Dispiacque ancora quell'altro genere di prova del ferro rovente, dell'acqua fervente, ovvero ghiacciata[304]; ma di ciò non debbono imputarsi i soli Longobardi, ma tutte l'altre Nazioni d'Europa, e più i Cristiani nostri, i quali lungamente lo ritennero e l'abbracciarono più tenacemente; imperocchè credettero derivare il costume da Mosè istesso, il quale comandò che si dasse alle donne imputate di stupro certa pozione per conoscere il loro fallo, o l'innocenza. Non fu dunque maraviglia se i Longobardi, portando la cosa più avanti, ne stabilissero anche sopra ciò delle leggi, per le quali comandarono che per determinare le liti, si servissero anche de' vomeri infocati, ovvero dell'acqua fredda, o bollente. S'aggiunse, perchè l'error durasse e tal costume si ritenesse, la credulità e stupidezza degli uomini, i quali eran così persuasi e certi di questa pruova, che sovente diedero facile e sicura credenza a ciò che gli Storici o altri, che se ne spacciavan testimonj, ne favoleggiavano, e per cosa certa gliele descrivevano. Nè mancarono di raccontar fatti veramente strani e maravigliosi, non perchè essi veri fossero in realtà, ma prodotti da una fantasia sì fortemente accesa, che faceva lor vedere uomini posti dentro il fuoco non ardere, e buttati dentro i fiumi non sommergersi. Celebre appresso gl'Istorici è quel fatto accaduto ne' tempi d'Ottone a quella innocente Contessa, che accusata falsamente dall'Imperadrice sua moglie, se ne purgò con un ferro rovente, da cui non fu tocca.

(I più accurati Scrittori riputano favolosi tutti questi racconti dell'Imperatrice moglie d'Ottone, e della pruova del ferro rovente. Intorno a che son da vedersi coloro, che vengono rapportati da Struvio in Syntag. Hist. Germ. in Ottone, pag. 371).

Ma assai più celebre e memorabile è quell'altro ai tempi d'Alessandro II, accaduto in Firenze, di Pietro Aldobrandino, che uscì al cospetto di tutto il Popolo immune e salvo dalle fiamme, onde acquistonne il nome di Pietro Igneo. Non senza ragione adunque Federico Imperadore tra le sue leggi militari stabilì ancora, che questa pruova si praticasse nelle cause dubbie, come Radevico e Cujacio[305] testificano. Ma conosciutasi da poi, seriamente pensandovi, la sua incertezza, e che molti innocenti ne riportavano pena maggiore di quella, che anche legittimamente convinti per rei non avrebbero potuto temere, e che all'incontro ne uscivan liberi i colpevoli; e che con troppo ardimento si pretendesse tentar i giudicj divini, fu da' romani Pontefici proibito. E Cujacio[306] rapporta, che questo costume nella Lombardia cominciò prima di tutti gli altri paesi a mancare, e ad andare in disusanza. Presso a noi andò parimente in obblivione, ed ancorchè i Baresi lungamente ritenessero l'usanze de' Longobardi onde il libro delle loro Consuetudini fu compilato; pur confessano, che sin da' tempi del Re Rugiero era già tal costume affatto mancato: Ferri igniti, aquae ferventis, vel frigidae, aut quodlibet judicium, quod vulgo paribole nuncupatur, a nostris civibus penitus exulavit[307].

Parve anche a molti fiero e crudele quel costume di render cattivi i Cristiani, e riceverne per la libertà riscatti, come s'è veduto che fecero co' Crotonesi, e con altre genti delle città, ch'erano in poter de' Greci loro nemici: del che altamente si querelava S. Gregorio M. Ma questo costume, siccome fu narrato nel precedente libro, era allora indifferentemente da tutti praticato: nè mancano Scrittori che lo difendono per giusto.

Per queste cagioni leggiamo noi ne' più gravi Autori cotanto commendarsi sopra tutte le straniere Nazioni la longobarda per gente savia e prudente, e che meglio di tutte le altre avesse saputo stabilire le leggi, con tanta perizia ed avvedimento dettate. Niente dico di Grozio[308] che perciò tante lodi l'attribuisce, niente di Paolo Varnefrido. Guntero Secretario che fu di Federico I Imperadore, e famoso Poeta di que' tempi, così nel suo Ligurino cantò de' Longobardi.

Gens astuta, sagax, prudens, industria, solers,

Provida consilio, legum, Jurisque perita.

Nè lo stile, con cui furono quelle leggi scritte, è cotanto insulso ed incolto come pur troppo lo riputarono i nostri Scrittori: ben furono elle giudicate dall'incomparabile Grozio degno soggetto delle sue fatiche e de' suoi elevatissimi talenti: aveva ben egli apparecchiato loro un giusto commentario, siccome dell'altre leggi dell'altre Nazioni settentrionali, così ancora di queste de' Longobardi. Ma pur troppo presto tolto a noi da immatura morte, non potè perfezionarlo. È bensì a noi di lui rimaso un Sillabo[309] di tutti i nomi e verbi, ed altri vocaboli de' Longobardi, per cui si scuoprono i molti abbagli presi da' nostri Scrittori, che vollero interpretarle; e Giacomo Cujacio[310] ne' suoi libri de' Feudi, i quali in gran parte da queste leggi dipendono, sovente ne mostra molte voci delle medesime reputate dalla comune schiera per barbare ed incolte, ed a cui diedero altro senso, essere o greche, o latine, o dipendere con perfetta analogia da queste lingue: così quella voce arga, che s'incontra spesso in queste leggi, riputata barbara, e che i nostri vogliono che significhi cornuto, come fra gli altri espose Maxilla nelle Consuetudini di Bari[311] che da queste leggi in gran parte derivano, presso a Paolo Varnefrido[312] non significa altro che inerte, scimunito, stupido, ed inutile, e la voce deriva dal Greco argòs, che appo i Greci significa lo stesso, come dice Cujacio[313], e lo conferma coll'autorità di Didimo. E ciò che sovente occorre in questi libri astalium facere, non vuol dir altro che ingannare, e mancare al Principe o al Commilitone del suo ajuto e soccorso, mentre nella pugna ne tiene il maggior bisogno, ed è in periglio di vita. Così ancora farsi una cosa asto animo, come sovente leggiamo in queste leggi, da voce latinissima deriva ch'è il medesimo, che d'animo vafro ed ingannevole: Plauto in Poenulo.

Mea soror ita stupida est sine animo asto.

Ed Accio appresso Nonio: