I nostri moderni Scrittori latini, tratti dall'autorità di que' Greci, riceverono come vere le loro favole; ma non avvertirono, che dovea preponderare assai più l'autorità de' nostri antichi latini Scrittori, che fiorirono prima, e che narravano cose accadute in tempo, ed in parte da loro non cotanto rimota e lontana. Non avvertirono ancora, che i Greci di quegli ultimi tempi, oltre al carattere della loro nazione, che gli ha sempre palesati al Mondo mendaci e favolosi, erano tutti avversi alla Chiesa romana, e per commover gli animi di tutti ad odio, e per recar invidia a' Pontefici romani, gli rappresentarono al Mondo per autori di novità e di rivoluzioni, imputando ad essi la ruina dell'Imperio d'Occidente, accagionandogli di novatori, ambizioni, usurpatori dell'autorità temporale de' Principi: e che mal imitando il nostro Capo e Maestro Gesù, fossero divenuti, da Sacerdoti, Principi.
Le favole di questi Greci scismatici furono poi con aridità e con applauso ricevute da' moderni novatori e da' più rabbiosi eretici degli ultimi nostri tempi. Essi ancora, per l'autorità di costoro, vogliono in tutti i modi, che veramente Gregorio scomunicasse Lione, che assolvesse i vassalli dell'Imperio dal giuramento, che deponesse l'Imperadore, ordinasse che non se gli pagassero i tributi, e che da' Romani ribellanti essendogli offerta la Signoria di Roma, avesse accettato d'esserne Signore, onde ne divenisse Principe. Spanemio[222], fra gli altri, si scaglia contra gli Scrittori franzesi, che hanno per favolosi nella persona di Gregorio questi racconti: dice che essi scrivendo sotto il Regno di Lodovico il Grande, han voluto negar questi fatti, ne sub Ludovico M. in Romano Pontifice hujusmodi potestatem agnoscere viderentur: ma essi intanto vogliono che fossero veri, per farne un tal paragone tra Cristo S. N. ed il P. Romano. Cristo, volendo quella innumerabile turba, tratta da' suoi miracoli, farlo Re, tosto fuggì, e loro rispose, che il suo Regno non era di questo Mondo: il Papa, avendo i ribellanti Romani scosso il giogo di Lione, ed offerto il Principato a Gregorio, tosto acconsentì, e ne divenne Principe. Cristo espressamente comandò che si pagasse il tributo a Cesare: il Papa ordinò che non si pagassero più i tributi a Lione; per queste e simili antitesi, per queste vie, non tenendo nè modo, nè misura, han prorotto poi in quella bestemmia di aver il Papa per Anticristo.
Or chi crederebbe, che i più parziali de' Greci scismatici, ed i maggiori sostenitori di questi rabbiosi eretici, sieno ora i moderni Romani e gli Scrittori più addetti a quella Corte? Questi, ancorchè ad altro fine, pur vogliono, che Gregorio avesse scomunicato Lione, avesselo deposto comandando che non se gli pagasse il tributo, e quel che è più, che offerendosegli il Principato da' ribellanti Romani l'avesse accettato; onde surse il dominio temporale de' romani Pontefici in Italia. Ecco, per tacer degli altri, come ne scrive il nostro istorico Gesuita Autor della nuova Istoria Napoletana[223]: Tum tandem Romani Orientalis Imperii jugum excusserunt, Gregorium Dominum salutarunt, eique Sacramentum dixerunt, etc. Gregorius oblatum ultro Principatum suscepit: quem non arma, non humanae vires, artesque, sed populorum studia anno 727, auspicato contulerunt. Questo principio appunto vorrebbero gli Eretici dare al dominio temporale de' Papi, fondarla su la fellonia de' Romani, e che Gregorio mal imitando Cristo N. S. avesse accettato il Principato, ed il Servo de' Servi fosse divenuto Signore. Ma per quel che diremo più innanzi, si conoscerà chiaramente, che se bene da questi deboli principj cominciasse, non fu però che il Papa acquistasse allora la Signoria di Roma, ma ben molti anni in appresso: nè con tutto l'interregno che far pretesero i Romani di loro propria autorità, mancarono affatto gli Uficiali dell'Imperador greco in Roma: e possiamo con verità dire, che i primi acquisti furono nell'esarcato di Ravenna, in Pentapoli, e poi nel Ducato romano, per quelle occasioni, che saremo or ora a narrare, non già nella città di Roma.
§. V. Primi ricorsi avuti in Francia da Papa Gregorio II, e dal suo successore Gregorio III.
L'Imperador Lione avvisato di questi successi di cotanta importanza, imperversando assai più contro al Pontefice, confiscò immantenente tutti i patrimonj che in Sicilia, nella Calabria, e negli altri suoi Stati possedeva la Chiesa romana; e già s'apprestava con potente armata di punire la fellonia de' Romani, ridurre l'altre terre al suo Imperio, e prender aspra vendetta del Papa, ch'ei reputava l'autore di tutte queste rivolte; per la qual cosa Gregorio conoscendo, che un colpo di tanta importanza avrebbe potuto cadere sopra di lui, ed opprimerlo, se non fosse stato sostenuto da una potenza, che potesse opporsi con vigore a quella di Lione, pensò di scegliere un protettore, dove trovasse tutto il sostegno e l'appoggio necessario. Non poteva fidarsi de' Longobardi, de' quali con lunga sperienza aveva conosciuti i disegni, e provata l'infedeltà. I Veneziani, benchè zelantissimi per la difesa della Chiesa, non erano ancora così ben forti in Italia, per contrastare soli a tutte le forze del greco Imperadore, particolarmente quando fossero in diffidenza de' Longobardi, ch'erano fastidiosi vicini. E in quanto alla Spagna, ella era in un lagrimoso stato in quel tempo, e poco men che tutta oppressa da' Saraceni. Risolse per tanto d'aver ricorso alla potenza de' Franzesi, la cui costanza nella fede cattolica era stata sempre fermissima. Erano questi già da più di quindici anni governati da Carlo Martello, il quale, per la insufficienza e poco spirito del Re, assunto al primo onore del Regno di Maggiordomo della Casa reale, reggeva con assoluto arbitrio quel Reame, e fatto celebre per mille gloriose spedizioni di guerra nelle Gallie e nella Germania, e sopra tutto per la memorabile sconfitta data a' Saraceni ne' campi di Turone, era reputato universalmente il primo Capitano, ed il vero Eroe del suo tempo.
A questo gran Principe mandò Gregorio, ciò che nissun Papa avea ancora fatto, una magnifica ambasceria con molti belli doni di divozione per ricercarlo di soccorso contra gli attentati di Lione, e di ricevere i Romani e la Chiesa sotto la di lui protezione[224]. Furono i Legati ricevuti da Carlo con onori straordinarj, e con magnificenza degna del più augusto Principe del suo secolo; e in poco tempo fu conchiuso il trattato, per cui obbligavasi Carlo di passare in Italia per difendere la Chiesa ed i Romani, se venissero ad essere attaccati da' Greci o da' Longobardi: ed i Romani all'incontro di riconoscerlo per loro protettore con deferirgli l'onore del Consolato, come altre volte aveva fatto l'Imperador Anastasio al gran Clodoveo, da poi ch'ebbe sconfitti gli Vestrogoti. E rimandati i Legati pieni di ricche donativi, e soddisfatti d'una sì felice negoziazione; Gregorio non avendo più che temere per la Chiesa, alla quale lasciava un così potente protettore, finì i giorni suoi nell'anno 731, con fama d'un Pontefice di rare ed eminenti virtù, che gli fecero meritare sopra la terra gli onori, che non si rendono se non a' Santi del Cielo.
Successe nel Pontificato Gregorio III, di cui altri[225] scrissero, essere stata questa legazione mandata a Carlo Martello, per occasione, che Luitprando, sconfitto Trasimondo Duca di Spoleti, che di nuovo erasi a lui ribellato, profittando al solito delle vittorie, si fosse portato ad invadere di bel nuovo il Ducato romano, irritato contra Gregorio III, che avea accolto il ribelle, e si fosse avanzato a porre la seconda volta l'assedio a Roma, e che non essendo al Papa giovate le preghiere e l'eloquenza, come al suo predecessore, finalmente al soccorso di Carlo si fosse rivolto, per la cui mediazione ottenne, che Luitprando contento solo di quattro città, sciogliesse l'assedio, e lasciasse a' Romani ed al Papa Roma col rimanente di quel Ducato. Che che sia di ciò, egli è certo, che per questi ricorsi cominciarono i Franzesi ad intrigarsi negl'interessi d'Italia, per li quali con reciproco ajuto e cospirando ciascuna delle parti a' proprj avanzamenti, finalmente discacciati i Longobardi, furon essi veduti dominare l'Italia; essersi da' Merovingi nella stirpe di Carolingi trasferito il Reame di Francia; ed all'incontro i Pontefici romani essersi stabiliti in Roma, e nel Ducato romano, con molta parte ancora dell'Esarcato di Ravenna e di Pentapoli: come più innanzi diremo.
§. VI. Costantino Copronimo succede a Lione suo Padre; e morte di Luitprando Re de' Longobardi.
In tanta turbazione essendo le cose d'Italia, e con varj accidenti sempre più deteriorando le forze dell'Imperadore Lione, era solamente rimasa quivi una immagine della sua autorità. L'Esarcato di Ravenna, scantonato in gran parte dalle conquiste de' Longobardi, già minacciava la total rovina senza speranza di riaversi: il Ducato romano era nelle mani de' Romani e del Pontefice lor Capo, a' quali ubbidiva; e se bene rimanessero ancora in Roma alcuni vestigi della sopranità, tenendovi ancora Lione i suoi Uficiali, vi era nondimeno il suo Imperio così debole, che ben mostrava di dovere in breve rimaner affatto estinto: nel solo Ducato napoletano, nella Calabria, e ne' Bruzj, e nelle altre città marittime del Regno, che non ancora erano pervenute nelle mani de' Longobardi beneventani, esercitava egli il pieno potere e dominio. Ma morto Lione Isaurico in quest'anno 741 e succeduto nell'Oriente Costantino Copronimo suo figliuolo diedesi l'ultima mano alla fatal ruina; poichè Costantino non avendo niente delle buone qualità, che aveva avuto suo padre, lo superò infinitamente nelle ree; e se si voglia in ciò prestar fede a' greci Scrittori, egli fu il più scellerato e sozzo mostro che avesse giammai avuto la terra[226]. Appena si vide solo Imperadore, che imperversando assai peggio di suo padre contra le immagini, diede fuori un editto, col quale non solamente condannava le immagini de' Santi, ma proibiva d'invocargli, e di dar loro titolo di Santo, e portando più avanti il furore, imperversò ancora contra le loro reliquie, sino ad ordinare i maggiori oltraggi e disprezzi del Mondo. Perseguitò per tanto i difensori delle immagini, e mandò per questa cagione molti Vescovi in esilio. Ma si rendè vie più empio, e da tutti abborrito per l'odio da lui conceputo contro alla Madre di Dio, proibendo che si celebrasse festa alcuna a di lei onore, e che non s'implorasse l'ajuto di Dio per la di lei intercessione, asserendo non aver ella nessun potere nel Cielo, nè sopra la terra.
Questa esecranda impietà, unita alle tante altre peggiori praticate in appresso, ed a tanti abbominevoli suoi vizj, lo rendè così odioso a' sudditi, che non pur gli fecero perdere quell'ombra di dominio, ch'e' teneva in Roma ed in Ravenna, ma mancò poco che non perdesse insieme tutto l'Imperio.