Era nell'istesso anno, che morì Lione, trapassato anche Gregorio III, ed assunto al Pontificato Zaccaria: debbe a costui la Chiesa romana molto più, che a' due Gregorj, il dominio temporale, che sopra le spoglie dell'Imperio greco seppe parte ristabilire, e molto più acquistare; imperocchè questi appena assunto al trono, mandò Legati a Luitprando a chiedergli le quattro città, che per la mediazione di Carlo Martello erangli state lasciate quando la seconda volta sciolse da Roma l'assedio. E se bene da Luitprando fossero i di lui Ambasciadori ricevuti con onore, e n'avessero riportata qualche speranza per la restituzione, con tutto ciò Zaccaria, vedendo l'affare mandarsi in lungo, volle anche egli imitar Gregorio II, e portatosi di persona con tutto il Clero romano a ritrovare il Re, ricevuto da costui con istraordinarj segni di stima, furono così forti ed efficaci i suoi uficj, che non solamente ottenne dalla pietà di questo Principe la dimandata restituzione, ma stabilita tra loro la pace per venti anni, riebbe ancora il patrimonio sabinense, e molti altri acquisti fece oltre ad ogni sua espettazione. E fu cotanto fortunato questo Pontefice appresso Luitprando, ed in tanta sua buona grazia, che avendo in questi ultimi tempi del suo Regno, di riposo impaziente, conforme al suo natural costume, voluto attaccar di nuovo Ravenna, Eutichio Esarca, essendo ricorso alla mediazione del Papa, operò costui tanto con Luitprando, che fecelo astenere da quella impresa, e restituire anche alcuni luoghi occupati, e prima d'ogni altro Cesena.
Ma ecco, che mentre queste cose succedono in Italia, Luitprando dopo aver regnato 32 anni, finì i giorni suoi in Pavia nel mese di luglio dell'anno 743[227]. Morte quanto improvvisa, altrettanto a' Longobardi dolorosissima, da' quali non abbastanza compianto, con solenne pompa fu sepolto nel tempio di S. Adriano Martire in Pavia con elogio ricolmo di eccelse lodi[228]. Principe, se ne togli la soverchia ambizione del dominare, fornito di tutte le perfezioni desiderabili in un Re, o per la pace o per la guerra: egli Capitano quanto valoroso, altrettanto fortunato nelle sue imprese, dilatò i confini del suo Regno[229], e nudrito sin da fanciullo in mezzo all'armi, non avea niente di fiero e di feroce, anzi cortesissimo ed inchinato sempre ad usar clemenza, anche verso coloro, che l'avevano offeso: egli savissimo, fu più abile di quanti erano del suo Consiglio. Le sue leggi tutte savie e prudenti; e quantunque non avesse coltivato il suo spirito collo studio delle buone lettere, aveva egli pure trovato da se stesso nel suo proprio fondo tutta la forza e sottigliezza d'un Filosofo.
Della sua pietà verso Dio restano ancora insigni monumenti: egli magnifico in fondando grandi chiese e belli monasterj, de' quali Varnefrido[230] rapporta il numero, ed ancora oggi in Lombardia se ne ammirano i vestigi: egli casto, e misericordioso co' poveri, e d'un così buon naturale, che di quanti Principi longobardi ressero l'Italia, meritamente a lui tutti gli Scrittori rendono il vanto maggiore. Lasciò il Regno ad Ildeprando suo nipote, che negli ultimi anni di sua vita volle anche averlo per compagno: ma durò poco la costui Signoria; poichè appena scorsi sette mesi[231], che i Longobardi, non potendo per la sua inettitudine promettersi di lui felice e buon governo, lo discacciarono dal solio; ed in suo luogo innalzarono Rachi Duca del Friuli, Principe adorno di nobili virtù, e d'incomparabile pietà.
CAPITOLO I. Di Rachi Re de' Longobardi, e sue leggi.
Rachi con incredibile piacer di tutti assunto al Trono regale nell'anno 744, diede ne' primi anni del suo Regno saggi ben chiari del suo animo quieto, ed inchinevole ad ogni studio di pace, poichè fermò con Zaccaria la pace, che avea Luitprando pochi anni prima pattovita; e seguitando l'esempio degli altri Re longobardi, volle anche aggiungere nuove leggi a quelle de' suoi predecessori, ed ammollire il rigore, che in alcune di esse era ancor rimaso. Egli avendo convocati in Pavia nell'anno 745, gli Ordini del Regno le stabilì, e per un suo editto, secondo il costume dei suoi maggiori, le fece promulgare per tutto il suo Regno. Questo editto ancora si legge intero nel più volte mentovato Codice Cavense, il qual contiene undici capitoli. Il primo comincia: Ut unusquisque Judex in sua Civitate debeat quotidie in judicio residere: e l'ultimo ha questo tit. de Arimanno quomodo cum Judice suo caballicare debeat. Da questo editto nove sole leggi prese il Compilatore, le quali abbiamo nel volume delle leggi longobarde. Tre ne abbiamo nel primo libro, una sotto il tit. de Seditione contra Judicem, e due sotto l'altro de Invasionibus. Nel libro secondo ne abbiamo quattro: una sotto il tit. de Debitis, ed guadimoniis; un'altra nel tit. de praescriptionibus; altra sotto il tit. de Officio Judicis: un'altra sotto quello: Qualiter quis se defendere debeat; e due altre nel terzo libro, una sotto il tit. de his, qui secreta Regis inquirunt; e l'altra sotto quello, ubi interdictum sit Legatum alicui mittere, ove con sommo rigore vien proibito mandar Legati senza licenza del Re a Roma, Ravenna, Spoleti, Benevento, in Franzia, Baviera, Alemagna, Grecia e Navarra.
Ma Rachi dopo aver così ben coltivati gli studj della pace, e sì ben composto il suo Regno con sagge e provide leggi, non passarono molti anni, che gli intermise; e preso dall'ambizione di dilatare i confini del Regno, come avea fatto il suo predecessore, volle imitarlo; il perchè posto in piedi l'esercito portò in Pentapoli la guerra, e presi alcuni luoghi di quella regione, s'inoltrò nel Ducato romano, e finalmente cinse Perugia di stretto assedio[232].
In questi tempi fu, che Zaccaria Pontefice romano ebbe occasioni sì prospere, che lo portarono ad imprese cotanto rinomate ed eccelse, che meritamente il suo nome dee andarne glorioso sopra tutti gli altri Pontefici romani; imperocchè seppe gettar fondamenti tali e sì profondi per distender l'autorità ed il dominio della sua sede, che a niun altro in appresso venne mai così acconciamente fatto.
§. I. Translazione del Reame di Francia da' Merovingi a' Carolingi.
Dopo la morte di Carlo Martello, Pipino e Carlomanno suoi figliuoli presero il governo del Regno franzese. Childerico ultimo Re della prima stirpe non riteneva altro per la sua dappocaggine, che il solo nome regio; ma scorsi sei anni, Carlomanno rinunciando al fratello il governo, accompagnato da molti Franzesi se ne venne a Roma, ed acceso di fervente zelo di religione, volle che Zaccaria l'ascrivesse nel numero de' Cherici; indi ritiratosi nel monte Soratte vi fondò un monastero, che volle dedicare a S. Silvestro Papa, narrandosi che in Soratte fosse stato questo Pontefice nascosto in tempo delle sue persecuzioni, prima che Costantino M. ricevesse la Religione cristiana. Ma essendo questo luogo di continuo frequentato da' Franzesi, che venivano o di proposito, o di passaggio a visitarlo, volle per distaccarsi affatto da tutti gl'interessi del secolo, ritirarsi in monte Cassino, ove consecratosi a Dio si fece Monaco[233].
Rimase intanto solo a reggere la Monarchia di Francia Pipino, con quello stesso arbitrio ed autorità colla quale Carlo Martello suo padre aveva governato, anzi maggiore; poichè Childerico III, ultimo che fu della stirpe de' Merovingi, per la sua sciocchezza ed inettitudine era stimato meno degli altri Re suoi predecessori, i quali intorno a cento anni non avevano avuto altro, che il nome regio, sofferendo vilmente la reggenza de' Maestri del Palazzo, che n'avevano tutta l'autorità. All'incontro Pipino per le nobili sue maniere, e per le sue gloriose azioni aveva tirato a se gli animi di tutti i Franzesi, i quali di buona voglia avrebbero riconosciuto più tosto per loro Re lui, che Childerico Principe stupido ed inetto. Non trascurò Pipino sì bella occasione di trasferir il Reame di Francia dalla stirpe del gran Clodoveo nella sua Casa, e adoperovvi ogni più fina industria. Ma se bene i Franzesi secondassero i suoi disegni, non volevano però per se stessi farlo: persuasi di non avere questa autorità di trasferire il Reame dalle mani del legittimo erede, in altra Casa, nè per se soli liberarsi dal giuramento della fedeltà, che avean dato al lor Principe. Pipino ponderando l'arduità del fatto, e che Carlo Martello suo padre, ancorchè formidabile ed illustre per tante vittorie, non aveva avuto ardimento di tentarlo; e pensando altresì, che tanta e sì nuova impresa non per altro modo avrebbe potuto rendersi meno strepitosa, anzi commendabile, che col ricorrere all'autorità della sede appostolica, riputata sin da questi tempi il Seminario d'ogni virtù e d'ogni santità, la quale, se non avesse approvato il fatto, avrebbe potuto concitargli contro tanti inimici, ch'egli non avrebbe potuto colle sue forze abbattere; pensò con somma prudenza sotto il manto dell'autorità della medesima coprire la deformità del fatto; e mandato in Roma al Pontefice Zaccaria il Vescovo Vardsburgense, fece da costui esporgli il desiderio suo, e di tutti i Franzesi, richiedendolo del suo parere, se per la comune utilità del Regno sarebbe ben fatto di trasferire lo scettro da uno stupido Re in Pipino prode e saggio Principe[234]. E dopo avergli il Vescovo dimostrato, che approvando egli questa traslazione, s'acquisterebbe maggior gloria, che Carlo Martello d'avere trionfato de Saraceni, lo richiese d'interporre l'autorità sua, e di sciorre dal giuramento i Franzesi, perchè potessero innalzar al trono Pipino. Questa fu la pubblica ambasciata del Legato, ma le secrete istruzioni erano, di promettere al Papa, se assentiva, di difenderlo contra tutti i suoi nemici, e spezialmente contra i Longobardi, da' quali potrebbe stare sicuro, che non solamente non gli farebbe far oppressione, ma di proccurar maggiori avanzi alla sua sede.