§. II. Papa Stefano in Francia: suoi trattati col Re Pipino; e donazione di questo Principe fatta alla Chiesa romana di Pentapoli, e dell'Esarcato di Ravenna tolto a' Longobardi.
Giunto il Pontefice in Francia, fu accolto da Pipino con ogni segno di stima e di venerazione: l'adorò come Pontefice e padre della Cristianità, e gli rendè i maggiori onori che si potessero rendere a' più potenti Re della terra. Espose Stefano i suoi bisogni al Re, e l'angustie nelle quali i Longobardi l'avean ridotto, dimandogli il suo ajuto e protezione, offerendosi all'incontro d'impiegar tutta l'autorità della sede appostolica in suo vantaggio. Allora Pipino, affinchè si rendesse più venerando a' suoi sudditi, e per maggiormente stabilire il Regno di Francia nella sua persona e nella sua posterità, volle che Stefano colle sue mani lo consecrasse Re, ed insieme che i due suoi figliuoli Carlo e Carlomanno ricevessero parimente da lui l'unzione sacra, siccome seguì nella Chiesa di S. Dionigi[253]. All'incontro Pipino, oltre ad assicurarlo, che avrebbe frenato l'ardire de' Longobardi, e fattigli restituire i luoghi occupati nel Ducato romano, gli promise ancora, ch'egli avrebbe scacciato Astolfo dall'Esarcato di Ravenna e da Pentapoli, e, tolti al Longobardo questi Stati, gli avrebbe non già restituiti all'Imperio greco, a cui s'appartenevano, ma donati a S. Pietro ed al suo Vicario. Stefano lodò la magnanima offerta, che si faceva con tanta profusione dell'altrui roba, esagerandola ancora come molto profittevole per la salute della sua anima; onde da Pipino ne fu stipulata e giurata la promessa della donazione, facendola firmare anche da' suol figliuoli Carlo e Carlomanno.
Questa promessa di futura donazione, nel caso fosse riuscito a Pipino di scacciare i Longobardi dall'Esarcato, e da Pentapoli, non abbracciava che questi Stati. Lione Ostiense[254] confuse ciò che Anastasio Bibliotecario avea scritto della donazione fatta poi da Carlo M. a Papa Adriano, con questa promessa di Pipino a Papa Stefano. Anastasio narra[255], che Carlo M., confermò, e pose in effetto ciò che Pipino suo padre avea promesso, anzi che accrebbe la paterna donazione, e dice, che da Carlo con nuovo instromento furono donate a S. Pietro, ed al suo Vicario molte città e territorj d'Italia per designati confini, incominciando da Luni città della Toscana, posta ne' confini della Liguria, con l'isola di Corsica, e calando nel Sorano e nel monte Bordone abbracciava Vercetri, Parma, Reggio, Mantova e Monselice, ed insieme tutto l'Esarcato di Ravenna, siccome fu anticamente, colle province di Venezia e d'Istria; e tutto il Ducato spoletano e beneventano. Lione[256] (come avvertì anche l'Abate della Noce[257]) parlando nel capo 8 della donazione di Pipino, si serve di queste istesse parole d'Anastasio, che riguardano la donazione di Carlo suo figliuolo: e quando poi nel capo 12 tratta de' fatti di Carlo e di questa sua donazione, non numera, come Anastasio, i luoghi e le città; ma come se Carlo non avesse fatto altro, che solamente confermare quella di Pipino, col supposto che quella abbracciasse tutti que' luoghi da lui nel 8 capo descritti, dice che Carlo bono, ac libenti animo aliam donationis promissionem instar prioris describi praecepit. Ma che questa donazione di Pipino non abbracciasse altro che Pentapoli, e l'Esarcato di Ravenna, che dovean togliersi ad Astolfo, si conosce chiaro dall'esecuzione, che ne fu fatta dall'istesso Pipino, quando, come diremo, calato in Italia, e toltigli al Longobardo, ne fece dono alla sede appostolica, scrivendo l'istesso Lione[258], che Pipino simul cum praefato Romano Pontifice Italiam veniens, et Ravennam, et viginti alias Civitates supradicto Aistulfo abstulit, et sub jure Apostolicae Sedis redegit.
Si convince ciò ancora dalla Cronaca del monastero di S. Clemente dell'isola di Pescara, che ora impressa leggiamo nel sesto tomo dell'Italia Sacra d'Ughello, dove narrandosi quest'istessi successi di Papa Stefano con Pipino, si legge che Pipino avendo scacciato Astolfo, e liberata Ravenna, la donò con venti altre città a S. Pietro. Quando poi questo Autore favella della donazione di Carlo, dice che questo Principe restituit Beato Petro, quae pater ejus dederat, et Desiderius abstulerat, ADDENS etiam Ducatum Spoletanum, et Beneventanum ec. Ma quanto sia vero ciò che Anastasio narra della donazione di Carlo M. volendo che abbracciasse la Corsica, il Ducato di Spoleto, il Beneventano, le Venezie, l'Istria, e tanti altri luoghi, non mai presi, nè posseduti da Carlo, lo vedremo più innanzi, quando di quella ci tornerà occasione di favellare.
Accordati che furono questi trattati tra Stefano e Pipino, questi, essendo il Papa rimaso in Francia presso di lui, immantinente interpose i più fervorosi uficj con Astolfo perchè restituisse i luoghi occupati, e gli replicò ben tre volte: ma nulla giovando nè preghiere nè minacce, finalmente stimolato dal Papa, si risolvette di marciare con tutte le sue truppe in Italia contro di lui, e seguitato da Stefano, sforzando il passo delle Alpi, fugò l'esercito d'Astolfo, che se gli opponeva, e l'incalzò sino alle porte di Pavia, dove assediollo, costringendolo finalmente a dure condizioni, con obbligarlo, ricevuti innanzi gli ostaggi, a promettere di rendere le terre della Chiesa da lui occupate nel Ducato romano: gli tolse Ravenna con venti altre città, ed in quest'anno 754, la aggiunse al dominio di S. Pietro[259], e prestamente in Francia si restituì.
Ma non fu così tosto ritornato Pipino in Francia, che Astolfo, poco curandosi degli ostaggi, che aveva dati in mano di Pipino, che rompendo tutti i giuramenti da lui fatti, venne con tutte le forze del suo Regno a piantar l'assedio innanzi a Roma, dopo aver dato un terribil guasto ne' contorni. Allora Stefano vedendosi ridotto all'ultima estremità, ebbe ricorso al suo protettore nella maniera più forte e compassionevole che potesse mai farsi: gli scrisse quelle tre lettere, che ci restano ancora[260], le più veementi e le più sommesse, che si possano immaginare: e con esempio nuovo le scrisse sotto nome di S. Pietro a cui erasi fatta la donazione, indirizzandole al Re, a' di lui due figliuoli, ed a tutti gli Ordini della Francia, di questo tenore: Petrus vocatus Apostolus a Jesu Christo Dei, vivi filio, ec. Viris excellentissimis Pipino, Carolo, et Carolomanno tribus regibus ec. dove introducendo questo Appostolo a parlargli così: Ego Petrus Apostolus dum a Christo, Dei vivi filio, vocatus sum supernae clementiae arbitrio, ec.[261], si serve in quelle di tutti i più prestanti scongiuri da parte di Dio, perchè lo soccorra, che facendo altrimenti sarà alienato dal Regno di Dio, e fuori dalla vita eterna, movendo tutto ciò ch'è più atto a scuotere un cuore cristiano.
Men di questo sarebbe bastato per obbligar Pipino a ripigliar quanto prima le armi. Aveva già ragunate le sue truppe alla prima novella venutagli de' movimenti d'Astolfo; e con quelle incamminatosi di nuovo verso l'Italia, ruppe l'esercito d'Astolfo, che aveva voluto contrastare a' Franzesi il passaggio delle Alpi, ed avendogli minacciato l'estrema sua rovina, se durasse nell'impresa, obbligò Astolfo a levar l'assedio da Roma già tre mesi durato, e di buttarsi dentro Pavia col resto delle sue truppe.
Intanto Costantino Copronimo avvisato di questi trattati avuti sopra i suoi Stati fra Stefano e Pipino, e che Astolfo cedeva l'Esarcato di Ravenna a Pipino, per darlo al Papa; mandò tosto due Ambasciadori al Re Pipino perchè glielo restituisse, come appartenente all'Imperio: intesero questi a Marsiglia, dov'erano venuti da Roma con un Legato del Papa, di aver già Pipino passate l'Alpi, e sconfitto l'esercito de' Longobardi; perciò l'un de' due pigliando più velocemente innanzi il cammino, mentre l'altro tratteneva il Legato, si portò sollecitamente appresso il Re Pipino, che non era molto lontano da Pavia nel procinto d'assediarla.
Fu l'Ambasciadore tosto introdotto all'audienza del Re, nella quale dopo aver esaltato Pipino per le due vittorie da lui riportate sopra i Longobardi, nemici comuni dell'Imperio e della Francia, e commendate altamente le gloriose sue gesta, espose in nome del suo Principe l'ambasciata[262]: esagerò, l'Esarcato essere senza alcun dubbio dell'Imperio, usurpatogli da Astolfo, il quale pigliava tutte l'occasioni d'ingrandirsi a' danni de' suoi vicini, mentre il suo Principe faceva la guerra a' Saraceni: che poichè il Re l'aveva ritolto dalle mani di questo usurpatore, era giusto che rimettesse anche nelle mani dell'Imperadore ciò che era suo: che finalmente il Papa era suo suddito, e che lasciandolo godere tranquillamente quanto gli era stato dato dagl'Imperadori, e da' privati per mantener la sua dignità, non sarebbe cosa giusta, ch'egli usurpasse ancora le terre del suo Sovrano: essere del resto Costantino, il quale in questo non dimandava altro, che la giustizia, prontissimo a praticarla anch'egli dal suo canto: e che poichè il Re aveva già fatte grandi spese in questa guerra, gli offeriva in rifacimento tutto quello, ch'egli avrebbe potuto desiderare da un Imperadore ugualmente liberale e riconoscente.
Pipino, a cui non giunse nuova questa imbasciata, e che aveva preveduto ciò che dovrebbe l'Ambasciadore dimandargli, umanamente gli rispose: appartenere l'Esarcato al vincitor de' Longobardi, i quali l'avevano Jure belli conquistato, come aveano fatto anche i loro predecessori d'una gran parte d'Italia sopra gli Imperadori greci: essere medesimamente cosa nota, che la maggior parte di que' Popoli, indotti sforzatamente a mutar religione, s'erano dati al Re Luitprando: che così presupponendo il diritto de' Longobardi, del quale non era luogo di dubitare più che di quello de' Franzesi, i quali avevano conquistate le Gallie sopra i Romani e Vestrogoti, era molto sicuro del suo proprio; poichè egli aveva costretto Astolfo per via delle armi a cedergli l'Esarcato, del quale andava a mettersi in possesso per la medesima via: che poi essendone padrone, n'avea potuto disporre a suo arbitrio e volontà[263]. Ed aveva trovato espediente di darne il dominio al Papa, perchè in quello la sede cattolica violata per tante infami eresie de' Greci, si mantenesse intera; e l'ambizione ed avarizia de' Longobardi non l'occupasse; per le quali considerazioni egli aveva prese l'armi contra coloro, che opprimevan la Chiesa[264]: che per tutti i tesori del Mondo non avrebbe mutata risoluzione, e che manterrebbe contra tutti il Papa e la Chiesa nel possesso di tutto ciò ch'egli aveva loro donato.