L'opinione del Mazzella[246], il quale credette questa statua essere dell'Imperadore Federico II, è cotanto falsa ed inetta, che sarebbe consumare inutilmente il tempo a convincerla per ripugnante a tutta l'Istoria.
CAPITOLO II. Di Astolfo Re de' Longobardi: sua spedizione in Ravenna, e fine di quell'Esarcato.
I Longobardi, tosto che Rachi si fece Monaco, sustituirono nel solio del Regno Astolfo suo fratello: Principe prode di mano, e più di consiglio, il quale avendo portato il suo Regno all'ultimo periodo della grandezza; questo stesso cagionò la sua declinazione, e la ruina de' Longobardi in Italia. Mostrò nel principio del suo governo sentimenti di moderazione e di quiete: confermò con Zaccaria la pace altre volte stabilita con Luitprando e con Rachi suo fratello, ed accordò al medesimo tutte quelle condizioni, che coi suoi predecessori erano state pattuite. Questo Pontefice, dopo aver con Astolfo stabilita la pace, e dopo aver così prosperamente composti gl'interessi della sua sede, uscì da questa mortal vita nell'anno 752. Pontefice, a cui molto debbe la Chiesa romana, che seppe far tanto per la di lei grandezza, e per l'augumento della sua autorità: egli lasciò a' suoi successori fondamenti molto stabili e ben fermi, onde con facilità poterono da poi condurre la lor potenza in tutte le parti d'Occidente a quella grandezza, che finalmente si rendè a' Principi sospetta, ed a' Popoli tremenda.
Morto Zaccaria, il Clero e Popolo romano sustituirono Stefano II, ma questi non tenne più quella sede, che tre o quattro giorni; perocchè oppresso da grave letargo per tre giorni continui, nel quarto rendè lo spirito. Tosto ne fu eletto un altro, anche Stefano nomato, il quale dagli antichi Scrittori viene appellato anche II, non avendo ragione del suo predecessore, che morì senza esser consecrato: poichè in questi tempi l'elezione sola non dava il Papato, ma la consecrazione; onde se alcuno eletto moriva innanzi d'esser consecrato, non era posto nel catalogo e numero de' Pontefici: così veggiamo, per tralasciar altri, che Erchemperto ed Ostiense[247] chiamano questo Stefano II, e non III. Al presente però si tiene per articolo, contra quello che l'antichità ha creduto, che per la sola elezione de' Cardinali il Papa riceva tutta l'autorità; e per ciò gli Scrittori di questi ultimi tempi si sono travagliati per metter in numero, ed in catalogo questo Stefano, laonde è loro convenuto mutare il numero agli altri Stefani seguenti, chiamando il secondo terzo, ed il terzo quarto, e così fino al nono, che lo dicono decimo, con molta confusione tra gli Scrittori vecchi e nuovi, nata solo per interesse di sostenere questo articolo.
Questo Pontefice assunto al trono, imitando i vestigi de' suoi predecessori, mandò dopo tre mesi del suo Pontificato Legati ad Astolfo con molti doni, perchè con lui ristabilisse quella pace, che già con Zaccaria aveva fermata; Astolfo la ratificò e fu accordata per 40 altr'anni.
Ma questo Principe, che non nudriva nell'animo pensieri meno ambiziosi di quelli di Luitprando, aveva fermata questa pace col Papa, acciocchè non potesse il medesimo frastornargli i disegni, che aveva di sottoporre al suo dominio Ravenna con tutto il resto dell'Esarcato, che ancor era in mano de' Greci, e che veniva governato dall'Esarca Eutichio. Avea egli per questa impresa, da che fu innalzato al Trono, per lo spazio di due anni sotto altri colori unite tutte insieme le sue forze, e rendutele più poderose che mai; e scorgendo che Costantino Copronimo, il quale in questi tempi aveva assunto per compagno al Trono Lione suo figliuolo, era distratto in altre imprese nella Grecia e nell'Asia, e che punto non badava alle cose d'Italia, nè volendo avrebbe potuto sì tosto soccorrerla; si mosse in un subito con tutte le sue forze contra Eutichio, ed a Ravenna capo dell'Esarcato dirizzò il suo cammino, cingendo di stretto assedio quella imperial città. Eutichio colto così all'improvviso, mal potendo sostener l'assalto, nè a tanta forza resistere, gli convenne per tanto render la Piazza, e con quella ogni speranza di ricuperarla; poichè lontano da qualunque soccorso, e sproveduto di gente e di danaro, abbandonando ogni cosa se ne ritornò in Grecia. Ad Astolfo, presa Ravenna, con facilità si renderono tutte le altre città dell'Esarcato e di Pentapoli, e trionfando de' suoi nemici, unì al suo Regno l'Esarcato di Ravenna, per cui tante volte i suoi predecessori s'erano indarno affaticati, i quali ora perditori, ora vincitori, mai non poterono interamente e stabilmente unirlo alla lor Corona, senza timore di perderlo: come fortunatamente accadde ad Astolfo, ed alla felicità delle sue armi.
Ecco il fine dell'Esarcato di Ravenna, e del suo Esarca: Magistrato che per lo spazio di 183 anni aveva in Italia mantenuta la potenza e l'autorità degli Imperadori d'Oriente: fine ancora del maggior lustro e splendore di quella città, la quale da Onorio e da Valentiniano Augusti, posposta Roma, avendo avuto l'onore d'esser perpetua sede degl'Imperadori, e dappoi degli Esarchi, a' quali ubbidivano i Duchi di Roma, di Napoli e di tutte l'altre italiche città dell'Imperio, e che i suoi Vescovi contesero con quelli di Roma istessa della maggioranza; ora ritolta da' Longobardi a' Greci, mutata fortuna, e ridotta in forma di Ducato, non fu da essi trattata da più, che gli altri Ducati minori, onde il Regno de' Longobardi era composto: origine che fu della sua fatal ruina, e dello stato in cui oggi la veggiamo. Marquardo Freero[248] nella Cronologia ch'ei tessè degli Esarchi di Ravenna, da Longino primo Esarca sotto Giustino II, infino all'ultimo, che fu questo Eutichio, scrisse che questo Esarcato durò 175 anni; ma dal computo degli anni, ch'e' medesimo ne fa, si vede, che essendo, com'egli stesso dice, cominciato da Longino nell'anno 568 e finito in Eutichio, dopo aver Astolfo presa Ravenna secondo lui nell'anno 751, durò l'Esarcato non già 175 ma ben 183 anni. E secondo coloro, che portano la caduta di Ravenna nell'anno 752 l'Esarcato durò 184 anni.
§. I. Spedizione d'Astolfo nel Ducato romano.
Astolfo dopo sì grande e gloriosa impresa, ripieno d'elatissimi spiriti minacciava già di stendere il suo Imperio sopra gli altri miseri avanzi, che restavano in Italia all'Imperador de' Greci: egli impadronito dell'Esarcato di Ravenna, credendosi succeduto a tutte quelle ragioni, che portava seco l'Esarcato, le quali erano, la maggioranza e la sovrana autorità sopra il Ducato di Roma e di tutto il resto; pretendeva di dovere anche dominare le città del Ducato romano, e molto più la città di Roma, nella quale agl'Imperadori d'Oriente, dopo l'accordo fatto da Luitprando con Gregorio II, era rimaso ancor vestigio della loro superiorità, tenendovi tuttavia i loro Uficiali. Minacciava per tanto le terre del dominio della Chiesa, e Roma stessa, e rotti e violati i tanti trattati di pace stabiliti da' Re, e da' suoi predecessori co' romani Pontefici, mosse il suo esercito verso Roma, ed avendo presa Narni, mandò Legati al Pontefice con aspre ambasciate, dicendogli che avrebbe saccheggiata Roma, e fatti passare a fil di spada tutti i Romani, se non si fossero sottoposti al suo Imperio, con pagargli ogni anno per tributo uno scudo per uomo[249]. A sì terribile ambasciata tutto commosso il Papa, tentò placarlo per una Legazione cospicua di due celebri Abati, che fiorivano in quel tempo; gli spedì l'Abate di monte Cassino, e l'altro di S. Vincenzo a Volturno, e gli accompagnò con molti e preziosi doni, incaricando loro, che proccurassero, e con ragioni e con preghiere, rammentandogli la pace poco prima firmata, di persuaderlo a non romperla, e voltare altrove le sue armi[250].
Aveva il Pontefice sin dal principio dell'irruzione di Astolfo sopra Ravenna, prevedendo questi mali, fatto inteso l'Imperador Costantino de' disegni de' Longobardi, e sollecitatolo a mandare all'Esarca validi soccorsi per impedirgli; ma Costantino volendo coprire la sua debolezza sotto il manto dell'autorità, dando a sentire che questa sola bastasse per rimovere i Longobardi da tale impresa, mandò, in vece di eserciti, un gentiluomo della sua Camera chiamato Giovanni Silenziario, con ordine al Papa di farlo accompagnare con sue lettere ad Astolfo per obbligarlo a rendere ciò, ch'egli aveva preso[251]. Furono dal Papa spediti non sole lettere, ma Legati ancora ad accompagnar Giovanni; ma arrivati in Ravenna ove Astolfo dimorava, ed espostogli l'imbasciata di restituire ciò che egli s'avea preso, fu intesa da quel Principe con riso, e tosto ne furono rimandati senz'alcun frutto, come ben potevano immaginare; per la qual cosa s'incamminarono i Legati del Papa insieme con Giovanni a dirittura in Costantinopoli per supplicar di nuovo l'Imperadore in nome del Papa di venir egli stesso con poderosa armata in Italia per salvar Roma, e gli altri avanzi rimasi al suo Imperio in Italia, che i Longobardi tentavano tuttavia di rapirgli. Ma Costantino ch'era intrigato in altre guerre, e che non badava ad altro, che per un nuovo Concilio, che in quest'anno 753 avea fatto unire di 338 Vescovi ad abbattere le immagini, non era in istato d'intraprendere altre brighe co' Longobardi. Perciò vedendo Stefano che in vano si ricorreva a Copronimo[252], il quale non poteva nè meno difender se stesso da Longobardi, e ch'era molto lontano per protegger la sua Chiesa: e che all'incontro Astolfo, entrato coll'esercito nel Ducato romano, devastava tutto il paese; e minacciava stragi e servitù a' Romani, se non si rendevano a lui; si risolse finalmente ad esempio di Zaccaria e de' due Gregorj di ricorrere alla protezione della Francia, e d'implorare l'ajuto di Pipino. Mandò nascostamente un suo messo in Francia, per cui espose a Pipino le sue angustie, e ch'egli desiderava venir di persona in Francia, se gli mandasse Legati, per potersi quivi condurre con sicurtà. Pipino non mancò subito di mandargli due de' primi Uficiali della sua Corte, Rodigando Vescovo, ed il Duca Antonio per condurlo in Francia. Giunti il Vescovo ed il Duca in Roma, ritrovarono, che l'esercito de' Longobardi, dopo avere presi tutti i castelli ne' contorni di Roma, era in procinto d'investir quella città; e che ritornati i due Legati del Papa con l'Inviato dell'Imperadore da Costantinopoli, niente altro avevan riportato da costui, se non un secondo ordine al Papa d'andar egli in persona a ritrovar Astolfo per sollecitarlo a restituir Ravenna, e le altre città da lui occupate. Non vi era alcuna apparenza, che questa andata potesse riuscir di profitto, e pure il Pontefice volle ben ancora ubbidire, per far l'ultimo esperimento di poter piegar quel Principe; ma quando vide che al vento si gittava ogni opera, e che Astolfo, il quale gli aveva insieme proibito di parlargli d'alcuna restituzione, faceva tutti gli sforzi suoi per fermarlo, lasciossi finalmente condurre dagli Ambasciadori di Pipino in Francia.