Rimandato per tanto senza voler sentir altra replica su l'ora l'Ambasciadore, andò a por l'assedio innanzi Pavia, e lo strinse così forte, che Astolfo ridotto a non poter più resistere, fu costretto a dimandargli la pace, la quale ottenne a condizione, che mettesse prontamente in esecuzione il trattato dell'anno precedente e restituisse le città dell'Esarcato, dell'Emilia oggi detta Romagna, e della Pentapoli, che diciamo Marca d'Ancona[265], nelle mani di Eulrado Abate di S. Dionigi, da Pipino destinato suo Commessario. Ciocchè fu eseguito prontamente; imperocchè destinati anche da Astolfo i Commessarj, Fulrado avendo fatto uscire dall'Esarcato, e dagli altri luoghi tutti i Longobardi e ricevuti gli ostaggi di tutte le città, andò a portarne le chiavi al Papa, ch'egli pose sopra il sepolcro de' Santi Appostoli colla donazione di Pipino instrumentata con tutte le solennità e forme necessarie, e ch'egli aveva fatta anche sottoscrivere da' due suoi figliuoli Carlo e Carlomanno, e da' primi Baroni e Prelati della Francia. L'Esarcato, se dee prestarsi fede al Sigonio[266], abbracciava le città di Ravenna, Bologna, Imola, Faenza, Forlimpopoli, Forlì, Cesena, Bobbio, Ferrara, Comacchio, Adria, Cervia, e Secchia. Tutte furono consignate al Papa, eccetto che Faenza e Ferrara.

Pentapoli, ovvero Marca d'Ancona, comprendeva Arimini, Pesaro, Conca, Fano, Sinigaglia, Ancona, Osimo, Umana, ora disfatta, Jesi, Fossombrone, Monfeltro, Urbino, il territorio Balnense, Cagli, Luceoli ed Eugubio con li castelli e territorj appartenenti alle medesime, come appare dal privilegio di Lodovico Pio, col quale vien confermata questa donazione di Pipino: della verità del quale si parlerà a suo luogo.

Il Pontefice ricco di tante città e dominj, all'Arcivescovo di Ravenna commise l'amministrazione dell'Esarcato; ond'è che alcuni scrissero, che gli Arcivescovi di quella città s'intitolavano anche Esarchi, non già come Arcivescovi, ma come Ufficiali del Papa, già Principe temporale. Ecco per dove i Papi hanno cominciato a divenir potenti Signori in Italia, congiungendo al Sacerdozio il Principato, e lo Scettro alle Chiavi. Perocchè la donazione di Costantino M., particolarmente intorno a ciò che riguarda Roma e l'Italia, per quel che si disse nel secondo libro di questa Istoria, e per ciò che i più dotti Istorici, Giureconsulti e Teologi tengono per indubitabile, fu grossamente finta da un solenne impostore del decimo secolo; o come Pietro di Marca, molto prima ne' tempi di Adriano e di Carlo Magno. Nè quantunque si volesse supponere per vera, ebbe ella alcun effetto: essendosi veduto che gl'Imperadori e gli altri Re stranieri, che a coloro succedettono, ne furono da quel tempo sempre padroni. Nè i Papi vi pretendevano altro, che quegli patrimonj, che vi possedevano per munificenza di alcun Principe o privato per la loro sussistenza donatigli, come si disse, e siccome appunto tengono oggi gli altri Ecclesiastici i loro negli altri Stati per tutta la Cristianità. Pipino veramente fu quegli, da poi che i Papi s'ebbero aperte sì opportune vie per rendersene meritevoli, che dalla bassezza d'una fortuna sì mediocre gli arricchì delle spoglie de' Re longobardi e degl'Imperadori greci, donando loro città e province: che se voglia il vero confessarsi, fu delle medesime liberalissimo, come sogliono essere tutti coloro, che niente del proprio, ma dell'altrui profondono. Queste spettavano in verità a Costantino Imperador d'Oriente; e se voglia dirsi giusta questa donazione, dovea esser fatta non da Pipino, ma da Costantino, di cui erano: onde perciò alcuni[267] scrissero, che questa donazione fosse stata fatta sotto nome di Costantino; e quindi esser nata la favola della donazione di Costantino M. Da questo tempo cessarono i Pontefici nelle loro epistole e diplomi notare gli anni piissimorum Augustorum, come prima facevano. Assicurati che furono del patrocinio dei Franzesi, scossero ogni ubbidienza agl'Imperadori di Oriente, nè vollero esser riputati più loro sudditi: ma all'incontro questa grandezza de' Pontefici romani riuscì a Pipino tanto profittevole, che portò al suo figliuolo Carlo, che gli succedè, non pur il Regno d'Italia, discacciandone i Longobardi: ma l'Imperio d'Occidente, che il Papa volle far risorgere nella persona di Carlo, come nel seguente libro diremo.

I Franzesi, oltre a voler esser riputati autori della grandezza e del dominio temporale della sede appostolica, ciocchè non può loro contrastarsi, s'avanzano più, con dire, che di tutte queste città da Pipino alla Chiesa donate, ne avessero i Papi il solo dominio utile; siccome il Sigonio in più luoghi della sua istoria non potè negarlo; rimanendo la sovranità appresso Pipino e gli altri Re di Francia suoi successori; essendo cosa manifesta, essi dicono, che i discendenti di Pipino v'ebbero la sovrana autorità, la quale essi esercitavano in quasi tutta l'Italia. E non fu che lungo tempo da poi, che i Pontefici romani divennero Sovrani di quelle province, come ancora di Roma; non per la pretesa cessione, che l'Imperador Carlo il Calvo fece de' suoi diritti, ragioni e preminenze; ma per la decadenza dell'Imperio, da che fu limitato e racchiuso nella sola Alemagna, in quella maniera appunto, che tanti altri Principi d'Italia possedono al dì d'oggi legittimamente la sovranità, ch'essi si hanno acquistata sopra l'Occidente.

Pietro di Marca[268] fa vedere come, e su quali fondamenti a poco a poco i Pontefici romani a lor trassero la sovranità sopra Roma: ciocchè non fu certamente in questi tempi. Egli dice, che ceduto che fu da Pipino l'Esarcato di Ravenna al romano Pontefice, per ragion del medesimo appartenevasi anche a lui la soprantendenza ed il governo di Roma, non altrimente che s'apparteneva all'Esarca di Ravenna, sotto il quale erano posti tutti i Ducati de' Greci e quello di Roma ancora: la sovranità s'apparteneva agl'Imperadori di Oriente, l'amministrazione agli Esarchi: quindi i romani Pontefici come Esarchi la pretesero. Ma creati Pipino e Carlo Magno Patrizj di Roma, importando 'l Patriziato l'aver cura di quella città, si videro insieme il Papa e 'l Patrizio prendere il governo di quella, siccome s'osservò nella persona di Papa Adriano e di Carlo Magno. Essendo poi morto Adriano, ed in suo luogo creato Lione III, questi lasciò a Carlo l'intera amministrazione, il quale da Patrizio innalzato alla dignità d'Imperadore, essendo con ciò passata anche a Carlo la sovranità di Roma, i Pontefici più non s'intrigarono nel governo di quella; insinochè, decadendo pian piano l'autorità degli Imperadori successori di Carlo in Italia, finalmente Carlo il Calvo non si fosse nell'anno 876 spogliato d'ogni sua ragione, cedendo alla sede appostolica la sovranità di Roma ed ogni suo diritto. Quindi è che Costantino Porfirogenito[269] descrivendo i Temi di Europa, e lo Stato di quella del suo secolo intorno all'anno 914 dica, che Roma si teneva da' romani Pontefici jure dominii. Quindi cominciò il costume ne' diplomi di notarsi gli anni de' romani Pontefici, quando prima ciò era de' soli Principi ed Imperadori.

L'Abate Giovanni Vignoli ne' nostri ultimi tempi, cioè nell'anno 1709 ha dato in luce un libretto intitolato: Antiquiores Pontificum Romanorum denarii, ove contro a questa opinione, che tengono i Franzesi, si sforza dimostrare, che il Senato e Popolo romano, dopo avere scosso il giogo degl'Imperadori d'Oriente, si fosse sottoposto a' romani Pontefici, riconoscendogli come loro Sovrani, e che non pure il dominio utile ritennero di Roma, ma anche il supremo. Pretende ricavarlo dalle monete, che si trovano de' Pontefici, e quantunque ve ne fossero più antiche, nulladimanco riguardandosi solo quelle, che ancora si veggono, queste cominciano da Adriano I, e furono continuate a battere da Lione III e dagli altri suoi successori. Ed ancorchè alcune d'esse, come quelle di Lione III e d'altri romani Pontefici portassero anche il nome degl'Imperadori, come di Carlo M, di Lodovico, di Ottone e d'altri; tantochè per quest'istesso si diede occasione a Le-Blanc franzese di comporre un trattato col titolo di Dissertazione Istorica sopra alcune monete di Carlo M, di Lodovico Pio e di Lotario, e de' loro successori battute in Roma; con le quali vien confutata l'opinione di coloro, che pretendono, che questi Principi non abbiano mai avuta in Roma alcuna autorità, se non col consentimento de' Papi; contuttociò il detto Abate Vignoli si studia dimostrare, che molte monete de' Papi non ebbero il nome degl'Imperadori, come una di Giovanni VIII la quale è solamente segnata del nome di questo Pontefice. Che che ne sia, l'opera di Le-Blanc fa vedere quanto poco sicura sia l'opinione del Vignoli, e molto più fondata quella de' Franzesi.

§. III. Leggi d'Astolfo, e sua morte.

Astolfo intanto, ancorchè da sì strane scosse sbattuto, non restava però di volger i pensieri alla conservazione del suo Regno: egli non aveva mancato per nuove leggi riordinarlo, aggiungendone altre a quelle de' suoi predecessori, e variandole ancora secondochè stimava più utile ed opportuno a' suoi tempi; avendo per tanto in Pavia nel quinto anno del suo Regno convocati da varie parti i principali Signori e Magistrati del suo Regno, seguendo gli esempj de' suoi predecessori, promulgò un editto nel quale molte leggi stabilì. Pure abbiamo quest'editto d'Astolfo nel Codice Cavense per intero, che contiene ventidue capitoli: il primo comincia: Donationes illac, quae factae sunt a Rachis Rege, et Tassia conjuge. L'ultimo ha per titolo: Si quis in servitium cujuscumque pro bona voluntate introierit. Alcune di queste leggi, il Compilatore del volume delle leggi longobarde le inserì in que' libri: tre se ne leggono nel primo libro: una sotto il tit. de Scandalis: l'altra sotto il tit. de Exercitalibus; ed un'altra sotto quello de Jure mulierum: quindici nel lib. 2, una sotto il tit. 4, un'altra sotto quello de Successionibus, altra sotto il tit. de ultimis volunt.. un'altra sotto il tit. 20, due sotto il tit. de Manumissionibus, due altre sotto quello de Praescriptionibus, e sette sotto il tit. Qualiter quis se defendere deb. E nel lib. 3 ancor se ne legge una sotto il tit. 10 ch'è l'ultima de' Re longobardi; poichè Desiderio suo successore, e nel quale s'estinse il Regno, passando ne' Franzesi, applicato a cure più travagliose, non potè d'altre leggi fornir questo Regno, che infelicemente ebbe a lasciare.

Ma mentre questo Principe dopo aver per dura necessità restituito l'Esarcato e tante altre città, è tutto intento a meditar nuovi disegni per vendicarsi della oppressione de' Franzesi, e di riordinar nuovamente la guerra, essendosi un giorno portato alla caccia, spinto da un cignale, ovvero, com'altri rapportano, casualmente sbalzato da cavallo, o come dice Erchemperto[270], percosso da una saetta, il caso fu per lui cotanto fatale, che in pochi giorni rendè lo spirito, lasciando in quest'anno 756 il Regno pieno di calamità e di sospetti, non avendo di se lasciata prole alcuna.

CAPITOLO III. Il Ducato napoletano, la Calabria, il Bruzio, ed alcune altre città marittime di queste nostre province si mantengono sotto la fede dell'Imperadore Costantino e di Lione suo figliuolo.