§. III. Origine de' Feudi in Italia.

Ecco donde trassero in Italia origine i Feudi, i quali a somiglianza del Nilo, par che tenessero tanto nascosto il lor capo, e così occulta la loro origine, che presso a' Scrittori de' passati secoli riputossi la ricerca tanto difficile e disperata, che ciascheduno sforzandosi a tutto potere di rinvenirla, le diedero così strani e differenti principj, che più tosto ci aggiunsero maggiori tenebre ed oscurità, che chiarezza. Non è però con tutto questo da avanzarsi tanto, e dire che i Longobardi fossero stati i primi ad introdurgli e che ad imitazione di essi le altre Nazioni gli avessero poi ne' loro dominj ricevuti poichè nell'istorie di Francia, secondo che rapporta il Papiniano franzese Carlo Molineo[28], de' Feudi si trova memoria sin da' tempi del Re Childeberto I, e ne' loro annali, e presso Aimoino[29] e Gregorio di Tours[30] pur si legge il medesimo. Si legge ancora, che intorno a questi stessi tempi del Re Autari, anzi undici anni prima, nel Regno di Childerico I, e propriamente nell'anno 574, Guntranno Re privò Erpone del suo Ducato, dandogli[31] il successore; e Paolo Emilio[32], e Giacomo Cujacio[33] ne accertano, che avevano pure i Re di Francia questo stesso costume di crear nelle città i Duchi ed i Conti; e siccome da principio, quando ciò s'introdusse, era in arbitrio de' Re di cacciarnegli, quando più loro piaceva, s'introdusse poi una consuetudine, che non si potessero privare dello Stato, se non si provava d'aver commessa qualche gran fellonia. E finalmente gli stessi Re con giuramento confermavangli in quelli Stati, de' quali per loro cortesia gli avean fatti Signori. Egli è vero che nel principio, come s'è detto, questi Duchi, e Conti non erano, che Governadori di città, ma poi si diedero non in Uficio, ma in Signoria[34].

Ed in vero nè i Romani, nè i Greci, nè altri qualunque antichi Popoli riconobbero giammai altre dignità, che gli Ordini, e gli Uficj: furono gli antichi Franzesi, e questi Popoli settentrionali, i quali stabilendosi ne' paesi altrui, inventarono i Feudi, e per conseguenza la terza spezie di dignità, ch'è la Signoria. Non è però, che in qualche maniera questa invenzione non cominciasse per gl'Imperadori romani[35], i quali per assicurar maggiormente le frontiere dell'Imperio solevano a' Capitani ed a' soldati, che si erano segnalati nelle conquiste, conceder in ricompensa delle lor fatiche alcune terre poste in quelle frontiere, delle quali ne avevano tutto l'utile, tanto che questa concessione la chiamarono beneficium: e ciò perchè con più coraggio e valore fossero obbligati a continuar la milizia, difendendo le proprie terre; ut attentius militarent, propria rura defendentes, come dice Lampridio[36].

Quel che non potrà porsi in dubbio si è, che quasi ne' medesimi tempi le Genti settentrionali, i Franzesi nella Gallia, ed i Longobardi nell'Italia, introdussero i Feudi[37], seguendo forse queste due Nazioni l'esempio de' Goti, che come vuole il nostro Orazio Montano[38], furono i primi a gettarvi i fondamenti. Carlo Molineo[39] vuole, che i Franzesi fossero stati i primi ad introdurgli nella Gallia, da' quali l'appresero i Longobardi, che l'introdussero poi in Italia, e propriamente in Lombardia, donde poi si sparsero in Sicilia, e nella nostra Puglia; e crede, che in queste nostre regioni i primi ad introdurgli fossero stati i Normanni venutici dalla Neustria, che ora diciamo Normannia; ma i nostri maggiori molto prima della venuta dei Normanni conobbero i Feudi; ed i primi che gl'introdussero nella provincia del Sannio, e nella Campagna furono i Longobardi: province, che furono le prime ad essere conquistate da' Longobardi; e la Puglia e la Calabria gli riceverono più tardi da' Normanni, come quelli, che ne discacciarono interamente i Greci, presso a' quali l'uso de' Feudi non era conosciuto, come vedrassi con maggior distinzione nel progresso della predente istoria.

Egli è però ancor vero, che tutto il loro accrescimento, e tutte le consuetudini e leggi, che da poi intorno ad essi furono introdotte e promulgate, si debbono a' Longobardi, che in Italia gli stabilirono, e lor diedero certa e più costante forma[40]; onde perciò s'innalzaron tanto, che in appresso tutte l'altre Nazioni, non con altre leggi e costumi, che con quelli de' Longobardi, vollero regolare le loro successioni, gli acquisti, le investiture, e tutte l'altre cose a' Feudi attenenti; donde ne sorse un nuovo corpo di leggi, che feudali appelliamo: ma di ciò a più opportuno luogo favelleremo, quando de' libri loro, che oggi nel nostro Regno formano una delle principali parti della nostra giurisprudenza, ci tornerà occasione di più diffusamente ragionare.

Dopo avere Autari in sì fatta guisa soddisfatti i suoi Duchi, non tralasciò di provedere a' bisogni del suo Regno, e sopra tutto a far, che in quello la giustizia e la religione avesse il dovuto luogo[41]. Volle che i furti, le rapine, gli omicidj, gli adulterj, e tutti gli altri delitti fossero severamente puniti. Si spogliò e depose il Gentilesimo, ed abbracciò la religione cristiana da' Longobardi non prima ricevuta, i quali ad esempio del loro Re passarono per la maggior parte nella nuova religione del loro Principe. Ma la condizione di que' tempi, e l'esempio assai fresco de' Goti fece che non la ricevessero pura ed incorrotta, ma parimente contaminata dall'Arrianesimo: il che cagionò che essendo i loro Vescovi arriani, molti disordini e discordie insorsero fra essi ed i Vescovi cattolici, che erano nelle città a lor soggette.

Non minori furono i progressi d'Autari nel valore militare, che nella prudenza civile; ricuperò ben tosto Brissello, e perchè nell'avvenire più non potesse esser ricetto de' suoi nemici, gittò a terra e demolì le forti mura, che lo cingevano. Ma sopra tutto la sua prudenza e valore si dimostrò, allorchè, avendo già Childeberto Re di Francia passate l'Alpi con potente esercito, egli conoscendosi inferior di forze, e che non poteva ostargli in campagna, ordinò a' suoi Duchi, che munissero le loro città con forti presidj, e senza uscir da' loro recinti, aspettassero sopra le mura il nemico; la qual condotta ebbe sì prospero avvenimento, che Childeberto considerando, che impresa molto lunga e difficile era di porre l'assedio a tante città, tosto si piegò alle lusinghe d'Autari, il quale aveagli mandati Ambasciadori con ricchissimi doni, per rimoverlo da quell'impresa, ed a mandargli la pace, siccome in fatti l'ebbe; onde poi nacquero le forti doglianze di Maurizio Imperadore, il quale altamente dolendosi di questa mancanza di Childeberto, non lasciò di continuamente sollecitarlo, o che gli restituisse l'immense somme di denaro, che aveasi preso per far la guerra a' Longobardi, ovvero osservasse la promessa di tornar di nuovo in Italia a combattergli; e furono così continue, e spesse queste querele di Maurizio, e questi rimproveri, che alla fine mosso Childeberto dagli stimoli d'onore, deliberò di ritornare in Italia con esercito più potente di quello di prima. Allora fu che Autari diede l'ultime prove del suo valore, perchè seriamente considerando, che doveansi impiegar tutte le forze, e far gli ultimi sforzi per abbattere questo potente inimico, affinchè nell'avvenire non venisse più inquietato il suo Regno da' Franzesi, e per lo costoro esempio se ne ritenessero ancora l'altre Nazioni: deliberò di disporre la milizia in altra guisa di ciò, che aveva prima fatto. Volle dunque prevenirlo, ed andargl'incontro in campagna aperta, ed avendo raunato da tutto il Regno i suoi eserciti, animogli ad impresa, quanto dura e difficile, altrettanto gloriosa, e che sarebbe cagione, se riusciva, di dare una perpetua pace e tranquillità al suo Regno: incoraggiava i suoi Longobardi a dar l'ultime pruove del lor valore: ricordava le tante vittorie riportate sopra i Gepidi nella Pannonia, avere essi per la fortezza de' loro animi soggiogata l'Italia: e finalmente che non trattavasi ora, come prima, di guerreggiar per l'Imperio, o per l'ingrandimento di quello, ma per la libertà propria, e per la salute di loro medesimi. Furono queste parole di tanto stimolo a' Longobardi, che toccati nel più vivo del cuore, datosi il segno della battaglia, ne' primi attacchi si portarono con tanto valore ed intrepidezza, che si vide tosto inclinar l'ala nemica; onde prendendo maggior animo per così prospero cominciamento, l'incalzarono con tanta ferocia e valore, che ridussero i Franzesi ad abbandonare il campo, e a cercare nella fuga lo scampo. Fugati dunque e dispersi i nemici, molti restarono presi ed uccisi, moltissimi, che fuggendo la loro ira si nascosero, di fame e di freddo perirono. Per così celebre e rinomata vittoria, il nome di Autari si rendè illustre e luminoso per tutta l'Europa, e vedutosi già libero dalle incursioni di straniere genti, pensò a soggiogare il resto d'Italia, ch'ancor era in mano de' Greci.

CAPITOLO II Del Ducato beneventano: e di Zotone suo primo Duca.

Aveva Autari, ciò, che non fecero i suoi maggiori, soggiogata quasi tutta l'Italia citeriore; toltone il Ducato romano e l'Esarcato di Ravenna, che allora veniva governato da Romano[42], avendone poco prima l'Imperador Maurizio levato Smaragdo, tutto il resto era in sua mano; ma restavagli ancora da conquistare la più bella e preclara parte d'Italia, cioè quella parte e quelle province, che oggi compongono questo Regno di Napoli. Infino a questi tempi eransi queste province mantenute sotto l'Imperio degl'Imperadori orientali, che le governavano secondo quella forma, che da Longino v'era stata introdotta: avevan quasi tutte le città più principali il lor Duca: Napoli aveva il suo, Sorrento, Amalfi, Taranto, Gaeta e così di mano in mano l'altre, tanto che quello, che ora è Regno, intorno all'amministrazione, in più Ducati era distinto, tutti però immediatamente sottoposti all'Esarca di Ravenna, e dopo costui agl'Imperadori d'Oriente; e se bene nella forma del governo tenessero apparenza di Repubblica, nulladimeno è somma sciocchezza il credere, che fossero così liberi, che non riconoscessero l'Imperadore d'Oriente per loro Sovrano, sotto la cui dominazione vivevano: quantunque per la debolezza degli Esarchi di Ravenna, e per la lontananza della sede imperiale, il governo de' Duchi si rendesse un poco più libero e pieno, tanto che sovente arrivavano infino a manifeste fellonie, con ribellarsi dal loro Principe, la qual cosa più volte tentaron di fare i Duchi di Napoli, come più innanzi nel suo luogo diremo.

Queste province, come quelle ch'erano più lontane da Pavia, sede de' Longobardi, e che potevano, in caso che fossero assalite, ricever tosto soccorsi per mare, onde sono quasi tutte circondate, con picciolissimi presidj da' Greci eran guardate; onde Autari espertissimo Principe, pensò dalle province mediterranee cominciare le sue conquiste; e lasciandosi in dietro Roma e Ravenna, delle quali non così di leggieri potevasi venire a capo, avendo nella primavera di quest'anno 589 nel Ducato di Spoleti unito il suo esercito, fingendo di dirizzare il suo cammino in altre parti, di repente lo torse e nel Sannio si gettò. Colti così all'improvviso i Greci, entrarono in tale stordimento e costernazione, che senza molto contrasto venne fatto ad Autari di conquistare in un tratto tutta questa provincia, e finalmente Benevento, città, come credette il Sigonio, fin da questi tempi capo e metropoli del Sannio. Indi si narra, che questo Principe al calore di sì ragguardevole conquista, spingesse oltre il suo cammino, e traversando tutta la Calabria insino a Reggio scorresse, città posta nell'ultima punta d'Italia lungo il mare, e che quivi, essendo ancor a cavallo, percotendo colla sua asta una colonna posta ne' lidi di quel mare, dicesse: Fin qui saranno i confini dei Longobardi[43]: ond'è, che l'Ariosto de' fatti di questo glorioso Principe cantando, disse, che