bilancio i due partiti, per gli aiuti più o meno forti, che lor avrebbe somministrati secondo le occasioni, venissero in questa divisione a poco a poco ad indebolirsi e gli uni e gli altri, onde potesse poi della lor debolezza approfittarsi. Diede per tanto pronto ordine a Governatori delle Piazze, ch'egli aveva ne' contorni di Ravenna e di Roma, d'unirsi a' Romani, i quali con si valido soccorso trovandosi più forti di quelli dell'Esarca, gli fermarono vicino Spoleto, e costrinsongli finalmente ad abbandonar la loro impresa, e a ritornare in Ravenna.

Lione intanto, il quale per altro nell'arte del regnare e del dissimulare non era cotanto inesperto, ancorchè vedesse essergli sì mal riuscita la forza ed il tradimento, lasciossi talmente trasportar dalla collera, che non curando i danni gravissimi, che poteva portar seco una risoluzione tanto bizzarra, come era quella che egli volle prendere, quando men dovea, credette che l'autorità sua per se sola e disarmata, avrebbe fatto senza fatica ciò che non potè eseguire coll'armi e colle insidie: perciocchè trascurato ogni rispetto, e consigliandosi solamente colla sua passione, reiterò quanto intempestivamente, altrettanto con molta veemenza e fervore gli ordini all'Esarca di far pubblicare ed eseguire in Roma, ed in tutte le città del suo Imperio, che teneva in Italia, l'editto, che poco anzi aveva in Costantinopoli formato. Conteneva l'editto, come s'è detto, che si togliessero dalle chiese tutte le immagini, come tanti Idoli: prometteva di più ogni sorte di favore al Papa, purchè ubbidisse, ed all'incontro lo dichiarava reo e decaduto dal Ponteficato, nel caso che ricusasse.

Non fu veduta mai più pronta, nè più generale, nè meglio concertata risoluzione di quella, che si fece per tutto e principalmente a Roma, subito che vi fu pubblicato questo editto.

Gregorio assicurato già degli animi di tutti disposti in suo ajuto, assicurato ancora da' Longobardi, e vedendo che Lione non osservava più nè misura, nè modo, e che attaccava già apertamente non pur la sua persona, ma anche la religione; si risolse d'impiegare alla prima tutta l'autorità sua pontificale, e le armi spirituali del suo ministero per impedire, che un così detestabile editto non fosse ricevuto in Italia. Cominciò a scomunicare solennemente l'Esarca, e tutti i di lui complici. Poi mandò lettere appostoliche ai Veneziani, al Re Luitprando, ed a' Duchi de' Longobardi, ed a tutte le città dell'Imperio, per le quali gli esortava a tenersi saldi ed immobili nella fede cattolica, e ad opporsi con tutte le forze all'esecuzione di questo editto.

Queste lettere fecero tanta impressione sopra gli spiriti, che tutti i Popoli d'Italia, benchè di partiti differenti, e che spesso fra di loro guerreggiavano, come i Veneziani, Romani e Longobardi, s'unirono tutti in un sol corpo, animato d'un medesimo spirito, che gli fece operare di concerto per difender la fede cattolica e la vita del Papa, protestando tutti insieme di voler conservarla sino ad esporre la propria per una causa sì gloriosa. Ma come è difficile nel calore d'un primo moto di conservar eziandio nel bene le giuste misure, che egli dee avere; non si tennero nei limiti d'una legittima difesa: perocchè non solo i Romani e quelli di Pentapoli, ch'è oggidì la Marca d'Ancona, presero le armi, e s'unirono a' Veneziani, che furono i primi ad armarsi, ma portando più innanzi il loro zelo, scossero apertamente il giogo. Non contenti d'aver abbattute le immagini di Lione, non vollero più conoscerlo per loro Imperadore, e si elessero da loro stessi nuovi Magistrati per governarsi nell'interregno, che pretendevano fare di propria loro autorità. Andarono anche più avanti, e portarono finalmente la cosa quasi all'ultima estremità; perciocchè eran risoluti di creare un altro Imperadore, e di condurlo a Costantinopoli con una potente armata, per metterlo nel luogo di Lione; ma il Papa non riputando questo consiglio opportuno, nè proprio di quel tempo, lo rifiutò, e vi si oppose in maniera che non ebbe nessuno effetto[211].

Ma questo non impedì il destino di Lione, che terminò finalmente di fargli perdere in Italia l'Esarcato di Ravenna, il Ducato di Roma, e mancò poco che non perdesse il Ducato di Napoli, e con esso tutta la sua autorità in Italia: perocchè sollevati i Popoli, tantosto si divisero in fazioni e partiti. In Ravenna Paolo Esarca n'avea guadagnato molti, o per vile compiacenza, o per interesse, o per la speranza di salire in posti maggiori. Ma il contrario, che sosteneva il Papa, più forte e numeroso, non potendo soffrire l'Esarca, si sollevò, ed insorta una furiosa sedizione, anzi una spezie di guerra civile, tra i due partiti, presero l'armi per distruggersi l'un con l'altro. La fazione de' cattolici, come più forte, essendo nel conflitto rimasa superiore, fece strage grandissima di tutti gli Iconoclasti, senza risparmiar nemmeno l'Esarca, che fu ammazzato in questo tumulto. Queste furono le cagioni, le quali fecero perdere agl'Imperadori d'Oriente molte città della Romagna, ch'eran dell'Esarcato, e tutte l'altre città della Marca, che si renderono a Luitprando Re de' Longobardi. Imperocchè questo scaltro Principe, il quale non era per altro entrato in questa guerra, che per profittar dell'occasione d'ingrandirsi a' danni degli uni e degli altri, non mancò di tirar tutto il vantaggio, ch'egli poteva sperare di questa rivolta, e di far valere il pretesto della religione, secondo la massima della politica umana per conseguire i suoi fini. Fece dunque comprendere a questi Popoli, da una parte, che non potrebbono mai conservar la religione sotto un Imperadore non solamente eretico, ma ancora persecutore degli Ortodossi; e che dall'altra erano troppo deboli per resistere alle forze d'un sì potente Principe, dal quale potrebbono essere attaccati in un tempo, in cui altri interessi sarebbon forse d'impedimento a' loro amici di soccorrergli: dimodochè quelle città, non seguitando in questo movimento se non i consigli, che lor venivano ispirati dall'odio e dal timore mischiati di zelo e d'amore per la religione, dopo avere scosso il giogo dell'Imperio, si misero sotto l'ubbidienza del Longobardo. Documento che può mostrare a' Principi quanto possa nell'animo de' Popoli la forza della religione, e da ciò apprenderanno non potersi quella alterare, senza pericolo di violentemente scuotere fino da' primi cardini gli Stati da loro governati.

§. III. Il Ducato napoletano si mantenne nella fede di Lione Isaurico.